Volete godere di un’esperienza di binge watching estremo senza dovervi avvicinare neanche per sbaglio a una serie TV da dieci stagioni da venti episodi da un’ora l’uno? Netflix è qui per voi, visto che sulla piattaforma è sbarcato finalmente Il ritorno del re, il terzo film della trilogia dell’anello e ultimo pezzo mancante del mosaico che nel 2003 elevò Peter Jackson a divinità del fantasy cinematografico e la trasposizione dell’opera di Tolkien a metro di paragone da usare per ogni produzione di genere uscita successivamente.

Se mettete su La compagnia dell’anello alle 10 del mattino e contate nel budget anche un paio d’ore tra pausa pranzo, pausa bagno e pausa sigaretta (se fumate), arriverete alla fine del Ritorno del re in tempo per andare a letto presto, con le lacrime agli occhi e il cuore rigonfio di gioia. E la cosa miracolosa dell’opera di Jackson è che proverete gran parte di queste emozioni negli ultimi minuti del terzo film, quelli che tirano le fila di un’epica costruita lentamente e minuziosamente nel corso di nove ore di girato, quelli dove tutto quello per cui avete tifato, urlato, sofferto ed esultato fin lì trovano la loro risoluzione – o meglio le loro risoluzioni, una dopo l’altra, come un sendoff da ultimo episodio di serie TV, e come d’altra parte succedeva anche nel romanzo di Tolkien, i cui ultimi capitoli sono una collezione di addii e di chiusure di archi (E LA MIA ASCIA!) scritti per farci rimpiangere un personaggio dopo l’altro.

Se La compagnia dell’anello è un film che apparecchia tavole, e Le due torri il più classico dei “secondi capitoli” (il più ricco narrativamente, ma anche il più incompleto, impossibile da considerare in un vuoto senza quello che è venuto prima e che verrà dopo), Il ritorno del re è un film di climax e di scene madre: Jackson aveva una tale voglia di costruire tre ore e passa di spettacolo dopo spettacolo da scegliere di spostare un’intera sequenza, una delle più sconvolgenti del romanzo, dalla fine del secondo film al primo atto del terzo (parliamo di Shelob e della “morte” di Frodo, ovviamente). E da lì, da quello che nel romanzo di Tolkien era il cliffhanger che concludeva il secondo libro, comincia nel film una smitragliata di momenti passati alla storia del cinema, imitati da più o meno chiunque si sia cimentato con il genere da lì in avanti (se Jackson avesse potuto brevettare il suo “campo lungo dall’elicottero di gente che cammina sul crinale di una montagna” ora sarebbe ricco, cioè, più ricco di quanto già non sia) e talmente potenti da far passare in secondo piano il fatto che spesso si discostano dal testo originale in maniera significativa.

Fu davvero lesa maestà?

Ed è proprio su questo dettaglio che vale la pena soffermarsi riguardando Il ritorno del re. Quando il film uscì moltissimi appassionati di Tolkien (tra cui chi sta scrivendo queste parole) se la presero un po’ per come Jackson aveva deciso di trattare tutto quello che succede dopo la distruzione dell’Anello. Il motivo è semplice: Il signore degli anelli è prima di tutto un romanzo di formazione, una parabola di crescita di quattro sempliciotti che abbandonano i rassicuranti confini della loro terra natìa per addentrarsi nel vasto mondo là fuori, e che ne tornano cambiati, migliorati, cresciuti. E quel dolorosissimo epilogo, con la Contea distrutta da Saruman e il Male che trova il tempo per un ultimo colpo di coda, e con il power trip degli hobbit che ormai esperti guerrieri risolvono la situazione tirando delle gran mazzate, è anche quello che dona senso alle mille e passa pagine precedenti, la chiusura di un cerchio apertosi nel momento in cui Sam Gamgee si rende conto che “se faccio un altro passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”.

Jackson decise di rinunciare a tutto questo (è il suo vero peccato originale, altro che “ma non c’è Tom Bombadil!”) e di puntare su altro, trasformando il suo Signore degli anelli nella storia di Aragorn prima che di Frodo, nella vicenda di un eroe dimenticato che riscopre il suo legittimo posto nel mondo e dà inizio a una nuova era di pace e prosperità, per stabilire la quale gli hobbit sono prima di tutto uno strumento – se volete la conferma provate a confrontare la scena del matrimonio e incoronazione di Aragorn com’è descritta nel libro e come viene presentata nel film. Come dicevamo sopra, la scelta fece arrabbiare parecchi appassionati, eppure a riguardare oggi con quel minimo di distacco emotivo e critico la trilogia di Jackson è chiaro che quelli erano i suoi piani fin dall’inizio, che la sua intenzione era quella di raccontare la sua versione della leggenda narrata per primo da Tolkien, non di replicarne pedissequamente la struttura.

È un gesto arrogante, certo, una mossa autoriale fortissima che per qualcuno potrebbe anche puzzare di lesa maestà; ma è anche in linea con il carattere, appunto, leggendario del romanzo di Tolkien, del suo racconto di un’epoca passata/perduta filtrato dagli anni e dalla fallibilità della narrazione orale (sì, lo sappiamo che stiamo parlando di un romanzo, ma non vi fissate sui dettagli). È la stessa storia raccontata da un altro punto di vista, uno dei tanti possibili quando si è di fronte a un’opera così complessa; da qualche parte nel multiverso c’è una versione della Terra dove Peter Jackson ha raccontato la storia della distruzione dell’Anello dal punto di vista degli ultimi Elfi rimasti sulla Terra di mezzo, o da quello dei contadini di Rohan che poveracci tutto quello che hanno esperito a riguardo è stata la distruzione dei loro raccolti e la morte dei loro cavalli.

Chissà come sarebbe Il signore degli anelli visto dal punto di vista dei cavalli.