Così, de botto, senza sensoThe Impossible è diventato il film più visto, questa settimana, su Netflix US. E mentre in America lo stanno riscoprendo, noi abbiamo la possibilità di vederlo programmato in televisione sul canale Tv8, oggi sabato 21 novembre, alle 21:30.

The Impossible è uno di quei film-magnete, da cui è difficile distogliere lo sguardo anche se si vorrebbe guardare altrove. Ha molti pregi e pochi difetti, di grande peso però. È tratto da una storia vera, è realistico, duro e girato benissimo.

Nel 2004 si registrò un terremoto di magnitudo 9.1 nell’Oceano Indiano che diede origine a degli tsunami che colpirono violentemente diverse coste, tra cui quelle della Thailandia. Una tragedia devastante, in cui si stima abbiano perso la vita tra le 150 e le 400 mila persone (il caos che seguì il disastro fu tale che si smise di contare i morti).

Il film si concentra su un piccolo gruppo di persone: la famiglia Belon, americani in vacanza che si sono trovati al centro della tragedia, soli, separati e feriti. Naomi Watts interpreta Maria, una dottoressa che si è ritirata dal lavoro per prendersi cura dei figli Thomas, Simon e Lucas (interpretato da Tom Holland). Maria sopravvive alla devastazione insieme a Lucas e si mette con il figlio alla ricerca del marito (Ewan McGregor) e gli altri due bambini.

 

The Impossible

The Impossible ha molti alti e pochi bassi, che però si fanno molto sentire. 

È un disaster movie con una sensibilità atipica. Sin dall’inizio il regista Juan Antonio Bayona instaura un patto con lo spettatore: lui sa che noi sappiamo cosa stiamo per vedere, e ce lo dimostra.

Il film inizia con lo schermo nero, mentre le didascalie raccontano la tragedia. Si sente un vibrare profondo e crescente, come uno scossone che si avvicina. Siamo portati a pensare che sia il rumore del terremoto sottomarino, del pericolo in arrivo. E invece è il rombo del motore dell’aereo che sta portando i turisti sulle coste. È l’unico momento in cui si può permettere di sovvertire le aspettative, di non essere fedele (pur romanzando tutto) alla verità “storica”. Ma è grazie a questo patto con lo spettatore, violato in partenza, e mantenuto per tutto il resto del film, che The Impossible riesce a inchiodare alla poltrona. 

La scena madre, quella dell’arrivo del muro d’acqua sul villaggio turistico, è a 8 anni di distanza ancora impressionante. La CGI è quasi perfetta. Le inquadrature si alternano tra il piccolo (le ferite, le mani che si tengono, i volti terrorizzati) e il grande (i totali della devastazione). Ci si sente minuscoli guardando il film, impotenti come i protagonisti. Come loro vengono trascinati in balia delle acque, anche chi guarda non ha appigli emotivi. Bayona cerca di costruire la tensione in ogni scena. Dai momenti più clamorosi, come un figlio che cerca di raggiungere la madre trascinata dalla corrente, a quelli più semplici, come salire su un albero. Tutto è fatica, dolore, angoscia, frustrazione. 

All’epoca della prima uscita al cinema fece molto discutere la scelta di concentrarsi su una famiglia bianca di turisti americani invece di mostrare la tragedia che ha colpito, in misura molto maggiore, tutti gli abitanti di quelle zone. Una critica che si può rispedire al mittente senza troppi pensieri, se non si abbassa lo sguardo durante le lunghe sequenze in cui, attraverso gli occhi di Lucas, ci vengono mostrati i reparti pieni di cadaveri, i feriti per le strade e le abitazioni strappate da terra. 

The Impossible è comunque un disaster movie,  ma è dedicato alla sofferenza e alla solitudine. C’è un grande uso del corpo, che si sente vivo e presente. Il fisico è uno scafandro che le anime sconvolte si portano dietro, come in un inferno post apocalittico. Le ferite hanno conseguenze, innescano una corsa contro il tempo in attesa di cure.

Qualche difetto…

È proprio per l’importanza data ai lividi, ai graffi e ai tagli, che ogni incoerenza è un duro colpo per il film. Maria ha una ferita devastante alla gamba, perde copioso sangue, ed è infetta. Ma questa sembra muoversi sul suo corpo a seconda dell’inquadratura. Prima in basso, poi un po’ più in alto, poi il figlio Lucas la osserva a lato e così via. Normali errori di continuità, che non sarebbero così rilevanti in un’altra storia, ma in questa lo sono.

Se Bayona riesce a dominare i tempi del racconto, altrettanto non si può dire della sequenza di avvenimenti nella storia. La progressione delle varie infezioni e malattie è a scatti. Condizioni di salute apparentemente stabili, degenerano nel giro di pochi secondi. E ancora, le persone che entrano negli ospedali vengono colpite dalla terribile visione dei corpi ammucchiati e dalle grida, ma mai dall’odore che si respira in quel luogo. È come se ai protagonisti mancassero un paio di sensi: l’olfatto e il tatto.

Al netto di tutto, The Impossible resta un bellissimo esempio di come un genere che per anni è stato considerato solo una spettacolare esibizione di colpi di subwoofer ed effetti speciali, possa diventare un’esperienza di fragilità.

Non si può non condividere quindi l’entusiasmo di Naomi Watts quando ha appreso del tardivo successo in home video del film-Sul suo profilo Instagram l’attrice ha postato delle toccanti foto di ricordo dal set.

 

Watts descrive l’esperienza di The Impossible come la sua preferita di sempre da attrice. Sia per la storia realizzata che per le persone con cui l’ha fatto. E si vede: il film le ha infatti portato una nomination all’Oscar e una delle migliori interpretazioni della sua carriera.

L’ “Impossibile” al centro del film si riferisce al miracolo di chi è sopravvissuto, all’impensabile della natura che sconvolge le vite, alle stelle già morte di cui noi ancora vediamo la luce. Ma impossibile era anche fare un film così; capace di sopravvivere agli anni (pochi per ora, ma scommettiamo anche per il futuro) restando ancora una sconvolgente visione d’autore.