C’è una scena di collegamento fondamentale che rappresenta un cambio di passo tra il primo episodio dell’ottima, sin qui, saga di Spider-Man a gestione condivisa tra Marvel Studios e Sony. Come già nel primo film, anche in Far From Home vediamo il povero Peter Parker costretto ad abbandonare i suoi piani: la festa, il divertimento, l’occasione perfetta per godersi la sua potente cotta adolescenziale. Ovviamente, sacrifica tutto questo in nome della caratteristica e del valore che da sempre definiscono il più bizzarro super eroe di successo di ogni epoca: la responsabilità.

Stan Lee non c’è più, ma la sua idea di storia sopravvive con grande forza anche al cinema, non solo sulle pagine dei comics. Spider-Man è ancora definito dal suo senso di responsabilità e dalla necessità di imparare, nella vita, a prendersene carico. Ma il modo di guardare al concetto è tanto in continuità quanto in evoluzione.

“Per un appassionato di fumetti, questo capitolo cinematografico è tanto distante da ciò che conosce quanto gioiosamente rispettoso di tutto ciò che rende Peter Parker il personaggio che ama.”Far From Home, così come Homecoming, lascia lo storico leitmotiv dei grandi poteri implicito – quindi non lo espliciteremo neppure noi – ma quel nucleo tematico che abbiamo imparato a conoscere in decenni di episodi e saghe affidate ad autori sempre diversi è intatto nell’intelligente ed entusiasta gestione del personaggio da parte del regista Jon Watts, che conserva in questo secondo lungometraggio quasi tutti gli elementi che ci hanno fatto innamorare del primo film. Ci sono le atmosfere da teen comedy alla John Hughes; c’è un’adolescenza realistica e pienamente rappresentata nella prima parte del film, perfetta nel descriverci tutti i dubbi e le debolezze del più grande super eroe con super problemi di sempre; c’è un cast di comprimari affascinante, con MJ a prendersi sempre più il proscenio e tutti gli altri a svolgere ruoli ben definiti. Eppure Watts, conservando gli ingredienti, cambia moltissimo la ricetta e prende direzioni nuove a ogni svolta.

Per un appassionato di fumetti, questo capitolo cinematografico è tanto distante da ciò che conosce quanto gioiosamente rispettoso di tutto ciò che rende Peter Parker il personaggio che ama. Anche più che in passato. Perché si aggiungono due elementi fondamentali, perfettamente posizionati in questo film: la fiducia e il senso di colpa.

Se Tony Stark è sin dalla prima apparizione di Peter nell’Universo Cinematografico Marvel una strana figura paterna, dopo gli eventi di Avengers: Endgame ha lasciato un vuoto nella vita del giovane eroe paragonabile a quello di Zio Ben. Intelligentemente, i Marvel Studios non ci hanno riproposto il personaggio del marito di Zia May per la terza volta sul grande schermo; il ruolo di Iron Man e il suo sacrificio sono perfetti per sostituirlo e consentire a Spider-Man di mantenere un elemento fondamentale della sua identità. La morte di Stark è costante nella coscienza del protagonista, con la storia che si apre e si incardina sulla sua eredità, determinando colpi di scena e agnizioni del film. La nuova vita di Peter, quella di super eroe che deve diventare consapevole e responsabile, inizia da qui. Sinora ha vestito i mutandoni rossoblù quasi sotto tutela, sotto osservazione. Sfruttare il fatto che il suo tutore fondamentale sia perduto per dare un nuovo corso agli eventi è un’idea funzionale e appassionante, che permette di aggiornare al quadro generale dell’MCU il suo parallelo fumettistico: così diverso eppure così simile.

Il tema della fiducia corre parallelo a quello del senso di colpa e mancanza: se da un lato Peter sente la pressione del mondo che gli chiede di sostituire Stark e gli Avengers, dall’altro sa di non essere pronto per un compito tanto complesso. Dovrà apprendere un’arte complicata, perché sapere di chi fidarsi nella vita e, allo stesso tempo, imparare a fidarsi di se stesso e delle proprie abilità non è affatto facile. Si tratta di uno degli scogli fondamentali della crescita di tutti noi. E Spider-Man, everyman dei comics per eccellenza, ci rappresenta tutti quanti, in questo. Bravissimo Watts a fare quel che tanto spesso hanno fatto Stan Lee e i suoi tanti successori, seguendo una via che anche Sam Raimi aveva saggiamente intrapreso sul grande schermo: mettere in parallelo i poteri di Peter e il suo livello di autocoscienza, di convinzione dei propri mezzi. Un classico che abbiamo apprezzato moltissimo.

“Fortemente dinamico, spettacolare e che sprizza gioia da tutti i pori per il fatto di avere per le mani un personaggio che si muove in quel modo, che ha un linguaggio del corpo iper-reattivo.”Molto concentrato sui suoi temi fondamentali, il film ci porta quindi in un viaggio ritmatissimo, scandito dall’umorismo tipico della Marvel e necessario al personaggio di Peter, sottolineato anche in questo caso dalla sua fondamentale inesperienza e dalla sua inadeguatezza anche anagrafica al ruolo che ricopre. Spider-Man è da sempre un impacciato giovanotto di genio e senza la capacità di arrendersi, che fa sempre quello che è giusto, ma alla fine: andando per tentativi, fallendo e poi rialzandosi. Non tanto perché l’avversario è oltre la sua portata, ma perché lui stesso è allegoria della crescita, di quanto tutti noi siamo stati degli sfigati, ognuno a proprio modo, e abbiamo dovuto accettare i vuoti della nostra formazione per colmarli.

Punti deboli della pellicola? Una trama che dà molto per scontati i dettagli, risultando qua e là un po’ affrettata in alcuni passaggi, ma non a scapito della sua capacità di appassionare. Ci sono tante, davvero tante cose in questa storia, era inevitabile che gli angoli risultassero un po’ smussati. Non sempre la regia coglie al meglio l’azione, soprattutto nella prima metà del film. E tuttavia rende felici i fan dello Spider-Man tratteggiato nel gran finale, fortemente dinamico, spettacolare e che sprizza gioia da tutti i pori per il fatto di avere per le mani un personaggio che si muove in quel modo, che ha un linguaggio del corpo iper-reattivo. A tratti, sembra di vedere le tavole di Erik Larsen e Mark Bagley prendere vita davanti a noi. Bella sensazione.

Così come siamo felicissimi di questo Mysterio. Watts non fa nulla di inaspettato con lui, e per fortuna. Non avrebbe avuto molto senso sorprenderci eccessivamente. Ma sono sufficienti l’ottima interpretazione di Jake Gyllenhaal e una caratterizzazione molto coerente con i valori centrali del film a farci pensare che la Casa delle Idee abbia preso la strada giusta con i villain di Spider-Man, che ha il serraglio di avversari più affascinante del mondo dei fumetti, secondo forse solo a quello di Batman. Nella tradizionale debolezza degli antagonisti dell’Universo Cinematografico Marvel, Watts è decisamente sulla buona strada e conferma con Mysterio quanto di buono già visto fare sull’Avvoltoio. Responsabilità e fiducia sono perfettamente ribaltati nella sua figura, rispetto al loro significato applicato a Peter, e il regista si tiene per il finale anche una chiave di lettura fortissimamente contemporanea, di visione politica e sociale, che abbiamo apprezzato molto.

Aggiungete a tutto questo la più coraggiosa e sorprendente scena post-credit della storia Marvel, con tanto di regalone importante al nostro cuore nostalgico di lettori e di cinefili, e avrete di fronte un gran secondo capitolo dell’epopea cinematografica di Spider-Man, che ha trovato una formula classicissima nel rispetto di quella del materiale originale e nella gestione delle particolarità del grande schermo.

Per ora, siamo ammirati e non vediamo l’ora di vedere il Peter Parker di Tom Holland nuovamente in azione.