Emily in Paris (prima stagione): la recensione

Darren Star ritorna sugli schermi con Emily in Paris e la sua ultima creazione, con protagonista Lily Collins, propone un intrattenimento senza impegno che sfrutta il fascino della città francese e della moda, e il risultato è una prima stagione – il rinnovo appare scontato e necessario al termine della visione dei dieci episodi – che scivola via rapida grazie a una narrazione senza alcuna pausa che rilassa la mente, più che riuscire a divertire o coinvolgere. La serie (qui potete vedere il trailer) sembra il corrispettivo televisivo di molte rivista destinate prevalentemente al pubblico femminile: le immagini colpiscono gli occhi e l’immaginazione, ma i contenuti sono pochi e non rilevanti, inseriti quasi per giustificare la stessa esistenza della pubblicazione e distinguerla da un catalogo di abiti e prodotti di bellezza. In un altro periodo forse la storia della giovane Emily sarebbe passata maggiormente inosservata o avrebbe dovuto fare i conti con le critiche rivolte alla sua rappresentazione superficiale e stereotipata, persino un po’ datata, dei personaggi e degli eventi, tuttavia in questo 2020 diventa un modo piacevole per allontanarsi da preoccupazioni e pensieri negativi.

Al centro della trama c’è la giovane Emily Cooper (Collins), una ventenne americana che sostituisce il suo capo Madeline (Kate Walsh), che ha scoperto di essere incinta, e parte con destinazione Parigi con lo scopo di contribuire con un punto di vista americano alle campagne di marketing dell’agenzia Savoir. Al suo arrivo in Europa Emily fa immediatamente i conti con una lingua che non conosce e con l’atteggiamento apertamente ostile e poco aperto ai cambiamenti che contraddistingue Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu), sua superiore in ufficio, e i colleghi, tra cui gli indecisi Julien (Samuel Arnold) e Luc (Bruno Gouery) che sono tra i primi a notare che la nuova arrivata potrebbe avere un’influenza positiva sul loro lavoro.
Distante dal suo fidanzato e abbandonata un po’ a se stessa sul lavoro, Emily trova a sorpresa un’inaspettata alleata in Mindy Chen (Ashley Park), una ragazza dall’incredibile talento come cantante che incontra per caso in un parco e con cui stringe subito amicizia, e un potenziale interesse sentimentale in Gabriel (Lucas Bravo), un giovane chef che abita nel suo stesso condominio e che rimane colpito dalla personalità estroversa e positiva della ragazza americana. Emily non sa però inizialmente che il cuoco ha una fidanzata, Camille (Camille), e le sue giornate la obbligano a confrontarsi con clienti come William (Antoine Lambert), dalla visione delle donne apparentemente maschilista, stilisti la cui carriera sembra in declino, aspiranti influencer, stelle del cinema dal doppio volto e tanti piccoli e grandi drammi e amori.

La serie sfrutta nel migliore dei modi la positività contagiosa di Lily Collins per sviluppare un racconto che fin dalle prime battute risulta tratteggiato senza particolari sfumature o attenzione. Di Emily e della sua vita si scopre davvero poco prima di trasportarla in un contesto in cui il suo atteggiamento propositivo diventa dopo pochi episodi poco naturale e giustificato, considerando come intorno a lei ci siano comportamenti freddi, astiosi e intolleranti. I momenti di crisi della giovane vengono subito equilibrati da nuove entrate in scena che salvano la situazione e ribadiscono, ogni volta, che c’è sempre qualcuno pronto ad aiutare il prossimo anche nei momenti peggiori. Lo “scontro culturale” tra Stati Uniti e Francia sembra ancorato a pregiudizi e stereotipi fin dalla reazione della panettiera o dei camerieri che incontra Emily a causa della sua scarsa conoscenza della lingua francese, portando in scena preconcetti legati al godersi la vita, alla maggiore libertà sentimentale degli abitanti della capitale francese, e a uno stile di vita “superato” che sembra, agli occhi di un’outsider come la giovane ingenua esperta di marketing, alimentare ancora la vita in Europa. A destare ancora più sconcerto è la rappresentazione quasi totalmente priva di diversità culturale e il modo in cui si propongano argomenti come il sessismo o le discriminazioni sul posto di lavoro. Le battute sul #MeToo o la scoperta del fastidioso soprannome assegnato alla nuova arrivata appaiono come dei semplici cenni a una realtà che si deve riconoscere, pur decidendo di non andare mai in profondità per rimanere sull’allegra superficie di un’esistenza privilegiata (nessuno tranne Gabriel sembra avere reali problemi economici) e costruita su un’apparenza forse priva di sostanza. Pur risultando quasi impossibile avere un’opinione negativa di Emily, i cui errori e passi falsi sono sempre giustificati da ingenuità e buone intenzioni, la serie non si impegna mai nel rendere i suoi protagonisti qualcosa in più rispetto a una figura bidimensionale priva di reali sfumature.

Le storie d’amore complicate, ormai un marchio di fabbrica dei progetti targati Darren Star, non mancano ovviamente e nella Parigi di Emily abbondano gli uomini carismatici, affascinanti e pronti a entrare in azione per salvare l’eroina, che si tratti di problemi idraulici o di trovare un posto last minute in un ristorante. I responsabili del casting della serie sono stati particolarmente abili nell’individuare e ingaggiare Lucas Bravo per la parte di Gabriel: l’attore è assolutamente perfetto nell’interpretare uno chef dalla carriera in ascesa a cui si perdona persino un comportamento poco onesto e chiaro con Emily grazie al carisma e alla presenza scenica evidenti ogni volta che appare sullo schermo. Dispiace, invece, il poco spazio concesso ad Ashley Park, davvero luminosa e irresistibile nella sua performance, e la presenza limitata di un volto amato come quello di Kate Walsh.
La breve durata delle puntate, un guardaroba senza fine di cui non si capiscono nemmeno le origini considerando che Emily è una ventenne che sta muovendo i primi passi nel mondo del lavoro, il susseguirsi di equivoci, problemi, soluzioni brillanti e party tra champagne e location esclusive, un contesto come quello di Parigi (di cui purtroppo non si mostrano quasi mai gli aspetti culturali e storici) e l’approccio molto orientato verso la generazione dei social media, rendono la prima stagione di Emily in Paris un innocuo espediente per rilassarsi di fronte agli schermi. La serie non propone in realtà nulla di nuovo e potrebbe persino risultare quasi offensiva nella sua rappresentazione così priva di chiaroscuri, tuttavia si inserisce con una facilità rara nella lista dei guilty pleasures seriali il cui unico scopo sembra sia infondere una dose di positività ai propri spettatori.

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