Erroneamente ritenuto un progetto destinato alla serialità televisiva, The Ballad of Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen è tra i prestigiosi titoli con cui Netflix è presente in laguna nel concorso ufficiale di Venezia 75. Sebbene inquadrati nella cornice unificante del western, gli episodi che lo compongono sembrano voler affrontare ciascuno un genere cinematografico a sé stante.

Tra le sei pillole, estremamente varie per tono e durata, la seconda – che vede James Franco nel ruolo di un fuorilegge piuttosto sfortunato – è l’unica a seguire pedissequamente i dettami del genere western, mentre le sue sorelle spaziano dal musical all’horror, dal dramma al sentimentale; il collante che le unisce è l’inconfondibile sguardo ironico che caratterizza tutta l’opera dei cineasti di St. Louis Park, qui al servizio di una forma breve che, tuttavia, non sempre funziona alla perfezione.

Non mancano infatti cali di ritmo e lungaggini apparentemente paradossali, data la frammentarietà della struttura di The Ballad of Buster Scruggs; nulla che non possa essere riscattato dai numerosi spunti comici azzeccati, a partire dal formidabile episodio iniziale – che dà il titolo al film – di cui è protagonista Tim Blake Nelson, irresistibile pistolero soprannominato(si) “usignolo di San Saba”, coinvolto in sparatorie e numeri musicali esilaranti e sempre più assurdi fino al folle finale.

Le parentesi più intimiste sembrano essere affidate al terzo e al quinto episodio, con protagonisti rispettivamente Liam NeesonZoe Kazan, entrambi rielaborazioni personalissime del concetto di road movie adombrate da una cappa di sarcastica fatalità. Sono questi i due racconti più tragici di quest’antologia coeniana, ma i pochi tocchi melodrammatici che vi si ravvisano non turbano l’armonia beffarda del quadro d’insieme.

Un encomio a parte merita il lirismo dell’episodio con protagonista il ruvido cercatore d’oro interpretato da Tom Waits, immerso in una natura incontaminata con cui l’uomo sembra stabilire una connessione fraterna, a dispetto dell’attività predatoria che si accinge a svolgere; meno riuscito il prevedibile segmento conclusivo, che sembra evocare l’iconico Le Cinque Chiavi del Terrore di Freddie Francis senza davvero aggiungervi nulla di rilevante se non l’escamotage dell’ulteriore gioco di scatole cinesi (episodi in un episodio di un film a episodi).

In un modo o nell’altro, comunque, tutti gli episodi di questo esamerone di frontiera trattano da vicino il tema della morte, continuamente desacralizzata e, anzi, quasi sempre foriera di sorrisi. È questo, lo sappiamo, l’approccio invariabile di Joel ed Ethan Coen al trapasso, attraverso l’uso del riso come strumento catartico di fronte all’estremo limite oltre il quale vi è il nulla.

Benché lontano dalle vette poetiche toccate dai Coen in altre occasioni, The Ballad of Buster Scruggs segna un punto fondamentale nella carriera dei due registi, essendo la prima opera episodica da loro diretta; che si tratti di un unicum, di uno step verso uno sbocco seriale o di un precedente cui farà seguito un’altra godibile antologia di pillole, si staglia a buon diritto tra i film più importanti di quest’annata veneziana.