C’è una scena sul finale del secondo episodio di American Gods, intitolato Un serio chiaro di luna (guarda il trailer), nella quale Shadow è a letto, illuminato appunto dalla Luna, e gioca con la sua moneta. È simbolica di questa terza stagione finora: molto bella da vedere, con evidenti tentativi di ritornare alle atmosfere della prima satgione, ma che non va (per ora) da nessuna parte.

Avevamo lasciato Shadow con un fucile puntato alla nuca, lo ritroviamo nella stessa condizione, e scopriamo che a impugnarlo è Marguerite Olsen (Lela Loren), giornalista e property manager dell’appartamento convinta che Shadow sia un ladro colto in flagrante. Il fatto che non sia così (ovviamente) e la risoluzione dell’equivoco è uno dei momenti di massima eccitazione dell’episodio, che per il resto alterna i soliti tentativi di Wednesday di reclutare forze fresche per la sua guerra a sprazzi di vita a Lakeside del nostro Mike, che scopre di essere finito in una verione surgelata di Twin Peaks.

Lakeside, una delle parti migliori del romanzo di Gaiman, è una piccola cittadina in cui la gente si vuole bene e si dà una mano e adora i vecchi dei e mangia delle magnifiche crostatineche ci vengono presentate con tale dovizia di particolari che farebbero venire fame anche dopo un abbondante pranzo natalizio. La completa rinuncia a ogni forma di verticalità narrativa di American Gods ha questa conseguenza: la serie è sempre più un lunghissimo film arbitrariamente spezzato in episodi, e si prende tutto il tempo che vuole per qualsiasi cosa voglia – che sia una sequenza introduttiva che spiega il rapporto dei vecchi dei americani con gli invasori europei o, appunto, primi piani pieni di slo-mo sulle crostatine.

È il dettaglio che più di tutti dimostra quanto American Gods stia tentando di tornare indietro ai fasti della prima stagione: la destrutturazione è totale e ogni sequenza è dedicata al culto dell’immagine e viene presentata come una piccola esperienza a se stante. In Un serio chiaro di luna, per esempio, Bilquis (Yetide Badaki) ripete un’altra volta il trucco del divorare una persona per via vaginale: è una scena bella e soddisfacente per gli occhi, che galleggia nel nulla e non ha, per ora, alcun apparente legame con tutto il resto. C’è più voglia di mettersi in mostra che di raccontare una storia, in questi primi due episodi della terza stagione di American Gods.

Ciò detto, Lakeside funziona e il materializzarsi di una sorta di versione locale di Laura Palmer è quantomeno una promessa di azione nel futuro prossimo; e in mezzo alla confusione Ian McShane/Wednesday continua a spiccare come un faro: è senza ombra di dubbio quello che si diverte di più, e sembra volersi caricare sulle spalle il peso di un’intera serie che sta faticando a ritrovare la sua strada.