Così è la vita e la malinconia di Aldo, Giovanni e Giacomo

Azzardiamo un’ipotesi: probabilmente, in una realtà alternativa senza internet e senza i meme, Aldo, Giovanni e Giacomo sarebbero scomparsi nel dimenticatoio.

E invece nel nostro mondo le dinamiche della vitalità della rete, i tormentoni memetici, le caricature semplici che raccontano però emozioni complesse, hanno tenuto a galla la comicità del trio negli anni. Non come una farebbe una scialuppa, ma come una vera e propria crociera. Ed è per questo che oggi, anche dopo molti film sbagliati, il “brand” Aldo, Giovanni e Giacomo è ancora apprezzato come non mai. E in questa storia c’entra un loro film “minore” (come riuscita): Così è la vita.

Amatissimi da sempre (i loro film furono i campioni di incassi della stagione tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000), la loro forza al cinema è invecchiata parecchio. Non nelle gag, bensì nella struttura narrativa. Ma la loro capacità di raccontare le idiosincrasie e i vizi della “persona comune” è ancora intatta. Visto oggi, il loro secondo film, Così è la vita, si rapporta al precedente Tre uomini e una gamba come un sequel “morale”, da intendersi come legato allo stile e non – ovviamente – alla trama. Ma anche un secondo film un po’ meno scorrevole e appesantito. Non raggiunge mai la forza del loro primo film e si adagia su una struttura ancora più convenzionale. Eppure nei momenti più slegati dalla trama, come una cena romantica o un parto in strada, il film si dimostra ancora oggi potente e freschissimo. 

La storia in un viaggio

La storia di Aldo, un carcerato in fuga, accompagnato nel suo viaggio dal poliziotto Giacomo e dall’inventore di giocattoli Giovanni non trova mai una comicità uniforme. Tanti momenti che, come sketch teatrali, sono legati tra di loro da un filo molto sottile. È sempre stato questo il punto debole del trio ma, al contempo, rappresenta la vera scelta stilistica che gli ha permesso di adattarsi alla grande ai tempi contenuti di internet e di YouTube. Difficilmente si ricordano le trame dei loro film. Impossibile però dimenticare i singoli momenti.

 

 

Così è la vita, pur essendo il minore di un’ideale trilogia (chiusa da Chiedimi se sono felice) ha però alcuni meriti. Arrivato nel 1998 con incassi record è il film che più ha aiutato a stabilire alcuni codici più significativi per la comicità del trio.

Il cinema di Aldo, Giovanni e Giacomo ha una piccola, ma significativa, contraddizione al suo interno. E in questo film la vediamo più che mai. La sua comicità è legata ai luoghi fisici statici (una macchina, una panchina, il cinema, una casa), ma usa spessissimo il viaggio come strumento della trama. Sono forse le due anime, quella teatrale e quella cinematografica, che si parlano.

È la base della narrativa. Un viaggio di tre eroi che, attraverso il cambiamento del luogo fisico, porterà ad un cambiamento di abitudini e quindi di carattere. Nulla di nuovo. Eppure, sin qualche modo, non smette di attirare per la sua semplicità.

I tre personaggi sono intimamente legati alla città di Milano. In ogni film, e nella definizione “a tutto tondo” del loro stile, Aldo è il nostalgico. Milanese mai integrato, portato per indole verso un sud irraggiungibile. Giovanni la città ce l’ha nel sangue, nelle movenze e negli atteggiamenti. Mentre Giacomo ne viene schiacciato, non la comprende, la vive come un inetto perennemente in bilico tra successo e infelicità. 

E allora serve un viaggio per ritrovare i luoghi dell’anima. 

In Così è la vita lo spostamento è letteralmente una fuga. Prima forzata (il sequestro), poi spontanea, accettata e voluta. E attraverso il viaggio tre persone incompatibili tra di loro, trovano un legame che gli aiuterà a migliorarsi rispettivamente le vite. È un topos usato e abusato (i francesi, ad esempio, sono molto bravi in questo tipo di cinema). Ma Aldo, Giovanni e Giacomo riescono a bilanciarlo su un tono dolceamaro che diventerà simbolo della loro produzione.

 

Così è la vita

Un tono dolceamaro

Dopo qualche visione, e molti anni, Così è la vita appare più come una lettura malinconica dell’esistere che una risata liberatoria. Dalle musiche dei Negrita, all’inquadratura finale (quella sì, riuscitissima), il film trasuda rassegnazione. I tre personaggi “sono vissuti” dalla vita stessa, ne sentono le fatiche. Siamo lontani però dalla passività di fantozziana memoria, dove la sfortuna era una nuvola che segue il ragioniere senza che questo se ne scansi. Aldo, Giovanni e Giacomo agiscono e falliscono in un ciclo continuo. Nel film non riusciranno mai a trovare il successo, a ottenere giustizia o vendetta (non in questa vita). Troveranno altro: l’amicizia.

O forse loro stessi.

E questa vitalità trasuda anche dalla (finta) scritta che attesta il film come “una storia vera”. Così non è, chiaramente. Ma l’inganno per il pubblico è funzionale tanto quanto il prologo (altra cifra stilistica) totalmente metacinematografico. Noi guardiamo un film in cui carcerati guardano un film su finti carcerati. È qui il cuore della prima parte della carriera del trio. Un’ambizione di autorialità, l’unica forse in una produzione molto leggera e vincente nel non voler essere più di quello che è: ovvero il tentativo costante di parlare della vita vera con le risate. Noi guardiamo una finta storia autentica, proprio come i detenuti guardano un (finto) film. E solo pensando, anche se solo per un attimo, che le disavventure possano essere accadute veramente, ridiamo dell’assurdità di ciò che vediamo sullo schermo. E quindi sorridiamo a noi stessi.

Tre uomini e una gamba, Così è la vita e Chiedimi se sono felice sono su Disney+.