Anna, la recensione di tutte le puntate

Anna parla di morte. Inizia con la morte e con il desiderio di morire e per tutte le sue 6 puntate mette in scena il trapasso, l’essere morti, il temere di morire e l’avere a che fare con la morte altrui. È una serie in cui ci sono moltissimi cadaveri tenuti vicino dai protagonisti, in cui vediamo la mutazione di un corpo dopo il decesso e in cui tra flashback e presente assistiamo ai modi in cui quasi tutti i protagonisti hanno avuto a che fare con il decesso di qualcuno che gli era caro. È il vero filo che unisce tutto, in una storia estremamente semplice di una sorella (grande) e un fratello (piccolo) divisi che cercano di ritrovarsi e salvarsi. Nel seguire questa tensione esploriamo la Sicilia post apocalittica, qualche anno dopo che tutte le persone, dagli adolescenti in su, sono morti lasciando solo i bambini (e anche loro quando poi diventano adolescenti cominciano a morire).

Presente da incubo e flashback come The Handmaid’s Tale che raccontano come è arrivata l’epidemia, raccontano i rapporti di forza che esistevano prima tra i personaggi che vediamo ora e il lento concretizzarsi della minaccia che ha cambiato tutto.
Anna è probabilmente la serie migliore di quest’annata, e forse la prima di un nuovo corso per l’Italia. Lo è perché affronta qualcosa di totalmente inedito per il nostro audiovisivo e lo fa con un piglio totalmente inedito, puntando sul perturbante, stimolando paure ed emozioni recondite, non temendo di fare di tutto ai protagonisti e mettendo in scena di continuo bambini che muoiono. “…sarà perché in Italia i figli sono sempre i figli” diceva Mastroianni in Divorzio all’italiana, sarà per quello ma l’audiovisivo italiano ha un rapporto terribile con l’infanzia, nei casi migliori la coccola e ne canta l’innocenza, in tutti gli altri semplicemente non la comprende e non la sa rappresentare. Mai ne fa un ritratto duro.

anna sky

Anna invece fa tutto questo: comprende, ritrae, uccide, salva e infama. I bambini li fa odiare e amare. Sono esseri terribili e meschini di una meschinità nella quale è sempre possibile riconoscere i tratti dell’infanzia deformati dall’esperienza traumatica e da un’educazione apocalittica. Sono terribili e Ammanniti si assicura sempre di mostrare che dietro di sé hanno (o avevano) dei genitori la cui influenza ha un peso. Lasciati soli si fanno soprusi a vicenda, uccidono senza timore e avvicinandosi alla morte sentono pulsioni sessuali che sfogano senza regole o rispetto. Ci sono in queste serie una quantità di stimoli e potenzialità molto superiori a quel che si vede in 6 puntate. Anna sceglie di assecondarne solo alcuni, altri li marginalizza e in generale chiude gli occhi di fronte a molto di terribile a cui il racconto presterebbe il fianco. Ammaniti è disciplinatissimo e determinato nella scrittura, sa dove vuole andare e preferisce non aprire capitoli che sa di non poter approfondire.

Il problema della serie, se uno ce n’è perché, vale la pena ripeterlo, è una delle migliori che abbiamo visto negli ultimi anni, è semmai la parte di messa in scena. Le immagini pur trovando momenti eccezionali (specialmente negli episodi 4 e 5 con il quartier generale dei Blu e il regno di Angelica) e associazioni ottime (come il funerale con Bocelli) sono sempre un passo indietro alla scrittura. La sceneggiatura scrive momenti potenti e la messa in scena li rende soffusi, le scene sono potenti su carta e meno sullo schermo per via di ralenti usati in eccesso, musiche che acquietano e inquadrature che si voltano nei momenti più turpi, ne escono ammorbidite. Delle morti più dure non vediamo mai il prima (che è la parte terribile, come ci si arrivi, il terrore dell’imminenza e la disumanità del carnefice) e nemmeno il dopo, durano poco e sono pensate per non disturbare.

Anna è la serie italiana più dura che si sia fatta, eppure rispetto alle carte che mette in tavola rinuncia ad affondare. In sé non è un peccato ma una scelta precisa, eppure il meccanismo di presentazione di uno scenario e poi di sua rappresentazione ammorbidita provoca non pochi fastidi, perché l’impressione è sempre che Ammanniti, tramite le immagini, non voglia fare i conti fino in fondo con quel che scrive. Come se l’avesse scritto un altro. La metafora molto diretta è che crescere equivale a morire e il fatto che la serie prenda qualcosa di estremamente trito e lo renda di nuovo significativo portandolo alle estreme conseguenze (cioè facendo morire realmente i bambini) è l’idea portante che crea un universo di nuovi significati. Anche per questo che poi le morti siano smussati suona come una castrazione.
Altre volte l’impressione forte è proprio che molte scene, per come sono messe in scena, non fruttino quel che devono (è il caso della parte eccezionale sull’Etna, in cui tutto sembra perfetto eppure stenta a prendere il volo).

anna angelica

Nonostante questo c’è da inchinarsi di fronte ad un progetto, e un risultato, come quello di Anna. In un paese che non sa far recitare i bambini, una serie intera con protagonisti quasi solo bambini regge. Certo ha diversi momenti in cui la recitazione non funziona, e la differenza di qualità tra i molti attori è evidente, ma considerati i presupposti di un sistema cinema e tv in cui l’infanzia è marginalizzata sembra un miracolo.
Sebbene Anna, il personaggio, sia in sé un classico protagonista della serialità italiana (attraverserà anche la trasformazione tipica dei personaggi delle serie italiane), in sé sufficiente permeabile da non avere una personalità forte ma solo una determinazione forte, il mondo intorno a lei supplisce con caratterizzazioni impeccabili. I ruoli e le posizioni sono quelli delle distopie postapocalittiche, dai potenti ai viscidi, dalle vittime agli isolati, ma la maniera in cui con poco vengono disegnati è da applausi.

Questo vulcano di idee nonostante il freno a mano un po’ tirato della messa in scena è comunque un grande racconto di morte e tradizione, in cui i modelli stranieri sembrano marginalizzati e la cura per l’adattamento al contesto siciliano è precisa, mai macchiettistica e sempre molto curata. Tutti sembrano sempre quello che sono (bambini italiani degli anni 20 del 2000) e mai l’imitazione di personaggi che vengono da altrove e anche i riferimenti visivi stranieri trovano una traduzione impeccabile.
Almeno le prime quattro puntate hanno infatti il sapore del racconto nipponico, dal senso di responsabilità e morte di Una tomba per le lucciole, all’unione di simboli infantili e distruzione apocalittica di Akira (il regno di Angelica ha esattamente quei toni e quel modo di fare in modo che i bambini scimmiottino i simboli regali), ma questo non le snatura e non leva ad Anna la sua personalità autonoma.

Nel complesso se già Il miracolo segnava una strada diversa (e qui Elena Lietti, che in quella serie aveva il personaggio migliore, riprende quella tipologia umana nella mamma di Anna) la seconda serie ideata e ora anche diretta da Ammaniti impone finalmente un modello alternativo a quelli imperanti, allarga orizzonti e possibilità rimanendo con i piedi saldi nella nostra industria. Se da qui non parte una seconda epoca per le serie italiane sarà un peccato.

Sei d’accordo con la nostra recensione di Anna? Scrivicelo nei commenti dopo aver visto gli episodi su Sky!