Roberto Minervini è l’unico cineasta in grado di ribaltare l’assunto base del documentario, cioè che esista (o sia esistita) una storia così straordinaria che va raccontata a tutti i costi con i veri protagonisti e non tramite la finzione. Nei suoi film realtà a loro modo ordinarie diventano straordinarie non per ciò che accade ma perché viste attraverso i suoi occhi. In fondo è lo stesso principio del cinema d’autore, non conta la trama conta ma come la guardi, su cosa ti soffermi, cosa riesce a notare e far notare nei personaggi. Stavolta è la comunità afroamericana di New Orleans il centro del documentario, vista tramite alcune donne e le Nuove Pantere Nere (movimento d’azione pacifista gestito anche questo da una donna). Nel quartiere in questione è stato ucciso un uomo e la sua testa era stata abbandonata in mezzo alla strada per più di un giorno, evento che cause proteste, insofferenze e timori, sullo sfondo di un’America in cui la tensione razziale è in ascesa.

Tanto basta per costruire un documentario che, al contrario del suo solito, stavolta non riesce a creare con il montaggio una storia, questa volta sono episodi e momenti, una narrazione un filo più ordinaria (se davvero questo termine può essere usato per Minervini) che tuttavia non impedisce comunque al film di trovare del cinema narrativo dentro i personaggi per l’appunto guardandoli.
Invece che lasciare che attori della strada portino la vita vera in un film di finzione, Minervini guarda persone vere dalla strada, le guarda così a fondo fino a che non trova il cinema in loro, nelle loro vite, nel loro modo di parlare e nelle loro peripezie durante un tempo necessariamente limitato.

Nel guardare queste comunità protestare, vivere, litigare, confessarsi e mostrarsi in una insopprimibile voglia di vivere ed essere liberi, non è possibile non stupirsi e non chiedersi quanto l’America sia la terra dello spettacolo per la maniera in cui vivono i suoi cittadini e quanto invece l’essere la terra dello spettacolo influenzi i loro comportamenti e le loro azioni, in un’impossibile immedesimazione con le storie di finzione che producono. Altrimenti come è spiegabile che una donna, un’attivista, una ex disperata che si danna per tutto il film per gli altri, con le lacrime che tradiscono un passato non narrato dica ad un ex tossica in difficoltà una frase assurda, folle, incondivisibile ma anche umanissima come: “E se ti serve droga, se ti serve il crack, fumala! Fumala anche per me! Qualsiasi cosa per sentirti bene”.

L’intensità che Minervini con le sue inquadrature e il suo montaggio riesce a trovare in questi esseri umani non è lontana da quella degli attori professionisti, quel che cattura e la maniera in cui comprende che alle volte un’intera predica di una madre ignorante e povera ad un figlio quasi adolescente è un pezzo di cinema non diverso da un motivational speech di Al Pacino è pazzesco. Perché non è solo una convinzione di questo regista ma qualcosa che riesce a far passare.
Alla fine What You Gonna Do When The World’s On Fire? non sarà clamoroso come i suoi film precedenti (ma onestamente, quale altro film lo sarà?), tuttavia ribadisce che il miglior cinema possibile è questo, quello che attraverso uno sguardo audace e sensibile può cogliere profondità impensabili da altri.