Il magro, il nero e il grasso

È la Notte Delle Stelle del 2007. Si chiamano tra loro il magro, il nero e il grasso. Alejandro González IñárrituGuillermo Del ToroAlfonso Cuarón, si presentano a quell’Oscar non solo come amiconi messicani cresciuti praticamente insieme. Sono tre registi di tre film presenti quel 25 febbraio al Kodak Theatre con 16 nomination. 7 per Babel, 6 per Il Labirinto Del Fauno e 3 per I Figli Degli Uomini.
Un dramma sulla globalizzazione del dolore, un film sospeso tra fantastico e storico e… una pellicola di fantascienza uscita in poche copie negli Usa il 25 dicembre 2006 (il 17 novembre in Italia).
Ma, rivisto oggi ovvero dieci anni dopo, I Figli Degli Uomini pare parlare del nostro presente.

Al cuore Cuarón, al cuore!

L’eclettico regista messicano sa che la sua fantascienza distopica deve essere viscerale, sentimentale e poco propensa all’esaltazione della tecnologia. Un Brazil più selvatico. Un Blade Runner meno poderoso. Liberissimo adattamento dall’unico romanzo di fantascienza dell’inglese P.D. James (il regista si rifiuta di leggerlo), è una produzione Universal da 76 milioni di dollari che Cuarón immagina nei minimi dettagli mentre dirige per la Warner Harry Potter E Il Prigioniero Di Azkaban (2004). Londra, 2027. Il cielo è grigio (come oggi), l’Europa è scossa dagli attentati terroristici (come oggi), gli immigrati vengono deportati (come oggi), le donne non fanno più figli (come le europee di oggi), le nazioni sono crollate, le opere d’arte vengono distrutte, cantori dell’Apocalisse dominano lo scenario politico (come oggi). I Figli Degli Uomini si apre con un’esplosione lancinante nel pieno centro londinese. Come in Brazil di Terry Gilliam. Come accade a Londra nella realtà il 7 luglio 2005, solo cinque mesi prima che si battesse il primo ciak in una capitale britannica pre-Brexit. Theodore Fador (Clive Owen) da giovane era un idealista. Nel 2027, invece, è un nichilista. Si aggira nel suo calviniano inferno dei viventi come un detective privato dei ’40. Serenamente disperato e impermeabile a tutto, come il suo trench multiuso. Quando la donna che amava lo contatta per portare in salvo una ragazza di colore, Theodore accetta riluttante per i soldi entrando in una spirale di violenza e doppi giochi. L’ex amata Julian (Julianne Moore) è il leader del gruppo terroristico dei Pesci. Le pallottole volano più veloci delle parole, le città sono campi di battaglia come Baghdad e Aleppo, la dolcezza e l’ironia non hanno più posto (Michael Caine è un simpaticissimo hippie trattato da tutti come un dinosauro). La colonna sonora (King Crimson, John Lennon, Deep Purple, Pink Floyd evocati nell’immagine di un maiale gonfiabile in cielo) è la nostalgia per il rock progressista di ieri, mentre i piani sequenza della coppia Cuarón-Lubezki sono il meraviglioso virtuosismo del cinema del 2006 (e pensare che i due si sarebbero superati con Gravity). Durante il piano sequenza più lungo e complesso, l’obiettivo della cinepresa si sporca di sangue come Spielberg aveva voluto che accadesse in Salvate Il Soldato Ryan. Per Cuarón, invece, è un errore cui non si può rimediare per via di una schedule complicatissima dentro una produzione difficile per via di una Universal che più passava il tempo, meno credeva al progetto. I Figli Degli Uomini è un film pieno di miracoli con l’unico difetto di somigliare troppo a Brazil e Blade Runner (la sensuale virilità di Clive Owen ricorda assai il Rick Deckard di Harrison Ford). La speranza si potrebbe risvegliare in noi come in Theodore nel bellissimo finale in cui l’antieroe nichilista si affida a un futuro affidato a nuove generazioni e nuovi bimbi affidati alle acque (in questo 2027 non nasce un pargolo da ben 18 anni).
La testa ci dice che la distòpia è l’unico futuro che ci sia?
Allora I Figli Degli Uomini decide di sparare più in basso.
Al cuore Cuarón, al cuore!

Il figlio de I Figli Degli Uomini

A quell’Oscar il film non vince niente (in Concorso a Venezia aveva ottenuto solo uno striminzito Miglior Fotografia per Lubezki). Babel 1 (Colonna Sonora), Il Labirinto Del Fauno 3 (Fotografia, Scenografia, Trucco), I Figli Degli Uomini ZERO.
Al botteghino è una delusione. Non basta la critica. Cuarón è al tappeto.
Passano gli anni e il messicano prima si lecca le ferite, poi metabolizza, infine si rialza alla grande cercando un nuovo spazio per sé e il suo cinema ambizioso ma personale.
Stavolta si andrà tra le stelle per riportare con i piedi sul Pianeta Terra una donna isolata dal resto del mondo dopo la perdita della sua bambina (era una Lei che nasceva alla fine de I Figli Degli Uomini).
Quel tipo di fantascienza distopica senza spiegoni, sofisticata e quindi dannatamente realistica per non dire brutalmente quotidiana… diventa nel 2011 Black Mirror di Charlie Brooker.
È forse lui, Charlie, il figlio più bello de I Figli Degli Uomini.
Un film del 2006 che parlava già di oggi.
Già di noi.