C’erano diversi problemi nel portare La Profezia Dell’Armadillo al cinema, ma il film che doveva inizialmente dirigere Valerio Mastandrea (poi sfilatosi durante la lavorazione e di cui rimane solo un credit in sceneggiatura) e che dopo una storia un po’ travagliata è arrivato alla fine alla Mostra del Cinema di Venezia è un disastro le cui cause non sono da trovarsi nemmeno nel difficile adattamento ma hanno proprio a che vedere con problemi più profondi.

Lo si capisce subito, con la sequenza animata inziale che non è disegnata da Zerocalcare (ma ne scimmiotta lo stile) e se ne ha la conferma dal fatto che il resto del film sembra realizzato proprio con lo stile che il personaggio inventato da Michele Rech dice di odiare, ovvero il cinema italiano tradizionale senza personalità, verve o originalità. Così, alla fine, quando la storia si chiuderà con una morale assente nel fumetto, molto più convenzionale e puerile (trovare un lavoro come passaggio all’età adulta e rimozione del fantastico), non sembrerà nemmeno un tradimento ma la logica conseguenza di un film che nulla ha a che vedere con le graphic novel, i fumetti e le tavole di Zerocalcare, nonostante abbia i diritti per usarne nomi e personaggi (oltre al credit di Rech come sceneggiatore).

Qua e là è ancora possibile notare sprazzi di una sceneggiatura che poteva essere, momenti onestamente divertenti di un umorismo tagliente (l’incontro con Panatta e le parti con Pietro Castellitto, l’unico ad unire grande caratterizzazione, centrata interpretazoine e buone linee di dialogo), ma la gran parte del film è un naufragio lento e doloroso da guardare. In primis l’armadillo (Valerio Aprea con un costume che, quando ben inquadrato, sta a metà tra il Gabibbo e Alf) uccide ogni possibile credibilità del film, ma anche la trama della vecchia amica deceduta di cui viene ricostruita il rapporto con il protagonista è un disastro continuo, peggiorato dall’ineludibile tradizione italiana dei pessimi bambini attori.

Come sia stato possibile approvare una sceneggiatura che tradisca così tanto lo spirito della graphic novel e di tutta l’opera di Zerocalcare, come sia stato possibile realizzare un film con così poca cura del dettaglio (quando l’armadillo è ripreso a figura intera si vede che Aprea indossa degli scarponi mal mascherati come proseguio del corpo), come sia stato possibile optare di continuo per la scelta più facile e meno coerente rimarrà un mistero, probabilmente fino a che lo stesso Zerocalcare (che non ha partecipato a nessuna attività legata al film nè era alla prima proiezione, come se non lo riguardasse) non deciderà di raccontare cosa sia successo.

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