Quando l’uomo che rapisce il figlio di Mel Gibson incontra il figlio di Mel Gibson, l’uomo che rapisce il figlio di Mel Gibson è un uomo morto

“Questa sera alle 20:30 su Italia Uno”

Chissà come dev’essere davvero il mestiere di “persona che sceglie cosa caricare su Netflix questa settimana”. Gli ordini arrivano dall’alto e costui o costei si limita a eseguire? La cadenza delle pubblicazioni è dettata da un algoritmo? C’è un calendario da qui al 2025 o le uscite si improvvisano di mese in mese? A chi appartiene davvero il potere decisionale?

Più specificamente e parlando solo di questi ultimi giorni: a chi è venuto in mente di andare a ripescare Ransom – Il riscatto e gettarlo nel calderone delle nuove uscite a fianco di Venom e La Mummia?

Ransom è uno di quei film che escono, incassano un sacco di soldi e qualche buona recensione, e lì rimangono: niente sequel, niente remake, niente rivisitazioni o riletture, solo un thriller di stralusso fatto da gente che respira cinema e che, 24 anni dopo la sua uscita, è ancora sostanzialmente perfetto, intoccabile e gelido come un cadavere. Non è accompagnato da storie produttive di alcun genere, non ha avuto veri eredi – anche se allargando il campo e uscendo dai confini del cinema c’è un certo Heavy Rain che… –, non ha generato polemiche né ha bisogno di letture complesse o di interpretazioni sulle quali si discute ancora oggi. È un gran film fatto per intrattenere e incassare soldi, e fa alla perfezione il suo dovere senza preoccuparsi di nient’altro; è un puro e semplice pezzo di bravura, e nel 2020 è una boccata d’aria fresca.

Io ti troverò

Se avete più di trent’anni vi ricorderete sicuramente tutto anche solo perché vi è capitato di intercettare Ransom una sera su Italia Uno quando non avevate di meglio da fare, ma in breve va così: Mel Gibson è un miliardario un po’ maneggione che ha pagato della gente per evitarsi problemi con l’FBI; una persona non meglio specificata almeno per i primi trenta minuti di film decide così di rapire suo figlio e chiedergli due milioni di dollari di riscatto, nella convinzione che un tizio che ha pagato per salvare la sua compagnia aerea farà lo stesso per suo figlio. Le cose non vanno esattamente così e Ransom diventa così una caccia all’uomo dove le forze dell’ordine sono un impiccio e il vero scontro è più una battaglia di cervelli in quota Sherlock/Moriarty dove Mel Gibson e il rapitore di suo figlio fanno a gara a chi riesce a dimostrarsi più sveglio dell’altro.

C’è ovviamente molta più carne al fuoco di così. C’è l’FBI, nella figura di Delroy Lindo, che approccia il caso con eccesso di professionalità e carenza di fantasia, perché sotto sotto Ransom è l’antenato dei vari Taken e Man on Fire nei quali a risolvere la situazione non sono le forze dell’ordine ma un padre infuriato (c’è pure una prima bozza dell’arcinoto momento “telefonata di Liam Neeson ai rapitori”). C’è Rene Russo che fa Kate, la moglie di Mel Gibson (che nel film si chiama Tom), inserita solo per giustificare il fatto che Mel Gibson abbia un figlio ma alla quale sono comunque dedicate un paio di scene madre. C’è il resto della banda di rapitori (che comprende tra l’altro un giovanissimo Leiv Schreiber), protagonista di qualche sequenza che vorrebbe umanizzarli e mostrarceli faccia a faccia con la loro coscienza.

Ma più di tutto ci sono Mel Gibson e (lo diciamo, via) Gary Sinise, che si inseguono per tutto il film e che non hanno intenzione di cedere un millimetro nella loro corsa a dimostrare di essere più forti dell’altro. Il loro è uno scontro che inizia con un rapimento ma che presto degenera in qualcosa d’altro, di ancora più personale ed esistenziale; luce e ombra, ricco e povero, ma anche yin e yang, il presunto bene che porta in sé anche il seme del male e viceversa il male che forse ha un cuore e un orgoglio. Tutto il film è costruito incontro a loro e allo scontro tra i loro due mondi, che infatti culmina in un clamoroso finale dove per un istante sembra che i due opposti siano, a guardarli bene, la stessa cosa.

Ron “Mida” Howard

Tutto questo raccontato da un regista che difficilmente sbaglia un film e che, nel 1996, era in un periodo particolarmente dorato visto che arrivava da due Oscar per Apollo 13. Ransom non gliene porterà altri, ma gli porterà 300 milioni di incassi e il pollice in su di gran parte della critica americana; anche perché era difficile fare altro: il film è impeccabile, sorretto da un montaggio perfetto e da un gran ritmo narrativo, e si prende anche la soddisfazione di un paio di inseguimenti in notturna e di una sparatoria gustosamente violenta. Non ha nulla di rivoluzionario, ma è eseguito alla perfezione, e Ron Howard si fa abbastanza da parte da non rubare mai la scena ai suoi due protagonisti, in particolare a un Mel Gibson in stato di grazia. Il terzo atto, in particolare, è un trionfo registico di campi, controcampi e punti di vista, di particolari rivelatori e di sguardi furtivi, tutto concentrato sull’importanza dei dettagli e dei piccoli gesti, che riesce anche con l’immobilità a costruire più tensione di quanta già non ce ne fosse stata fino a quel momento.

In un certo senso e usando un’espressione un po’ abusata, Ransom è un film come non se ne fanno più, una storia che nasce cresce e muore nel corso di due ore e che non ha bisogno di altri capitoli o di apparati extra-cinematografici per chiudersi. È il pacchetto completo: una bella storia girata da un ottimo regista e messa in scena da grandi interpreti. È bello ricordarsi che a volte a un film non serve altro.

Ransom – Il riscatto è disponibile su Netflix