L’Uomo Che Ride (1928) di Paul Leni

Joker nasce dai comprachicos. Sono nomadi, oggi si direbbe sinti, che storpiavano i bambini per farne fenomeni da baraccone o mendicanti. Nel bellissimo film Universal di Paul Leni il piccolo Gwynplaine, futura ispirazione grafica per i litigiosi creativi DC Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson per quanto riguarda la creazione dell’arcinemico di Batman, è già un Joker che potrebbe considerarsi vittima sociale e politica come quello di Joaquin Phoenix per Todd Phillips perché è il figlio di un rivale (Lord Clancharlie) alla corte di Giacomo II nell’Inghilterra del XVII secolo. Il bambino viene storpiato, il ghigno diventa perpetuo e chirurgicamente perfetto. Non si vedono le cicatrici tanto che Ursus, il primo che salva il pargolo dalla morte per gelo, gli dirà: “Smettila di ridere!”; “Ma io non sto ridendo” risponderà il piccolo. Ursus a questo punto deve osservarlo molto da vicino per rendersi conto che il sorrisone è indotto e non causato da una scelta volontaria. Ne concludiamo che i comprachicos fossero oltre che spietati (lo volevano lasciar morire di freddo) anche degli eccellenti chirurghi nella figura del Dottor Hardquannone. Poi Gwynplaine cresce e diventa un freak gentile del circo di Ursus, innamoratissimo della cieca Dea che aveva raccolto, quando era bimbo, dalle braccia della mamma morta congelata. Va in giro di fiera in fiera con colleghi clown, ha i capelli impomatati, si sdilinquisce per Dea ma non si sente all’altezza (“Non ho il diritto di amarti”). Dopo una vita di spettacoli ormai soffre terribilmente che la gente rida costantemente appena lo guarda tanto che tiene le mani sulla bocca a coprire i dentoni esposti con un gesto raffinato che sa di vergogna. “È meraviglioso come il mio Gwynplaine riesca a far ridere la gente… anche quando è triste” commenterà Dea sentendo al tatto il suo amato sempre più sconfortato. I due insieme sono adorabili, romantici, dolcissimi ed è la loro storia d’amore il centro del film insieme a tentazioni (Gwynplaine verrà attratto da una donna che pare desiderarlo pur vedendolo con gli occhi e la cosa lo confonde), intrighi di corte, palazzi del potere e cani eroici come Homo, il bastardino che nei dieci minuti finali diventa la star un po’ come il pitbull Brandy in C’era Una Volta A Hollywood di Tarantino. C’è il celeberrimo makeup artist Jack Pierce al trucco e l’attore espressionista Conrad Veidt in una prova tutta di sguardi e movimenti delicati. Lo vediamo solo in una sequenza con cerone e rossetto insieme a un collega clown che gli dice quanto debba essere più facile per Gwynplaine non avere l’incombenza di struccarsi ogni volta alla fine dello show. Come saltimbanco il nostro non è particolarmente attivo (diciamo che non fa mai niente se non apparire davanti al pubblico). Fu ottima l’idea dei tre geniacci fumettari Finger, Kane e Robinson di prendere solo la faccia di questo personaggio nato dalla penna di Victor Hugo (il romanzo è del 1869) per uno slittamento di contesto narrativo in cui poter trasformare senza sforzi per lo spettatore questo povero cristo del melodramma storico in un estroverso villain del fumetto.

Batman (1966) di Leslie H. Martinson

Sia nel film che nella serie tv colorata e camp è Cesar Romero, un attore all’epoca così potente da proibire al produttore William Dozier di farsi tagliare i baffi per il ruolo così da avere la peluria bella esposta sotto il trucco. L’effetto è straniante ma ad una seconda lettura potrebbe anche essere un’ideona del criminale per sembrare, una volta struccato, completamente diverso rispetto al pagliaccio e dunque non essere ricollegato al pittoresco villain una volta in abiti borghesi. È alto, con un completo fucsia dai pantaloni a righe, camicia verde, cravatta nera, capelli verdi, faccia bianca, sorrisone disegnato col rossetto ben oltre gli angoli della bocca. Interviene nell’episodio 5 della prima stagione e apparirà in ben 18 puntate. Noi ci occuperemo soprattutto del film del 1966 in cui tra un SWOSH, BIFF!, URK, BAP!, ZWAPP! e THWACK! (i suoni onomatopeici tipici della serie citati in una scena da Al Pacino in C’era Una Volta A Hollywood) lo vedremo fare squadra con Pinguino, Catwoman ed Enigmista per polverizzare litigiosi delegati dell’Onu. È il capo del gruppo? No. Anzi sembra il più scemo e inutile. È una sorta di servo sciocco del pool di arcinemici di Batman & Robin di cui Pinguino è il leader, Catwoman la femme fatale e l’Enigmista l’intellettuale. Obbedisce agli ordini come un ragazzino (“Yo-Ho!” quando deve armare dei siluri), liscia clamorosamente Batman provando a dargli un cazzotto (SWOOSH), provvede delle pillole blu a un prigioniero per drogarlo (è il pusher dei cattivi?) ed è tutto contento quando Pinguino & Co. gli permetteranno di usare il total dehydrator dentro il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Troveranno il mio humour… secco” (dry, in originale). Noi lo troviamo un Joker prénatal. Da bambini ci piaceva. Poi quando siamo cresciuti ci siamo sentiti in colpa.

Batman (1989) di Tim Burton

A metà ’80 c’è uno scontro tra titani dentro l’universo Dc Comics con Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro (1986) di Frank Miller e poi due anni dopo Batman: The Killing Joke (1988) di Alan Moore, Brian Bolland e John Higgins. Come dire Beethoven vs. Mozart o Fellini contro Visconti. Al centro dell’agone c’è proprio il nostro Joker figlio de L’Uomo Che Ride di Victor Hugo e Paul Leni. Il suo ruolo è essenziale sia dentro il capolavoro hardboiled di Miller che in quello socio-melodrammatico di Moore-Bolland-Higgins in cui il ragazzaccio è uno stand-up comedian con tragedie in famiglia. Poi arrivano i cinematografari Tim Burton, Sam Hamm e Warren Skaaren per un nuovo Batman, e un nuovo Joker, prodotto dalla Warner con Bob Kane come project consultant (coinvolgere il creatore come complice dell’adattamento in stile Marvel con Stan Lee), luci espressioniste a taglio, pinnacoli gotici e dominio totale del teatro di posa per una Gotham City piena di vicoli bui e fumosi. È uno splendido momento di batmanmania nel mondo occidentale con cinema & comics impegnati come matti a reinventare icone quasi desuete della nostra cultura popolare.

Jack Napier è un gangster che gioca con un mazzo di carte guardando l’afroamericano Harvey Dent in diretta televisiva mentre tiene comodamente le scarpe sopra un numero della rivista Vogue. Attorno a lui glamour, ritratti femminili patinati, specchi in cui controllare se il look è perfetto, quadri di De Chirico (Il giorno di festa, 1914) e un’amante che è nientemeno la pupa del suo boss Grissom di cui però Jack non ama né il genere sessuale (“Mi hai tradito per una donna… Una donna!!! Devi essere pazzo”) né tantomeno i capelli in faccia mentre sta guardando la tv. Cinecomic fashionista. Persino Bruce Wayne vestirà Giorgio Armani in questo film così chic. “Che bel completo!” dirà Napier a Batman la prima volta che l’incontra. Jack è annoiato, forse in depressione, sicuramente c’è un evidente senso di accidia nelle sue azioni nei primi minuti del film. La prima volta che lo vediamo con un briciolo di joyeux de vivre è quando può far fuori il Commissario Gordon dentro un laboratorio chimico della Axis Chemicals. Poi la svolta: cade in una vasca di acido verde. Il suo completo nero diventa viola, le unghie verdi e un dottore sarà costretto a ricucirgli la faccia. Diciamolo subito: il chirurgo non è bravo come il Dottor Hardquannone de L’Uomo Che Ride (1928). Se il canone estetico è il centro del capolavoro di Burton, Jack Napier lo vuole distruggere a cannonate. Quando si trucca la sua faccia sembra l’interno di una borsa di cuoio con qualche piega di troppo. Quando non si trucca il volto è di un bianco calce smaltato con labbra rosse. Se non sarà più la Gioconda di Leonardo, sarà la versione coi baffi di Duchamp e infatti c’è una scena pazzesca in cui va a deturpare opere d’arte con la sua gang di criminali dadaisti. Se non sarà un gangster in doppiopetto firmato Armani, sarà un purple dandy versione Vivienne Westwood. Ecco il Joker di Jack Nicholson, ironico, beffardo, colto, spietato. Ha superato il limite. Può fare tutto. Odia Batman perché è più popolare di lui sui giornali. Vuole gasare un’intera città durante l’anniversario dei 200 anni di Gotham City con il letale smilex dopo aver contraffatto i cosmetici da supermercato obbligando i conduttori tv a non lavarsi o truccarsi più. Da giovane pre-Joker non aveva alcun problema a sparare in faccia a un pargolo (“Dimmi bambino, tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?”). Mente brillante, quoziente intellettivo alto, tra i più bravi a scuola in chimica, scienza e arte (pittore preferito? Francis Bacon, risparmiato nella famosa scena di vandalismo museale via Figura con carne del 1954). Da vecchio Joker non vede l’ora di deturpare la serena bellezza del mondo (volti femminili in carne ed ossa nonché Degas o Approaching a City di Edward Hopper), avere la sua faccia sul biglietto da un dollaro, sfidare l’Uomo Pipistrello a chi ha il gadget più grosso e sterminare migliaia di persone. D’altronde ci sono “infinite cose da fare e così poco tempo”. Ancora oggi è il miglior Joker di sempre per teatralità, maturità, humour e affascinante sociopatia ponendolo come il terzo grande Clown Prince of Crime degli ’80 dopo le graphic novel di Miller e Moore-Bolland-Higgins. Nicholson monumentale.

Batman (1992) di Bruce Timm, Paul Dini, Mitch Brian

Serie animata Warner figlia del gotico burtoniano in onda dal 1992 al 1995 con 85 episodi di circa 22 minuti l’uno. Joker ha la voce in originale di Mark “Luke Skywalker” Hamill. È più imponente rispetto a Nicholson, cosce da calciatore, con il naso aguzzo all’ingiù, denti marroncini da tabagista, completo viola, ombretto agli occhi, capello nero con striature verdi sulle punte. Sapete a chi somiglia? The Nun, la suora sosia di Marilyn Manson della saga The Conjuring. Harley Quinn è la sua ragazza ma sembra più un maschietto fan. È meno mondano, artistoide e intellettuale di Nicholson e più goodfella. Parlerà anche in italiano per intimidire da mafioso i borghesi di Gotham. I capi dello show Paul Dini e Bruce Timm si rifanno più al Joker del fumetto anni ’40 (il completo e i capelli sono praticamente identici).

Il Cavaliere Oscuro (2008) di Christopher Nolan

È un Joker che sembra refrattario alla doccia. Un po’ gobbo, reali cicatrici sulla faccia, vocetta stridula, lingua incontrollabile, trucco messo male, abito cucito da sé, nelle tasche solo coltelli e lanugine, nessun nome, zero riscontro con il dna, capelli tinti di verde alla bene e meglio. Un incrocio tra Slipknot e Frank n Furter quando si trucca evidentemente al buio prima del Floor Show nel finale di The Rocky Horror Picture Show. Poca igiene intima e trasandatezza per esprimere il caos nichilista di una sorta di adolescente trombone represso che parafrasa Nietzsche, racconta sempre una storia diversa circa l’origine delle sue cicatrici (il padre violento, la moglie oberata di debiti), ha un pugnale nella scarpa come Rosa Klebb in Agente 007, dalla Russia con Amore (1963) e sa infiltrarsi, non si sa come, ovunque e comunque. È un cattivo masochista che quasi implora Batman di ucciderlo in uno scontro cittadino senza che l’Uomo Pipistrello lo faccia e francamente non si capisce il perché visto che Joker ha già più volte sparato lui per primo. È ossessionato dal verificare la fine della moralità nel mondo e fondamentalmente vuole portare Batman dalla sua parte perché è convinto che sia un “freak” come lui, tollerato a malapena da un sistema di ipocriti opportunisti. “Te lo dimostro: quando le cose vanno male, queste… persone civili e perbene si sbranano tra di loro. Vedi, io non sono un mostro; sono in anticipo sul percorso”. Dice di non volerci uccidere ma solo convincerci che siamo pronti a farlo noi stessi. Pare abbia un grande carisma presso i disagiati mentali di Gotham ma non sappiamo mai il perché (elemento in cui invece ha pienamente successo il film di Phillips) esattamente come non capiamo come mai riesca sempre a farcela in qualsiasi circostanza fino a un finale in cui, inversamente, non capiamo perché allora non ce la faccia. È proprio l’agente del caos di un fuori campo in cui è onnipotente e di un campo in cui è un infantile demagogo. Nonostante l’uso insopportabile di una lingua che si lecca le labbra ogni tre secondi, Heath Ledger vince l’Oscar che purtroppo ritirano sua madre, padre e sorella visto che l’attore australiano è mancato il 22 gennaio 2008 a soli 28 anni, esattamente un anno prima del premio per aver interpretato l’arcinemico di Batman.

Suicide Squad (2016) di David Ayer

Come intro musicale concessa a ogni personaggio Super Freak di Rick James viene assegnata ad Harley Quinn e Joker, durante il loro superveloce e incomprensibile innamoramento. Non era facile dopo l’enorme successo di Heath Ledger provare a imporre una nuova visione del Clown Prince of Crime. Come è andata con Jared Leto? Malissimo. È più ridicolo che minaccioso. Non sentiamo cosa dica di così interessante all’Arkham Asylum per sedurre la Dottoressa Harleen Quinze e in più non la guarda quasi mai per tutto il film (e dire che la loro storia d’amore poteva essere l’asso nella manica della pellicola). Questo pischello albino, senza sopracciglia, sembra sempre infastidito/annoiato più che incuriosito/eccitato da Harley, la quale invece è una bomba grazie a una vivace Margot Robbie. Il look è quello di un gangster ipercolorato ma sembra più un trapper alla Dark Polo Gang. Non mette mai paura ed è terribilmente pomposo nella scena in elicottero con Harley prima di ruzzolare in modo ridicolo ringhiando come un bamboccio che rosica.

LEGO Batman – Il film (2017) di Chris McKay

Non spaventa nemmeno un pilota all’inizio del cartoon ma è comunque più convincente del Joker di Leto. Ha le sopracciglia verdi (il primo del prodotto audiovisivo? pare), capelloni fluenti (sempre verdi) e nessuno a Gotham City che pensi che possa farcela contro Batman. Poverino. Ma c’è di peggio: l’Uomo Pipistrello non lo calcola. E lui piange. È lo spunto più divertente dell’ottimo spin-off Lego su Batman con l’arcinemico impegnato a conquistare il ruolo che gli spetta nella vita del vigilante di Gotham City. Questo cavaliere mascherato è così asociale e misantropo da far disperare il nostro sensibile Joker, negandogli il diritto di essere il nemico numero 1. Almeno il pagliaccio villain amante di piani “over complicated” (pare una presa in giro delle trame incomprensibili dei Batman di Nolan) è qui il leader dei cattivi a differenza del Batman del 1966 in cui faceva il servo sciocco del Pinguino. Ce la farà a recuperare l’attenzione del Giustiziere Mascherato o continuerà ad essere trattato con indifferenza? Il microscopico pupazzetto Lego si presta sempre in modo perfetto a queste geniali satire del superomismo attraverso il contrasto visivo tra spazi giganteschi attraversati da omini minuscoli dall’ego smisurato.

Joker (2019) di Todd Phillips

E siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio. In una Gotham City dove regnano 10 mila tonnellate di rifiuti per strada, la febbre tifoidea e un aspirante sindaco miliardario di nome Thomas Wayne (nel Batman di Burton il papà di Bruce faceva il dottore), uno sfigato pelle & ossa con in passato problemi mentali passa le giornate lavorando per un’agenzia circense, guardando la sera un talk show nazionalpopolare in compagnia della vecchia madre. Al cinema danno Blow Out di Brian De Palma e Zorro mezzo e mezzo. È il 1981 ma soprattutto è il Joker più umano di sempre perché è uno sfigato qualsiasi di nome Arthur Fleck. Si trucca da solo come uno dei Kiss, vive con mamma in un bugigattolo, ride a sproposito per via di un disturbo psicologico, sogna ad occhi aperti sia di avere l’amore sia di essere ospite del talk show che idolatra. E se diventasse uno Zorro squinternato? O è meglio sfondare come stand-up comedian? Lo abbiamo visto vecchio imbonitore (Cesar Romero), gangster con aspirazioni artistiche caduto nell’acido (Jack Nicholson), trombone nichilista (Heath Ledger) e albino smorfiosetto dai denti placcati (Jared Leto). Ora il gioco è farlo diventare un looser sociale pronto a guidare una ribellione in città ma soprattutto a capire quale sia l’origine della sua ossessione per Batman. E se ci fosse un legame familiare tra loro due così finalmente da giustificare, per la prima volta nella Storia del Cinema, una fissazione che sa di risentimento personale oltre che sociale? Lui prova a essere normale e prova a far ridere il piccolo, già tristissimo, Bruce Wayne. Ma il film gioca sull’autocommiserazione del vittimista o sulla rivoluzione della vittima? Costui potrebbe essere pronto a esplodere all’ennesimo calcio in faccia, metaforico e non, ricevuto da quella che lui pensa sia l’élite. È la versione perfetta dei tempi che viviamo. Joaquin Phoenix è così bravo da puntare all’Oscar. Ce la farà ad essere il secondo a vincerlo nei panni di Joker dopo Heath Ledger? Pensiamo di sì anche se potremmo perdere la scommessa visto quanto la pellicola sia controversa e disturbante. Sicuramente non è un Clown Prince of Crime per adolescenti repressi rancorosi quanto piuttosto per adulti depressi mai vittoriosi.

Proprio come Arthur.

Fino a che…