Omaggio diluito in aperto contrasto con la pastosità scultorea della pittura di Van Gogh, At Eternity’s Gate non si pone il problema di raccontare qualcosa di nuovo; puntando tutto su una performance di Willem Dafoe che strizza l’occhio a qualsiasi possibile premio, riassume senza particolari guizzi l’ultima parte della vita del pittore olandese ripercorrendone le tappe fondamentali – l’amicizia con Paul Gauguin (Oscar Isaac), l’internamento in una struttura psichiatrica, le angherie subite dalla popolazione di Arles, il rapporto col fratello Theo (Rupert Friend) – fino al tragico epilogo, di cui offre un’interpretazione relativamente poco accreditata.

A Schnabel non sembra interessare alcuno stravolgimento estetico o narrativo; la regia si concede sparuti stratagemmi – inquadrature sbollate, soggettive parzialmente sfocate come uno sguardo invaso dalle lacrime, colori saturi e filtri talvolta irrealistici – e affida il racconto del tramonto esistenziale di Van Gogh a lunghe riflessioni desunte dalle lettere e dai diari dell’artista, che riflette sull’essenza dell’arte, della natura, di Dio e del proprio ruolo nel mondo; il linguaggio visivo è semplice, come semplice è la sceneggiatura che, in accordo con quanto detto da Madame Ginoux (Emmanuelle Seigner), è priva di ambiguità misteriose.

Il Van Gogh di Schnabel oscilla così tra infantili tenerezze e altrettanto infantili attacchi di rabbia, cuore dei due rapporti linfatici all’interno di At Eternity’s Gate: quello con Theo, fratello minore divenuto figura quasi genitoriale, sostegno imprescindibile ma non sufficiente all’instabilità di Vincent, e quello con Gauguin, a cui il film risparmia la scontata patina d’arroganza troppo spesso attribuitagli, restituendo al legame tra i due pittori le fattezze credibili di un sodalizio minato da divergenze caratteriali.

Non mancano allusioni cristologiche, culminanti in un dialogo tra l’artista e un sacerdote (Mads Mikkelsen) in cui il pittore, senz’ombra d’arroganza, ribatte al disprezzo del prete asserendo che forse il raccolto della sua semina artistica non avverrà in questo secolo, e che anche Gesù morì in uno stato di relativo anonimato. Come Cristo, anche Vincent viene fustigato – metaforicamente e non – dalla folla sorda alla sua voce, incapace di vedere nei suoi eccessi cromatici il segno della sua incontenibile brama di vivere (per citare l’illustre precedente cinematografico con Kirk Douglas).

Sorprende la capacità del sessantatreenne Dafoe di dar corpo a Vincent superando il gap anagrafico (il pittore aveva 37 anni al momento della morte), impregnando la propria interpretazione di un candore giovanile – mai giovanilistico – che tocca il suo vertice nella scena in cui condivide il letto dell’ospedale psichiatrico con Theo, accartocciandosi tra le braccia del fratello come un bimbo impaurito in cerca di conforto. Merita il nostro plauso anche la misurata prova di Rupert Friend, angelo custode di un’anima tormentata e, parallelamente, suo più indefesso sostenitore di fronte agli attacchi della critica impressionista, famiglia terribile che nega ogni calore umano e artistico a Vincent.

A chi si aspetti un affresco visionario, At Eternity’s Gate riserverà una cocente delusione; il minimalismo della sua scrittura e la riduzione ai pochi stilemi visuali sopra indicati manifestano l’intenzione precisa da parte di Schnabel di non sovrapporre la propria pennellata alla tela dipinta da Van Gogh, ponendo in primo piano l’essenzialità quasi ancestrale delle sensazioni provate dall’artista immerso nella natura. Rifiutando la puntualità di una biografia dettagliata, il regista e sceneggiatore gioca di sottrazione con ellissi che ci risparmiano i momenti più crudi della vita di Vincent – a partire dal taglio dell’orecchio per arrivare all’oscuro momento dello sparo fatale – privilegiando l’esaltazione della bellezza naturale ossessivamente ricercata dall’occhio del pittore.

Ciò che salva At Eternity’s Gate dal rischio dell’inconsistenza risiede tutto nella palpabile devozione di Schnabel nei confronti di un gigantesco collega (il regista è pittore egli stesso). Ne risulta un omaggio forse non totalmente esaustivo, ma intriso di reverenzialità e permeato di un toccante rispetto verso un uomo e un artista a cui troppo spesso, in vita, è stata negata la dignità.