Emergendo dal nero sulle note di un accordo di organo firmato da Arvo Pärt, un coccodrillo entra lentamente nell’acqua torbida di una palude, simbolo di potenza ferina e possibile presagio della violenza incombente sulle incontaminate terre che la macchina da presa accarezza. Una voce maschile si sovrappone alla musica: “Cos’è questa guerra nel cuore della Natura?”. Così inizia La sottile linea rossa, di cui oggi ricorre il ventennale dall’uscita (esordì nelle sale il giorno di Natale del 1998). Più che un film, un monumento poetico, arrivato a quattro lustri dal precedente lavoro di Terrence Malick – il disastroso, commercialmente parlando, I giorni del cielo – e che, sin dalle prime battute, pone l’accento sul messaggio di cui il cineasta si fa profeta.

La guerra nel cuore della Natura cui accenna la voice over del soldato Witt (Jim Caviezel) ha una doppia valenza: accenna infatti ai conflitti interni al mondo selvaggio, con forze primordiali contrapposte quali luce e tenebra, terra e mare, vita e morte, provenienti tutte dalla medesima mente ancestrale; è però anche un riferimento immediato allo scontro bellico di Guadalcanal raccontato nel film, basato sull’omonimo romanzo-fiume di James Jones. Uno scontro che irrompe sullo schermo in forma di nave da guerra dopo l’idilliaco prologo, che vede il disertore Witt immerso nella quiete di un villaggio melanesiano. Come il soldato, anche lo spettatore viene trascinato via a forza dal paradiso per essere scaraventato nell’inferno della seconda guerra mondiale, filtrato attraverso i diversi sguardi dei membri della compagnia di fucilieri Charlie, comandata dal mite capitano Staros (Elias Koteas) agli ordini dell’arrogante colonnello Tall (Nick Nolte).

La sottile linea rossa

Trasposto in una sceneggiatura che conta inizialmente circa trecento pagine, il romanzo di Jones dà a Malick l’occasione di spiccare il volo rispetto ai dettami del cinema di guerra, librandosi sopra la pedissequa ricostruzione delle azioni offensive per elevare La sottile linea rossa a dramma corale che riflette sul senso più profondo dell’esistenza. Molti i tagli operati dal regista per ridurre la sua ideale versione di sei ore ai centosettanta minuti definitivi, a scapito di attori totalmente cancellati (Mickey Rourke, Gary Oldman, Martin Sheen e Viggo Mortensen sono alcuni tra i volti di cui non è rimasta traccia). Nella composizione del suo ambizioso mosaico, Malick screma i dialoghi riducendoli all’osso e si concentra sul flusso di coscienza dei soldati, confermando la voice over come propria cifra stilistica.

Rispetto a La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978) in cui questo stilema era affidato a una sola voce femminile, La sottile linea rossa rinuncia alla singolarità preferendole un’inedita polifonia. Per la prima volta, Malick offre al pubblico una pluralità di punti di vista che vanno a sovrapporsi alla narrazione tradizionale: eppure, sebbene ci sia sempre chiaro a chi appartenga la voce che stiamo ascoltando, la suggestione ricevuta è talvolta accostabile a un’unica, poliedrica coscienza. Certo, alcune voci spiccano rispetto ad altre, come quella di Witt o della sua controparte cinica, il sergente Welsh (Sean Penn), o i già citati Tall e Staros, o ancora il dolce soldato Bell (Ben Chaplin), cui l’amore per la moglie lontana (Miranda Otto) infonde coraggio nella furia della battaglia, ma nessuna prevale sull’altra, fondendosi in una sorprendente sinfonia di caratteri.

La sottile linea rossa

Disgraziatamente messo in ombra dal più accessibile e furbo Salvate il soldato Ryan uscito poche settimane prima, La sottile linea rossa è un film di guerra nella stessa misura in cui l’Iliade è un poema di guerra: il tono usato da Malick non è quello del racconto storico, bensì quello dell’epica, della lirica e della filosofia. Come già fatto da Omero, il conflitto bellico diviene vaso di Pandora per altre e alte tematiche, e i membri della compagnia di fucilieri assumono connotati assimilabili a quelli degli eroi tragici greci. Il senso del dovere, la perdita dell’innocenza, il rapporto con il divino, la pulsione erotica, la sete di violenza, il rimorso e il sacrificio di sé: ecco ciò che Malick vuole raccontare, al di là della battaglia del monte Austen attorno a cui ruotano le vicende dei protagonisti.

Inoltre, nel primo dialogo con il sergente Welsh, Witt confessa di aver assistito al trapasso della madre senza ricevere alcun conforto dal suo presunto ricongiungimento con Dio. “Ho sentito la gente parlare dell’immortalità, ma non l’ho mai vista. […] Spero solo di poter fronteggiare la morte nello stesso modo in cui ha fatto lei, con la stessa… calma. Perché è lì che è nascosta, l’immortalità che non ho mai visto.” In queste parole, Malick racchiude la chiave di lettura dell’intero film, volto a una pacificazione – non solo di Witt, ma dell’intera compagnia Charlie – nei confronti della morte; una riconciliazione sofferta, che passa per una strada costellata di orrori e che risulta preclusa a chi, quella morte, non l’abbia guardata in faccia.

la sottile linea rossa

“Le è mai morto qualcuno tra le braccia, signore?” chiede Staros al tracotante Tall che sta per sollevarlo dal suo incarico. Due volti della stessa guerra, due opposti approcci alla morte destinati allo scontro: Tall incarna l’ambizione di chi conosce la morte per sentito dire e, per la propria frustrazione, costringe gli altri a una spietata macellazione; Staros simboleggia la pietas dell’uomo giusto (ci viene ricordato più volte che è avvocato) che contravviene agli ordini per salvare dal massacro quei soldati che sono, a tutti gli effetti, la sua famiglia. Il suo atteggiamento coscienziosamente disobbediente di fronte a un’autorità ottusa ha echi che rimandano all’Antigone di Sofocle, e non è casuale che Malick abbia tramutato il personaggio ideato da Jones in un greco (nel romanzo il capitano è un ebreo americano).

Accanto ai capisaldi del pensiero occidentale – la dottrina cristiana e la cultura classica – non mancano legami con il pensiero filosofico contemporaneo di cui Malick è fine conoscitore: l’ispirazione primaria è Martin Heidegger, il cui concetto di consapevolezza della mortalità è alla base della psicologia di alcuni protagonisti, in primis Witt. Il terrore sparisce in favore di una rassegnata pace nel momento della propria estinzione, unico istante in cui si possa intravedere l’immortalità. Questa esperienza di accettazione percorre tutto il film e, paradossalmente, fornisce il terreno ideale per il dramma sanguinoso e crudele della guerra. In particolare inquadra il personaggio di Welsh, che ha a cuore l’angelico Witt più di quanto voglia ammettere con se stesso, ma persiste fino alla fine del film nella convinzione nichilista che tutto, a questo mondo, sia una bugia (le sue ultime parole sono: “Sei in una scatola, una scatola in movimento. Ti vogliono morto o dentro la loro menzogna.”)

la sottile linea rossa

Welsh e Witt testimoniano le medesime atrocità, ma laddove il primo vede solo il dolore causato dall’egoismo umano, il secondo percepisce la “scintilla” nel cuore degli uomini; il suo disinteressato coraggio in combattimento e la sua compassione per il nemico sono guidate dalla percezione di un bene, di una bellezza che va al di là dell’orrore contingente. Nel loro ultimo dialogo, Witt dice di vedere ancora una scintilla in Welsh. Sebbene incapace di comprenderne appieno la visione del mondo, il sergente nasconde dietro l’apparente durezza un profondo affetto, forse addirittura un amore per Witt: non può vedere il suo “mondo”, ma non è neppure in grado di isolarsi dal dolore come vorrebbe. Il dissidio interiore di Welsh, intuiamo, è il più intenso che La sottile linea rossa racconti: in ginocchio dinnanzi alla tomba di Witt, il sergente in lacrime chiede “dov’è adesso la tua scintilla?”. Una domanda – rivolta all’amico o, più probabilmente, a se stesso – cui il soldato morto risponde nell’ultima scena con un’estrema dichiarazione d’amore per il Creato: “Tutto risplende.”

Nella contrapposizione tra Welsh e Witt emerge l’impronta filosofica della filmografia malickiana: all’ostentato cinismo del primo – di cui ci vengono mostrati, tuttavia, atti di grande umanità – corrisponde la serafica calma del secondo, animato da una spiritualità balsamica tanto per lui quanto per coloro a cui s’accosta, americani o giapponesi che siano. Sei anni prima di vestire i panni di Gesù in La passione di Cristo, Caviezel incarna già – e più efficacemente – un ideale cristologico compiuto (un flashback ce lo mostra bambino mentre fa un gesto involontariamente benedicente con la mano). Guadalcanal è la Gerusalemme dove si compirà il suo fato, il campo di battaglia è il Getsemani in cui mette a nudo le proprie paure; infine, la giungla diviene il Calvario dove l’eroe s’immola per salvare i compagni, altrimenti destinati al macello da una strategia suicida.

La sottile linea rossa

A dispetto della componente più metafisica, La sottile linea rossa tocca anche nodi terreni, soprattutto nei vividi ricordi di Bell che rievoca le effusioni con la moglie. A Malick non interessa però raccontare un’ennesima love story in tempo di guerra, ma piuttosto metterne in risalto le ripercussioni sulla psiche del soldato come fonte di coraggio nei momenti ardui e, sul finale, di disillusione quando la sposa lontana, innamoratasi di un capitano dell’aviazione, chiede al marito il divorzio. È questo l’unico, potente slancio erotico sopravvissuto al labor limae di Malick, che negli ingenti tagli al personaggio del caporale Fife (Adrien Brody), inizialmente concepito come protagonista, elimina anche la tormentata relazione omosessuale tra quest’ultimo e il giovanissimo Beade (Nick Stahl): del loro legame e del relativo dramma dell’accettazione di sé resta solo la toccante scena della morte del ragazzo che, morente, chiede a Fife di tenergli la mano.

Scremature curiose, forse opinabili, figlie della necessità di dare all’opera un afflato universale, epurando la mastodontica sceneggiatura iniziale – assai fedele al testo di Jones – da elementi che portino lo spettatore in territori non strettamente funzionali al messaggio da veicolare. Al di là dell’identità più o meno definita delle voci che compongono il grande coro di La sottile linea rossa, percepiamo come persino in personaggi disincantati come Tall, Welsh o Keck (Woody Harrelson) sia sempre Malick a parlare: è il suo sguardo sulla Storia, che vive nella struggente bellezza dei paesaggi naturali, impassibili cornici di una sciagura di sangue e follia, nella parola e, più in generale, nel tessuto sonoro del film. Il mistero della morte si riflette anche negli accordi della colonna sonora di Hans Zimmer, tutta giocata su sospensioni armoniche che rifuggono ogni compimento per mantenersi in un limbo di introspettiva incertezza.

La sottile linea rossa

Come detto, La sottile linea rossa si apre con un coccodrillo che si immerge in uno stagno (la bestia ricompare brevemente verso la fine del film, catturato da alcuni soldati). La guerra nel cuore della Natura enunciata da Witt in apertura torna nelle parole di Tall in procinto di licenziare Staros; il colonnello liquida la brutalità del conflitto in atto indirizzando l’attenzione del capitano verso la spietatezza della vegetazione: “Guardi questa giungla, quei rampicanti, il modo in cui si intrecciano intorno ai rami, soffocando tutto. La Natura è crudele, Staros.” Crudele o meno, il contrasto tra la straziante, meravigliosa bellezza del Creato e la carneficina costella La sottile linea rossa, alternando corpi dilaniati e carne bruciata al lirismo del paesaggio, spari a versi animali, vento sull’erba, moto ondoso del mare e del fiume.

la sottile linea rossa

L’essenza ultima della Natura è, per Malick, un potere ineluttabile, una forza misteriosa che incornicia il conflitto bellico restando indifferente alle passioni degli uomini; un concetto a tratti spiazzante, ma assimilabile alla calma che ravvisiamo negli occhi di Witt nel momento che ne precede la morte. Se la serenità di fronte alla caducità dell’esistenza è la cornice del dramma umano di La sottile linea rossa, la Natura ne è il massimo contenitore, tanto potente da eclissare talvolta gli orrori vissuti dai protagonisti. L’inquadratura finale mostra una noce di cocco caduta sulla spiaggia, da cui spunta una foglia verde che attesta, in un certo senso, la persistenza della vita dopo l’eccidio cui abbiamo assistito: una manifestazione “altra” della scintilla percepita e inseguita da Witt, nonché la chiosa ideale di un irripetibile capolavoro poetico, che celebra la bellezza in un mondo offuscato dalla barbarie.