Quasi un mese fa, in una giornata tutt’altro che casuale, Netflix ha annunciato il rinnovo per una seconda stagione di Sense8. Data non casuale perché l’8 agosto, nella nebulosa mitologia della serie dei fratelli Wachowski, è il giorno di nascita degli otto membri del cluster, legati quindi indissolubilmente fin da quando sono venuti al mondo. Come abbiamo visto nella recensione della prima stagione, il tema della connessione è l’elemento portante non solo della serie, ma dell’intera visione dei due registi. È quella limbic resonance che come un metronomo dell’anima regola il battito dei cuori degli otto personaggi che si incontrano, si possiedono a vicenda, combattono fianco a fianco da un lato all’altro del mondo.

Perché si può trovare nel bene in ogni cosa e l’ispirazione può provenire dalle fonti più inaspettate. Lo sanno bene i due registi di Matrix che, nel 1999, prendevano a piene mani dalle arti marziali, dal cinema d’azione, da quel capolavoro d’animazione che era Ghost in the Shell e creavano un cult istantaneo. È fortissima la sperimentazione, è fortissima l’idea di una conoscenza – e coscienza – trasversale, che abbatte i confini e i mezzi espressivi, che non chiude tutto in blocchi cinematografici, televisivi o letterari che siano, ma che imbastisce un discorso più ampio, appoggiandosi alla forza ora di questo ora di quello. È una visione che diventa forma e contenuto del racconto anche in Sense8, che di ispirazioni anche pesanti alle spalle se ne porta parecchie.

La prima è un’opera degli stessi creatori. Naturalmente non è solo il ritorno del volto corrucciato e spesso impassibile di Bae Doona a rendere Sense8 figlio di quel Cloud Atlas che, con un enorme sforzo immaginifico e produttivo, portava sul grande schermo il romanzo di David Mitchell. Nell’Atlante delle nuvole i due registi, insieme a Tom Tykwer, hanno reso la celebrazione forse più potente della loro carriera sul tema della connessione, che a differenza dello show di Netflix non si espande attraverso lo spazio bensì attraverso il tempo. L’uomo soffre, cade, muore, l’umanità è eterna perché “la nostra vita non è nostra. Da grembo a tomba, siamo legati ad altri passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”. Un registro stilistico che è anche manuale di scrittura per gli episodi della serie che ne seguono la progressione, partendo come singoli fili che si vanno intrecciando in un crescendo corale che spesso coincide con la fine delle puntate, prima che ognuno torni in se stesso.

La seconda è un romanzo. Stephen King lo chiama Ka-tet, i Wachowski e Straczynksi lo chiamano cluster, ma più o meno sono concetti simili. L’idea che, come i vettori trasparenti che uscivano dalle persone in Donnie Darko anticipandone i passi, esiste una forza – ricorrente ed equilibrata – che guida gli individui verso la realizzazione del loro destino. I membri del Ka-tet della saga della Torre Nera, come gli otto partecipanti al cluster 8/8, sono legati in modo indissolubile e sovrannaturale verso il loro obiettivo finale. Quale sia al momento non è dato saperlo, ma sarà un piacere scoprirlo, e nel farlo godere di quegli stessi mezzi narrativi, come il possesso della mente e del corpo di un’altra persona in cui trasferire le proprie abilità, che facevano capolino nella storia di Roland.

La terza è un film. In Magnolia Paul Thomas Anderson doveva ricorrere ad una pioggia di rane per “purificare” le vite dei protagonisti, giocando tra caso e destino; il paradosso di un evento assurdo che riesce a portare ordine nel caos e a creare dei legami. Legami che prima di quel momento erano apparsi, al di là dei collegamenti occasionali, anche nella celebre sequenza “Wise Up”, che forse a qualcuno sarà venuta in mente nella scena già cult del “What’s Up” in chiusura del quarto episodio. Il sovrannaturale che nel film del 1999 era qualcosa di lontano e “superiore” a cui rivolgersi per ottenere il perdono, nel 2015 è ancora incomprensibile, ma più concreto e alla portata dell’uomo, che può salvarsi da solo. È ciò che avverrà nel finale di stagione, con Riley prigioniera e  ancora incapace di perdonarsi per un evento drammatico del suo passato, che verrà salvata – in tutti i sensi – dai suoi compagni.

La quarta è una serie tv. Non è solo il coinvolgimento di Straczynski ad avvicinarci all’idea di aver visto una storia di origini che ancora aspetta di sbocciare del tutto. C’è qualcosa nella forma del racconto, nelle capacità straordinarie che questi individui scoprono di avere, negli incontri ricorrenti che ampliano sempre di più la cerchia, che ricorda come costruzione la prima stagione di Heroes. Lo stile è sicuramente diverso e con obiettivi più “autoriali” – poi ognuno giudicherà sulla riuscita o meno – ma è forte la sensazione di aver visto il corrispettivo Vol. 1 della serie di successo di Tim Kring.

Il quinto è un anime. Figli ideali anche di quel meraviglioso periodo per l’animazione giapponese che furono gli ultimi anni ’90, i Wachowski si sono ampiamente dimostrati seguaci devoti di Ghost in the Shell, ma anche della visione malata e disturbante del meno citato Yoshitoshi Abe. In tredici episodi nel 1998 Serial Experiment Lain era il compendio incomprensibile e devastante di tutto ciò che potrebbe o dovrebbe essere il cyberpunk, e se è vero che la tecnologia non è un elemento importante in Sense8, il legame tra umani è una caratteristica fondamentale di entrambe le opere. Quindi nessuna intelligenza artificiale che si libera nella rete stavolta; al suo posto il perfezionamento dell’uomo – che con l’idea di una fusione collettiva di tutti gli umani dovrebbe ricordarci un altro anime – e la creazione di una Mente superiore, che è la somma di quelle che vi partecipano.