Alla fine tutto torna lì a Tenoch e Julio, la Rosabella di Alfonso Cuarón, i due protagonisti di Y Tu Mama Tambien, il film che gli ha cambiato la vita a partire dal Messico (aveva già lavorato in America e con le star ma il successo arrivò con quel film) e a partire da una storia di amicizia tra due ragazzi un alto-borghese e un popolano lungo un viaggio con un’altra donna. Così anche qui con Roma una famiglia alto-borghese con 4 figli e la donna di servizio si spostano e viaggiano in un finale che è il momento migliore di una pellicola che non brilla quanto dovrebbe.

In bianco e nero e con attenzione maniacale alla nostalgia, Alfonso Cuarón gira un film quasi per se stesso, denso di dettagli che non sono né drammaturgici né comici, non fanno ridere o sorridere e non ci danno indizi sulla storia, sono pura nostalgia. Vere auto, vere manovre in spazi angusti, veri poster e programmi televisivi, ovvero il tempo reale (com’era il 1971) e il tempo percepito (cioè le madeleine della sua vita). In tutto questo si innesta Cleo, personaggio realmente esistito, vera donna di servizio con peripezie sentimentali e umane che incrociano il massacro del Corpus Christi in una scena che sembra presa direttamente da I Figli Degli Uomini.

Invece che guardare la formazione di due ragazzi, però, questa volta Cuarón vuole osservare lo sfondo, il mondo in cui abitano tutti i personaggi, e per farlo sceglie proprio questa donna di servizio. Vuole guardare Roma, il quartiere bene dove è cresciuto, dal punto di vista di chi lì è un ospite, di chi lì ci lavora. Dall’esterno. Cleo di fatto è un traghettatore, l’unico essere del film autorizzato a stare tra i ricchi e poi ad andare tra i poveri, ci porta dall’una e dall’altra parte, fa Capodanno con i signori sopra le scale e poi scende sotto nelle cucine con gli amici, lavora in casa nel benessere e poi si reca inconsapevolmente dove si addestrano le persone che condurrano il massacro.

Purtroppo c’è forse troppa carne al fuoco in Roma e tutti gli spunti non sono seguiti fino alla fine. L’impressione è che tocchi tanto ma senza affondare proprio quando vorremmo che lo facesse. È chiaro che Cleo ha un suo dramma personale che ha a che vedere con l’affetto per la famiglia per cui lavora e il tentativo di farsene una sua, come è chiaro che questa è anche la storia del momento in cui il padre di Alfonso Cuarón ha abbandonato la famiglia, ed è infine anche la storia di una fase storica terribile per il Messico.

Il sogno di Roma è che queste tre direttrici si fondano o almeno convivano in armonia, si alimentino a vicenda, dialoghino e insieme creino un senso maggiore (come negli horror di Del Toro l’orrore della storia dialoga con quello dei mostri). Però non accade. E di tutto lo splendore che manifesta, del fellinismo, della sontuosità del suo bianco e nero (fotografato da Cuarón stesso) e degli scenari alla fine non fa molto.

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