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    <title>BadTaste - Recensioni</title>
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    <rights>Copyright © 2026 Bad srls. Tutti i diritti riservati.</rights>

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        <title>Succederà questa notte, la recensione: un Nanni Moretti piacevolmente romantico</title>
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        <updated>2026-09-07T12:56:16+00:00</updated>
        <published>2026-09-07T12:56:13+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriella Giliberti</name>
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            <p>Dopo tutti questi anni, Nanni Moretti sceglie di raccontare con <em>Succederà questa notte</em>, presentato nel concorso dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, l’amore leggero e spoglio dal cinismo, ispirandosi ancora una volta, dopo l’esperienza con <em>Tre piani</em> (2021), alla scrittura di Eshkol Nevo, attingendo alla raccolta di racconti “Legami”. L’approccio al registro della pellicola è rilassato, disposto a lasciarsi attraversare dalla malinconia senza però smarrire mai un fondo di speranza. </p><p>La storia si apre a Oslo, segue Matteo (Louis Garrel) e le persone che gli ruotano attorno lungo un arco temporale di quasi vent’anni, passando per Torino, la Spagna e l’India, costruendo una trama corale che si allarga di generazione in generazione.</p><h2>Un Moretti che si mette da parte</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/succedera-questa-notte-la-recensione-un-nanni-moretti-piacevolmente-romantico">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Nanni Moretti torna in concorso a Venezia dopo trentasette anni di assenza con un film che sceglie la leggerezza e l’ottimismo, regalandoci il suo “La La Land” (anche se con un finale più felice).</summary>
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        <title>Possible Love, la recensione: la Corea racconta il desiderio</title>
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        <updated>2026-09-06T18:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-06T18:00:09+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriele Cerrito</name>
        </author>
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            <p>Alcuni potrebbero promuoverlo come un <em>Parasite </em>alla rovescia, dove il contesto dei poveri viene esplorato dai ricchi e la commistione tra mondi estremamente diversi stimola nuovi punti di vista. Ci ha già pensato Park Chan-Wook a rincarare la dose con <em>No Other Choice</em>, raccontando più a fondo la prospettiva di chi subisce le dinamiche di un sistema socio-economico che non perdona. <em>Possible Love</em> è forse l’opera che meno ci saremmo aspettati in questa Venezia 83: Lee Chang-Dong torna alla regia dopo il travolgente <em>Burning</em>, otto anni dopo, raccontando<strong> una storia che attinge da Kieslowski</strong> (in particolare da “Non desiderare”) per inserirsi nel macro-progetto volto e riflettere sull’eredità del <em>Decalogo </em>nel contesto contemporaneo (come con l’ultimo film di Farhadi a Cannes 2026).</p><p>Al di là di quel flusso intimo, però, non c’è un vero legame: questa è una storia che ribalta l’idea dell’amore come sogno impossibile, ragionando sul concetto di desiderio da una prospettiva più ampia - non solo romantica, quindi, ma legata soprattutto al concetto di libertà. In una Corea che opprime, in un abisso di anime soppresse, il senso dell’amore si mescola all’aspirazione sociale in modi che soltanto un grande autore poteva cogliere con tanta sensibilità. <strong>Possible Love arriverà su Netflix il 6 novembre</strong>, grande scommessa dello streamer per i prossimi Oscar, ma vederlo come l’ennesima operazione socio-politica sulla condizione coreana sarebbe un grave errore.</p><p>Lee parte dal lavoro per arrivare all’esperienza amorosa, trasformando un gioco di tensioni e desideri in <strong>un viaggio tra sogni e incubi</strong>: da una parte, le voragini emotive e sociali del classismo; dall’altra, la fantasticheria degli ultimi: un’esistenza davvero libera dal contesto, dal denaro o dalle imposizioni sociali.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/possible-love-la-recensione-la-corea-racconta-il-desiderio">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Lee Chang-dong torna dopo otto anni con Possible Love, una produzione che mescola un’importante spinta sociale a uno sguardo intimo sugli uomini e gli ideali in un paese sempre più complesso. </summary>
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        <title>Mayday, la recensione: gli anni Ottanta, Top Gun, Springsteen… quando amavamo l’America</title>
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        <updated>2026-09-06T07:31:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-06T07:30:37+00:00</published>
        <author>
            <name>Maurizio Ermisino</name>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY2MTlcL01heWRheV9QaG90b18wMTA0LmpwZyIsImVkaXRzIjp7InJlc2l6ZSI6eyJ3aWR0aCI6MTAwMH19fQ==?signature=56dbb56737d9af88e99613a08c2b866b36836aca29a94d6ef0ff6713237673cc" alt="Mayday_Photo_0104"></figure>
            <p>Il 19 luglio del 1988 Bruce Springsteen tenne un concerto a Berlino Est, al velodromo di Weißensee. Il muro doveva ancora cadere, era ancora la DDR, ancora sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, anche se tirava già aria di Perestroika. Fu un grande evento di rock’n’roll e di anelito alla libertà per tante persone. Sì, al di là della cortina di ferro, pur indottrinati contro una musica e una cultura definiti “decadenti”, c’erano centinaia di migliaia di persone che sognavano l’America, l’Occidente. E per questo, per quanto fantasioso, è in fondo plausibile che, nel profondo della Russia, ci potesse essere un uomo, Nikolai Ustinov, che ascolta Bruce Springsteen e sogna l’America. E, in segreto, guarda e ama Top Gun. Che sia un ex KGB rende tutto ancora più fantasioso e divertente. </p><p>È lo spunto di Mayday, il nuovo film Apple Original con Ryan Reynolds e Kenneth Branagh, in streaming su Apple Tv dal 4 settembre. Siamo negli anni Ottanta, e vedere oggi un film di questo tipo fa venire in mente molte riflessioni. Perché in quegli anni, come i ragazzi di Berlino Est, in tanti vedevamo l’America come un sogno, come una terra ideale e di ideali, con la sua musica, con i suoi film, con i suoi modelli, la sua cultura. Oggi è cambiato tutto. Ed è anche questo uno dei significati di questo film. Che è da vedere soprattutto perché fonde commedia e azione con risultati spassosi.</p><h2>C’era un ragazzo che come noi amava Springsteen e Top Gun</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/mayday-la-recensione-gli-anni-ottanta-top-gun-springsteen-quando-amavamo-lamerica">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Le nostre considerazioni sul nuovo film con Ryan Reynolds, disponibile su Apple TV.</summary>
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        <title>La città dei vivi, la recensione: una mosca bianca in un panorama true crime </title>
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        <updated>2026-09-04T16:31:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-04T16:30:56+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriella Giliberti</name>
        </author>
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                        <![CDATA[
            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY1NTZcL2xhLWNpdHRhLWRlaS12aXZpLXRyYWlsZXIuanBnIiwiZWRpdHMiOnsicmVzaXplIjp7IndpZHRoIjoxMDAwfX19?signature=d4379b60911211f1babd912045c1edb419d294412f6c7df9f6e2fba96951c521" alt="la-citta-dei-vivi-trailer"></figure>
            <p>In un presente che si nutre ormai quasi esclusivamente di true crime, dove il carnefice è protagonista assoluto e la vittima si riduce a un nome sui titoli dei giornali, <em>La città dei vivi</em> sceglie la strada più difficile e meno accattivante, quella di rimettere Luca Varani al centro del racconto.</p><p class="MsoNormal">Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, in sala dal 1 Ottobre con Eagle Pictures, il film di Edoardo Gabbriellini ci restituisce Luca Varani non come vittima nel senso stretto del termine, ma come un ragazzo, punto, con tutta la complessità e la banalità che questo comporta.</p><h2>Un punto di vista, quello di Luca Varani</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/la-citta-dei-vivi-la-recensione-una-mosca-bianca-in-un-panorama-true-crime">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Edoardo Gabbriellini porta al cinema la storia di Luca Varani scegliendo la strada più scomoda, quella di guardare la vittima anziché il carnefice, firmando una pellicola coraggiosa anche quando la messa in scena non riesce sempre a reggere il peso di quella scelta.</summary>
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        <title>Balcanica di Nicola Sorcinelli racconta il dramma migratorio con la forza delle immagini</title>
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        <updated>2026-09-04T23:58:16+00:00</updated>
        <published>2026-09-04T16:00:28+00:00</published>
        <author>
            <name>Alessandro Ritrovato</name>
        </author>
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                        <![CDATA[
            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY1NDhcL0JBTENBTklDQV9NYXRpbGRhLURlLUFuZ2VsaXMtc2NhLmpwZyIsImVkaXRzIjp7InJlc2l6ZSI6eyJ3aWR0aCI6MTAwMH19fQ==?signature=b039dd44518bbf102e7efc5f1dc229c5fd2af86bbfd71528e6dbfa6ccd715bf6" alt="BALCANICA_Matilda-De-Angelis-sca"></figure>
            <p>C’è un’immagine evocativa nei primi minuti di Balcanica: una tuba abbandonata nell’erba alta di un bosco, ripresa a raso terra nella luce del crepuscolo, con la campana rivolta verso l’obiettivo come una bocca silenziosa, quasi morente. Ecco: basta questo frame per entrare subito nel cuore dell’opera prima di Nicola Sorcinelli, unico titolo italiano (prodotto da Wildside e Nightswim e distribuito prossimamente da Fandango) in concorso alle Giornate degli Autori 2026, la sezione collaterale della Mostra del Cinema Di Venezia. </p><p>Nessuna spiegazione, quindi. Solo immagini e una breve didascalia in apertura: in Afghanistan la musica è stata bandita, e con lei una parte di identità che ora giace in mezzo al nulla. Nazar, direttore d’orchestra, e suo figlio Jail, suonatore di Tuba, intraprendono la rotta balcanica – definita come una delle più disumane al mondo – nella speranza di trovare in Europa lo spazio per tornare a essere ciò che erano: artisti. </p><p>È un film riuscito, Balcanica. Lo è perché Sorcinelli – già autore di corti premiati come La Confessione – dimostra fin dal suo esordio al lungometraggio di avere una piena fiducia nell’immagine e nel corpo come strumenti narrativi. Una fiducia che si traduce in una precisa scelta stilistica, quella di non concedersi mai al sensazionalismo per raccontare il dramma di persone costrette a fuggire dalle loro vite passate, ma di avvicinarsi il più possibile al cinema del reale (palette fredda e macchina a mano che segue, sottoforma di pedinamento, i protagonisti) per restituire con onestà la crudezza dei fatti. </p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/balcanica-di-nicola-sorcinelli-racconta-il-dramma-migratorio-con-la-forza-delle-immagini">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Unico film italiano presentato in concorso alle Giornate degli Autori dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Balcanica racconta la disumana rotta migratoria con cruda verità cinematografica. Nel cast una bravissima Matilda De Angelis. </summary>
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        <title>Wild Horse Nine, la recensione: l&#039;apoetosi autoriale di Martin McDonagh</title>
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        <updated>2026-09-03T17:36:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-03T17:35:07+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriele Cerrito</name>
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                        <![CDATA[
            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY1MTlcL1dpbGQtSG9yc2UtTmluZS5qcGciLCJlZGl0cyI6eyJyZXNpemUiOnsid2lkdGgiOjEwMDB9fX0=?signature=86e3e27eaace3bd7ce36acdc4f1df3f0823a31bfb7d8d3e524ebac55b5f3be84" alt="Wild-Horse-Nine"></figure>
            <p>&quot;Forse avrei dovuto uccidere qualche persona in meno e passare più tempo con i cavalli&quot;. Con questa frase, Martin McDonagh chiude il suo ultimo film e lascia che due ore di deliri e dolori travolgano lo spettatore, spingendolo a riflettere sul significato profondo di una sceneggiatura semplicemente magistrale. Perché alla fine, più della qualità delle immagini e delle scelte registiche, conta soprattutto come si scrive - specialmente nel periodo in cui Hollywood fa più fatica a trovare storie di valore. Non sarebbe esagerato definire <em>Wild Horse Nine</em> come <strong>una delle opere più brillanti e ispirate degli ultimi anni</strong>: attingendo dalle fonti più iconiche del suo cinema, McDonagh ha trovato il modo di unire politica, dramma, commedia e buddy movie in un&#039;opera pronta a diventare apoteosi del suo cinema. </p><p>La pellicola, in concorso all&#039;83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in uscita il prossimo 5 novembre con Walt Disney Italia, richiama echi delle pellicole che hanno segnato la carriera dell&#039;autore irlandese e rivela influenze ancor più profonde, da Pinter a Beckett. Tutto frutto di quel fil rouge che lega da sempre teatro e cinema, quel legame sottile che ha segnato la vita di McDonagh cambiandola per sempre. <em>Wild Horse Nine</em> emerge così come <strong>una storia di tumulti, un ritratto spietato dell&#039;America di ieri (e di oggi)</strong>: un film che inizia con la cavalleria e muore con gli indiani, per sfruttare le parole del personaggio interpretato da un imponente John Malkovich. Un racconto di puro cinema, tanto dolce nel raccontare l&#039;amore quanto spietato nel criticare il sistema. </p><h2>Due agenti fanno i conti con la fine</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/wild-horse-nine-la-recensione-lapoetosi-autoriale-di-martin-mcdonagh">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Con il suo ultimo film, fra i candidati più promettenti in concorso a Venezia 83, il regista e sceneggiatore irlandese riesce (ancora una volta) a superarsi. Siamo di fronte alla miglior sceneggiatura dell&#039;anno?</summary>
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        <title>Demetra in esilio rielabora in chiave contemporanea il mito di Demetra e Persefone</title>
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        <updated>2026-09-03T15:31:02+00:00</updated>
        <published>2026-09-03T15:30:23+00:00</published>
        <author>
            <name>Alessandro Ritrovato</name>
        </author>
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                        <![CDATA[
            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDY1MDlcL2NvdmVybGcuanBnIiwiZWRpdHMiOnsicmVzaXplIjp7IndpZHRoIjoxMDAwfX19?signature=91c5e80b947cffe6c84098923151f762307c92d7095a07a2d1822c038f601d65" alt="coverlg"></figure>
            <p>Non è la prima volta che una regista esordiente decida di confrontarsi con la tradizione greca. E non è nemmeno la prima volta che lo fa debuttando proprio alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2022 c’era Alice Diop con Saint Omer, che riscriveva Medea tramite la lente del legal drama. Nel 2026, all’83sima Edizione, arriva Maria Giovanna Cicciari, che con Demetra in Esilio - presentato nella sezione parallela di Biennale College Cinema, quella dedicata a opere prime e seconde finanziate direttamente dalla Biennale - va a riprendere un classico della mitologia greca: Demetra e Persefone. </p><p>Ma se Alice Diop usava il mito per interrogarsi sulla colpa e sul giudizio, sulla maternità e sull’abbandono attraverso il racconto processuale di una madre che uccideva sua figlia, Cicciari lo riporta a una realtà tangibile, quasi a farlo smettere di essere mito e diventare vita di tutti i giorni. Milano, estate. Lia sta con sua madre Daria, malata, sempre a fianco, in un appartamento diventato un piccolo giardino di piante. Nel mentre lavora a un progetto artistico proprio su Demetra e Persefone. Sui giornali passa la notizia di un’imminente bufera di caldo intenso che si abbatte sulla città. <br></p><div class="scribble-block"><figure class="rounded-sm">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/demetra-in-esilio-rielabora-in-chiave-contemporanea-il-mito-di-demetra-e-persefone">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il primo lungometraggio di Biennale College Cinema, la sezione di Venezia 83 dedicata alle opere finanziate dalla Biennale, è Demetra in Esilio di Maria Giovanna Cicciari. Un film che riscrive il mito greco per riflettere sul rapporto genitore-figlio e sul desiderio di trovare una propria strada. </summary>
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        <title>Ink, la recensione: Danny Boyle firma il suo “Quarto Potere”</title>
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        <updated>2026-09-02T19:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-09-02T19:00:55+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriella Giliberti</name>
        </author>
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            <p>Presentato stamattina in anteprima mondiale come film di apertura dell&#039;83esima Mostra Internazionale d&#039;Arte Cinematografica di Venezia, in concorso per il Leone d&#039;Oro, Danny Boyle arriva al Lido portando con <em>Ink</em> un&#039;ambizione che va ben oltre il racconto storico della scalata di Larry Lamb al The Sun nel 1969.</p><p class="MsoNormal">Tratto dall&#039;omonima pièce di James Graham, qui in veste di sceneggiatore, il film ci propone la stessa posta in gioco del mastodontico <em>Quarto Potere</em> di Orson Welles, interrogandosi su cosa significhi davvero fondare un impero mediatico e quale prezzo, morale prima ancora che economico, va pagato per la sua costruzione.</p><h2>La zona grigia tra creatività e arrivismo</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/ink-la-recensione-danny-boyle-firma-il-suo-quarto-potere">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Danny Boyle apre la Mostra di Venezia con Ink, un film che racconta la nascita del tabloid moderno per far riflettere sulla crisi di verità in cui viviamo oggi, restituendo a Rupert Murdoch e Larry Lamb lo status di architetti involontari del nostro presente mediatico.</summary>
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        <title>Coyote vs. Acme, la recensione: abbiamo visto il film che non volevano farvi vedere</title>
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        <updated>2026-09-02T14:17:21+00:00</updated>
        <published>2026-09-02T14:17:17+00:00</published>
        <author>
            <name>Emanuele Rauco</name>
        </author>
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            <p>Fare un film non è la cosa più difficile che possa accadere a un cineasta, forse è ancora più difficile farlo vedere. Ne sa qualcosa Dave Green, che ha dovuto combattere per anni affinché <em>Coyote vs. Acme</em> vedesse finalmente la luce, dopo che Warner Animation, non fidandosi del potenziale commerciale, preferiva rubricarlo come perdita fiscale anziché correre il rischio di distribuirlo, nonostante fosse finito e le proiezioni di prova fossero state un successo. Green e i suoi soci hanno lottato affinché altri studios e distribuzioni potessero acquistarlo, e così è stato: per una volta, possiamo dirlo, il bene ha vinto.</p><h2>Willy il Coyote contro il capitalismo</h2><div class="scribble-block"><figure class="rounded-sm">
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            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/coyote-vs-acme-la-recensione-abbiamo-visto-il-film-che-non-volevano-farvi-vedere">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il film quasi sepolto da Warner diventa un&#039;intelligente satira legale sul potere delle multinazionali, tra Looney Tunes e fan fiction</summary>
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        <title>The Dog Stars, la recensione: Ridley Scott abbraccia la fine (e il cambiamento)</title>
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        <updated>2026-08-31T08:38:01+00:00</updated>
        <published>2026-08-31T08:37:58+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriele Cerrito</name>
        </author>
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            <p>A quasi 90 anni, un gigante del cinema immagina il mondo oltre l’apocalisse, in barba all&#039;idea di poter trovarsi di fronte a uno dei più grandi flop dell&#039;anno: Ridley Scott è celebre per il suo cinismo e la sua schiettezza nella vita reale, ma sceglie di adattare sul grande schermo un romanzo che ha al centro le connessioni umane. <em>The Dog Stars </em>trova effettivamente le stelle oltre la fine, come recita il suo sottotitolo italiano. Non si tratta certo delle star che dominano la scena all’interno della pellicola, ma dei piccoli spiragli di luce che, pur lontani, tracciano la rotta verso una speranza che non vuole proprio saperne di svanire. Scott sceglie di trasportarci in <strong>un viaggio tutt’altro che pessimista</strong>, tutt’altro che distorto: in una storia senza guizzi o sorprese, è la mente di un autore inarrivabile a emergere tra follia e disincanto. </p><p><em>The Dog Stars</em> è una malinconica poesia per gli <em>ultimi</em>: c’è spazio per la speranza e c’è spazio per l’oblio, ma è soprattutto la vita (come concetto) a tenere a galla le coscienze. Al centro della scena ci sono due coppie, due generazioni i cui istinti vengono messi inevitabilmente a confronto: la disillusione e il cinismo dei grandi (chissà che lo stesso Scott non si sia rivisto nella loro rigidità e nella loro natura violenta), la curiosità e l’ambizione dei giovani. Perché in fondo <strong>al caro Ridley non importa realmente dell’apocalisse, ma degli uomini</strong>. Cambia il contesto, cambia l’America (più rurale, inaspettatamente italiana, viste le location delle riprese), cambia persino il genere: il film si rivela più simile a un western universale in cui sentimenti forti trovano prima spazio per emergere e poi campo aperto per scontrarsi. </p><p>Questo film poteva essere molte cose. Eppure ha scelto di restare, mite e tirato, <strong>una storia semplice</strong>. Troppo? Probabilmente sì, quantomeno per stupire. Problematico? Decisamente. Ma a guardare con attenzione, sorprende soprattutto la prospettiva intima che si cela al di là del viaggio (con uno sguardo al dolore e alla violenza come costanti dell’esistenza).</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/the-dog-stars-la-recensione-ridley-scott-abbraccia-la-fine-e-il-cambiamento">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il nuovo film del regista britannico, tratto dal romanzo di Peter Heller, è un&#039;operazione completamente imprevista: un western post apocalittico in cui a dominare sono i sentimenti degli uomini. Un film stralunato, a tratti persino banale, che trova la sua forza nella voglia di raccontare attraverso le immagini.</summary>
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        <title>Tony – Diario di un giovane cuoco, la recensione: Dominic Sessa ci racconta Bourdain</title>
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        <updated>2026-08-27T11:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-08-27T11:00:25+00:00</published>
        <author>
            <name>Stefano Lo Verme</name>
        </author>
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                        <![CDATA[
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            <p>A poche settimane di distanza dal calo del sipario sul gran finale di <em>The Bear</em> (serie che, per buona parte delle sue cinque stagioni, ha suscitato notevoli entusiasmi fra critica e pubblico in un’epoca in cui la televisione ha dato origine a una gigantesca fascinazione collettiva per le figure degli chef), anche il cinema torna a dedicarsi al microcosmo della cucina. Se nel 2009 era stata una mimetica Meryl Streep a prestare il volto alla celeberrima Julia Child nella commedia biografica <em>Julie &amp; Julia</em> di Nora Ephron, con <strong>Tony – Diario di un giovane cuoco</strong> i riflettori si spostano su un altro personaggio strettamente legato alla cultura di massa: lo chef newyorkese <strong>Anthony Bourdain</strong>, diventato anche una superstar del piccolo schermo fino al suo improvviso suicidio nel 2018, pochi giorni prima di compiere sessantadue anni.</p><p class="MsoNormal">L’ascesa di Anthony Bourdain nel panorama mediatico aveva avuto inizio nel 2000 con la pubblicazione del memoir <strong>Kitchen Confidential</strong>, best-seller che gli avrebbe spianato la strada verso l’inizio della sua avventura televisiva. E i primi due capitoli dell’autobiografia di Bourdain costituiscono la fonte narrativa del film sceneggiato, co-prodotto e diretto dal regista canadese <strong>Matt Johnson</strong>, formatosi fin dal 2007 nel campo delle web series e dei mockumentary, attivo al cinema dal 2013 con <em>The Dirties</em> (found footage semi-improvvisato a bassissimo costo) e salito alla ribalta dieci anni dopo con <em>BlackBerry</em>, presentato in concorso a Berlino e ricoperto di riconoscimenti in Canada. <em>Tony – Diario di un giovane cuoco</em> è il suo primo progetto con una grande visibilità internazionale, forte proprio del nome di Bourdain.</p><h2><strong>Tony prima di Bourdain: ritratto dello chef da giovane</strong></h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/tony-diario-di-un-giovane-cuoco-la-recensione-dominic-sessa-ci-racconta-bourdain">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Basato sull’autobiografia Kitchen Confidential, Tony – Diario di un giovane cuoco è un accattivante coming of age sulle prime esperienze di Anthony Bourdain in ambito culinario.</summary>
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        <title>Insidious - Fuori dall&#039;altrove, la recensione: squadra che vince, si cambia </title>
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        <updated>2026-08-19T16:25:23+00:00</updated>
        <published>2026-08-19T16:25:20+00:00</published>
        <author>
            <name>Emanuele Rauco</name>
        </author>
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            <p>L&#039;horror commerciale e industriale è sempre a caccia di registi e storie per rendere infiniti i loro franchise, così arrivato al sesto film, il marchio <em>Insidious</em> cerca di cambiare pelle per non cambiare niente per davvero: cambia protagonista dopo l&#039;abbandono della famiglia Lambert e arriva in regia Jacob Chase, fattosi notare con <em>Come Play</em>.</p><p>Fuori dall&#039;Altrove vede come protagonista Amelia Eve nei panni di Gemma, una dentista che ha un passato tormentato e cerca di vivere una vita normale con la figlia. Strani e inquietanti sogni però la perseguitano finché non capirà di essere una viaggiatrice dell&#039;Altrove con un potere particolare: poter portare le anime malvagie con lei al ritorno dal mondo reale.</p><h2>Una famiglia tutta al femminile, con Lin Shaye ponte tra due ere</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/insidious-fuori-dallaltrove-la-recensione-squadra-che-vince-si-cambia">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il sesto capitolo di Insidious cambia famiglia e regista ma non la sostanza: un horror che strizza l&#039;occhio ai videogiocatori, tra fascino a metà e formula ripetitiva</summary>
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        <title>Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, la recensione: l’orrore e la bellezza di essere queer</title>
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        <updated>2026-08-19T15:40:39+00:00</updated>
        <published>2026-08-19T14:30:46+00:00</published>
        <author>
            <name>Stefano Lo Verme</name>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDUxNTNcL0NhbXBNaWFzbWFfU3RpbGwuanBnIiwiZWRpdHMiOnsicmVzaXplIjp7IndpZHRoIjoxMDAwfX19?signature=f9a37d4be5e7d9084d1f64e261f9a108f4bf512b8e66962ae0930b7d80679bcf" alt="CampMiasma_Still"></figure>
            <p>Un curioso paradosso è insito nel <strong>cinema horror</strong>: un genere legato per definizione al perturbante, alla mostruosità, alla violenza, ma che tuttavia, apoggiandosi spesso a convenzioni rigorose e ben definite, evoca un senso di familiarità tale da poter risultare, talvolta, addirittura rassicurante. </p><p>Ed è proprio in questo paradosso che si crogiola Kris, interpretata da Hannah Einbinder, la protagonista di <strong>Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte</strong>, mentre si tuffa in una confortevole serata a base di popcorn, caramelle gommose e del DVD di uno degli innumerevoli sequel di <em>Camp Miasma</em>, durante il suo viaggio verso le location della fantomatica saga horror che la ossessiona fin da quando era bambina.</p><h2><strong>La rivisitazione dell’horror nel cinema di Jane Schoenbrun</strong></h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/camp-miasma-adolescenza-sesso-e-morte-la-recensione-lorrore-e-la-bellezza-di-essere-queer">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>In Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun rielabora i codici dello slasher dando vita a un film al contempo bizzarro e tenero, sospeso fra surrealismo e metacinema.</summary>
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        <title>Oceania, la recensione: il live-action Disney è in alto mare</title>
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        <updated>2026-08-19T10:01:03+00:00</updated>
        <published>2026-08-19T10:00:49+00:00</published>
        <author>
            <name>Bianca Ferrari</name>
        </author>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDQ5MDBcL09jZWFuaWEtY29uLUR3YXluZS1Kb2huc29uLmpwZyIsImVkaXRzIjp7InJlc2l6ZSI6eyJ3aWR0aCI6MTAwMH19fQ==?signature=c49395b7180ef9bcb25c8a06850db8466fc7ab44a4af1496dbd53f579427f821" alt="Oceania con Dwayne Johnson"></figure>
            <p>A 10 anni dal film di animazione originale e a due dal sequel, <strong>Disney non ha resistito alla tentazione di realizzare il live action di Oceania</strong>, una proprietà intellettuale il cui enorme successo al botteghino l&#039;ha resa in fretta un &quot;nuovo classico Disney&quot;. La squadra, difatti, è tutta di casa Disney: il film è diretto da Thomas Kail, già regista di Hamilton (2020), e scritto da Jared Bush - sceneggiatore e direttore creativo dei Disney Studios, creatore di Zootropolis, Encanto e, appunto, Oceania - insieme a Dana Ledoux Miller, co-sceneggiatrice e co-regista di Oceania 2. Auli&#039;i Cravalho, voce originale di Vaiana nel 2016, compare qui come produttrice esecutiva.</p><p>La trama è, ovviamente, la stessa: si inizia con la leggenda secondo cui, in principio, esisteva solo l&#039;oceano, finché non emerse l&#039;isola madre Te Fiti, il cui cuore verde dava la vita a tutto il mondo. Un giorno il semidio Maui (qui Dwayne Johnson) rubò quel cuore per donarlo all&#039;umanità, scatenando un&#039;oscurità che si diffuse nell&#039;oceano e fece nascere il demone di lava Te Kā; nella fuga, Maui perse anche il suo amo magico.</p><p>Anni dopo, sull&#039;isola di Motunui, la giovane Vaiana (Catherine Laga&#039;aia) sente il richiamo dell&#039;oceano, ma suo padre le vieta di superare la barriera corallina. Quando una misteriosa oscurità inizia a far marcire i raccolti e a far scarseggiare il pesce, la nonna Tala le rivela il segreto del loro popolo: un tempo erano navigatori, prima che il furto del cuore di Te Fiti scatenasse la maledizione. Spinta dalla nonna, <strong>Vaiana infrange le regole </strong>e parte in mare aperto alla ricerca di Maui, per convincerlo a restituire il cuore a Te Fiti e porre fine alla piaga che minaccia il mondo.</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/oceania-la-recensione-il-live-action-disney-e-in-alto-mare">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Nonostante le migliori intenzioni e praticamente nessuna differenza rispetto al film originale, Oceania arriva al cinema con un live-action che ha davvero poco da dire - e che funziona decisamente peggio rispetto alla sua versione animata.</summary>
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        <title>La fine di Oak Street, la recensione: cosa resta dei blockbuster</title>
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        <updated>2026-08-17T11:16:31+00:00</updated>
        <published>2026-08-17T11:06:37+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriele Cerrito</name>
        </author>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDYwNThcL3RodW1iLTE5MjAtMTQxMjIxMy5qcGciLCJlZGl0cyI6eyJyZXNpemUiOnsid2lkdGgiOjEwMDB9fX0=?signature=c5ccd15a6b36cb3d8b2ee7c84715f14bd8230aecefc1fffcf0ec2d4f0727f21e" alt="thumb-1920-1412213"></figure>
            <p>A raccontarlo agli appassionati, si rischierebbe di non crederci: un regista che nell’orrore aveva trovato la sua dimensione più profonda, alimentando in prima persona la wave <em>elevata </em>che ha stravolto i canoni del cinema contemporaneo, torna dopo anni a girare un blockbuster incredibilmente <em>comune</em>. <strong>La fine di Oak Street segna per David Robert Mitchell uno squarcio</strong> (letterale) tra prospettive passate e future, ma basta osservare con più attenzione per capire che in fondo la sua scelta è tutt’altro che casuale. Perché in questa folle epopea familiare, prodotta da J.J. Abrams per ripercorrere le orme del cinema di Spielberg e degli anni &#039;80, la paura è persino più intima all’emergere dell’impossibile.</p><p>Le premesse non potrebbero essere più classiche, se si pensa al cinema fantastico e avventuroso di quell&#039;epoca: una famiglia in crisi si ritrova di colpo catapultata in una realtà stravolta, dove la preistoria e le sue creature oscurano qualsiasi barlume di normalità. Una premessa talmente assurda da chiedersi come mai interpreti del calibro di Anne Hathaway e Ewan McGregor si siano mostrati tanto interessati al progetto. La risposta, come spesso capita, arriva dallo schermo - non dalla superficie, ma dalle pieghe di <strong>una sceneggiatura decisamente astuta</strong> (tanto nell’elaborare la crisi del sogno americano attraverso un microcosmo familiare sull’orlo del collasso, quanto nel giocare con simbologie e rimandi per intrattenere il pubblico e guidarlo tra i suoi deliri).</p><p>Proprio quest’ultimo aspetto rischia di appesantire<strong> un’opera dal grande potenziale drammatico</strong>: giocare con la nostalgia è una scelta intelligente, ma non scalfisce mai la superficie. Per questo lo sforzo si è rivelato duplice, soprattutto in sede di scrittura. Il risultato convince in buona parte, ma rivela anche una certa paura di osare - un paradosso creativo che riguarda tutto il grande cinema popolare d&#039;occidente. </p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/la-fine-di-oak-street-la-recensione-cosa-resta-dei-blockbuster">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Il nuovo, atteso film di David Robert Mithcell è un progetto ambizioso e sulla carta a dir poco intrigante: un blockbuster folle e paradossale sulla crisi, forse soffocato dalla troppa nostalgia.</summary>
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        <title>Robin Hood - Il prezzo del sangue, la recensione: Jackman distrugge il mito per portarlo alla luce</title>
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        <updated>2026-08-14T12:15:03+00:00</updated>
        <published>2026-08-14T12:14:18+00:00</published>
        <author>
            <name>Emanuele Rauco</name>
        </author>
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                        <![CDATA[
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            <p>Il sole non appare quasi mai in <em>Robin Hood - Il prezzo del sangue</em>, lo vediamo filtrare in mezzo alle costruzioni in un paio di occasioni, mai direttamente, e non a caso: lo si vede nella seconda parte di un film che, come dice la tagline, vuole dimostrare come la leggenda dell&#039;arciere di Sherwood sia falsa. Per farlo, Michael Sarnoski, regista e sceneggiatore con all&#039;attivo <em>Pig</em> e <em>A Quiet Place - Giorno 1</em>, rende tutto cupo, oscuro nei toni e nelle immagini, violento come non mai, scompaginando le letture del personaggio e cercando la sorpresa del pubblico.</p><div class="scribble-block"><figure class="rounded-sm">
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</div><p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Basandosi sulla ballata settecentesca <em>Robin Hood&#039;s Death</em> (alla quale era ispirato anche il bellissimo <em>Robin e Marian</em>), Sarnoski racconta un Robin Hood ormai anziano (Hugh Jackman) che vive da solo in mezzo alla brughiera, intento ad affrontare i continui tentativi di vendetta dei parenti delle sue vittime. È un uomo che cerca di negare il proprio mito, di raccontare una versione di sé cruda e cattiva, ma dopo che viene ferito gravemente assieme all&#039;amico Little John (Bill Skarsgaard), poi ucciso, deve rifugiarsi in un convento, a farsi curare dalla priora sorella Brigid (Jodie Comer).</p>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/robin-hood-il-prezzo-del-sangue-la-recensione-jackman-distrugge-il-mito-per-portarlo-alla-luce">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Michael Sarnoski smonta il mito di Robin Hood con un film cupo e violento, che trova la sua vera anima solo quando lascia entrare la luce e Jodie Comer</summary>
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        <title>X-Men &#039;97 (stagione 2), la recensione del ritorno dei mutanti su Disney+</title>
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        <updated>2026-08-12T15:38:05+00:00</updated>
        <published>2026-08-12T15:37:57+00:00</published>
        <author>
            <name>Guido Avitabile</name>
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            <p>A due anni dalla precedente serie che ha raccolto lodi da critica e pubblico, X-Men &#039;97 torna con una stagione 2 composta da nove episodi. Orfana dello showrunner Beau DeMayo, la serie ha chiuso la sua corsa regalando altri grandi momenti e battaglie alla squadra di Charles Xavier. Sarà bastata la minaccia di Apocalisse per <strong>mantenere lo show sugli alti livelli del 2024</strong>? </p><p>Con il debutto di nuove squadre e nuovi mutanti, la serie ci ha tenuto compagnia per le scorse settimane raccogliendo quanto lasciato da De Mayo e traghettando letteralmente gli X-Men in <strong>un&#039;altra epoca</strong>. In attesa dell&#039;annuncio del cast della versione Marvel Cinematic Universe (che potrebbe arrivare questo week-end al D23) scopriamo insieme cosa è andato per il verso giusto e cosa invece non ci ha convinto.</p><h2><strong>Un inizio apocalittico</strong></h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/x-men-97-stagione-2-recensione">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>La stagione 2 di X-Men &#039;97 mette i mutanti del Professor X contro Apocalisse, ma forse corre un po&#039; troppo.</summary>
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        <title>Batman: Caped Crusader 2, la recensione della serie animata di Batman (che nessuno sta guardando)</title>
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        <updated>2026-08-07T11:11:43+00:00</updated>
        <published>2026-08-07T11:11:40+00:00</published>
        <author>
            <name>Guido Avitabile</name>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDU4MzFcL2NhcGVkLWNydXNhZGVyLTItY292ZXIuanBnIiwiZWRpdHMiOnsicmVzaXplIjp7IndpZHRoIjoxMDAwfX19?signature=e6746f35cca1c68616ac5bfac945af814c50f6296a2417f499edbb913f307c85" alt="caped crusader 2 cover"></figure>
            <p>Quando debuttò nel 2024, <a href="https://www.badtaste.it/recensioni/batman-caped-crusader-stagione-1">la stagione 1</a> di <em>Batman: Caped Crusader</em> si proponeva come l&#039;erede spirituale di <em>Batman The Animated Series</em>. Prodotta proprio da Bruce Timm, uno dei creatori originali, al fianco di J.J. Abrams e Matt Reeves, lo show animato ci mise davanti un Batman alle prime armi, che si muove per una Gotham che inizia a venir popolata dai freak che la distingueranno dalle altre città del mondo DC. Ovviamente, con l&#039;esordio di un nuovo universo, arrivarono anche le <strong>critiche dei puristi </strong>per le rivisitazioni della serie (come i cambi di sesso o di etnia di alcuni personaggi). Peccato, perché la prima stagione di Caped Crusader arricchiva positivamente la libreria di serie animate di Prime Video, tant&#039;è che lo show è stato rinnovato praticamente subito.</p><p>La stagione 2 ha invece debuttato, con tutti i suoi dieci episodi, lo scorso 31 luglio - e purtroppo, vuoi per la sovresposizione di <em>Spider-Man: Brand New Day</em> al cinema, vuoi per l&#039;estate (anche se la prima stagione era uscita ad agosto), <strong>non ha ancora avuto la risonanza che merita</strong>. La serie di Bruce Timm continua però per la sua strada e mette l&#039;acceleratore sulle scene sadiche e violente, mostrando aspetti ancora più truci di questa nuova Gotham. Scopriamo insieme luci e ombre di questa stagione 2 e perché non potete perdervi <em>Batman: Caped Crusader</em>.</p><h2><strong>Gotham, Anno Due</strong></h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/batman-caped-crusader-2-la-recensione-della-serie-animata-di-batman-che-nessuno-sta-guardando">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Batman: Caped Crusader torna con la stagione 2, con il debutto di Joker e di altri cattivi iconici</summary>
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        <title>The Shards, la recensione: tradire o non tradire il romanzo di Bret Easton Ellis? </title>
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        <updated>2026-08-06T10:31:03+00:00</updated>
        <published>2026-08-06T10:30:39+00:00</published>
        <author>
            <name>Maurizio Ermisino</name>
        </author>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDU2ODFcLzEwNF9JTUdfNjE4Mi5qcGVnIiwiZWRpdHMiOnsicmVzaXplIjp7IndpZHRoIjoxMDAwfX19?signature=9ae5202e34e3e58e270040be8e6d9c9b711bb29805d61be0e678200db31d8df8" alt="104_IMG_6182"></figure>
            <p>“La gente ha paura di cacciarsi nella mischia delle autostrade di Los Angeles. È la prima cosa che sento dire al mio ritorno in città”. Sono le prime righe di Meno di Zero, il fulminante romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, del 1985. Partiamo da qui per raccontarvi The Shards, la serie tratta dall’ultimo romanzo di Ellis, uscito in Italia con Einaudi nel 2023 con il titolo Le schegge. Lo show adattato da Ryan Murphy e dallo stesso Ellis è in streaming su Disney+ dal 6 agosto. <strong>The Shards vede in scena un giovane Bret Easton Ellis nel 1981</strong>, intento nella scrittura di quel suo primo romanzo, Meno di Zero, ed è per questo che tutto ha un fascino così particolare. </p><p>È un libro che ci proietta nel momento della creazione di quel romanzo eccezionale. Ed è un protagonista che è proprio lui, lo scrittore, colto a quei tempi - anche se tutto quello che gli accade è pura finzione. È per questo che eravamo molto curiosi di vedere la serie tratta da The Shards: curiosi di capire se anche la serie potesse portarci in quel mondo. Per lunghi tratti, <strong>la serie di Ryan Murphy sembra davvero ricreare le atmosfere del libro</strong> - e anche rendere giustizia a Meno di Zero, il cui adattamento filmico di fine anni Ottanta non era stato all’altezza. Però…</p><h2>Chiedi chi era Robert Mallory</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/the-shards-la-recensione-tradire-o-non-tradire-il-romanzo-di-bret-easton-ellis">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Ryan Murphy porta l&#039;opera di Bret Easton Ellis sul piccolo schermo con una limited series in streaming su Disney+. Ecco le nostre considerazioni su The Shards.</summary>
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        <title>HOKUM, la recensione: quando il mostro è solo una colpa travestita</title>
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        <updated>2026-08-05T12:23:19+00:00</updated>
        <published>2026-08-05T12:23:16+00:00</published>
        <author>
            <name>Gabriella Giliberti</name>
        </author>
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            <figure><img src="https://media.badtaste.it/eyJidWNrZXQiOiJyZWFsbHliYWQiLCJrZXkiOiJtZWRpYS1saWJyYXJ5XC80MDU4MDBcL2hva3VtY292ZXItMS5qcGciLCJlZGl0cyI6eyJyZXNpemUiOnsid2lkdGgiOjEwMDB9fX0=?signature=0880e7dec280bfddd22a1d0fa561a761c03e5c3a427a3f7554f67785e8025c65" alt="hokumcover-1"></figure>
            <p>Damian McCarthy ha costruito in pochi anni una filmografia coerente, fatta di case infestate che sono sempre, in fondo, <strong>teste infestate</strong>: prima con <em>Caveat</em> (2020), poi con <em>Oddity</em> (2024), il regista di Cork ha dimostrato una capacità rara di piegare gli stilemi dell’horror popolare verso un discorso più intimo, quello della colpa e del lutto irrisolto. </p><p>Con HOKUM, al cinema in Italia dal 5 agosto con Lucky Red dopo l’anteprima mondiale al SXSW, McCarthy compie <strong>un ulteriore passo di maturità</strong>, portando il proprio cinema fuori dalle mura di una singola casa per rinchiuderlo in un luogo altrettanto claustrofobico e ancora più carico di storia: un albergo isolato nella campagna irlandese, dove ogni corridoio custodisce un segreto e ogni oggetto d’antan, dal televisore a tubo catodico alle pendole da tavolo, racconta un tempo fermo, incapace di guarire.</p><h2>Affrontare i demoni del passato per scrivere il presente</h2>
            <p><a href="https://www.badtaste.it/recensioni/hokum-la-recensione-quando-il-mostro-e-solo-una-colpa-travestita">Continua a leggere&hellip;</a> </p>
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        <summary>Damian McCarthy conferma con il suo terzo film la propria vocazione al folk horror gotico e firma l&#039;opera più matura di una filmografia già solidissima, usando il fantastico irlandese per raccontare il lutto, la colpa e il bisogno (tutt&#039;altro che scontato) di lasciarsi salvare.</summary>
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