Il lancio di una moneta e un colpo di pistola sparato nel buio di una stazione. Così si concludeva la prima stagione di Peaky Blinders, il gangster drama britannico ideato da Stephen Knight e ambientato nel 1919. Un breve prologo risolutivo ci trasporta quindi due anni dopo quegli eventi, per tornare a battere le strade color cenere tra Birmingham e una Londra trasformata in una polveriera dall’attività dell’IRA dopo il riconoscimento dell’indipendenza irlandese. Le poche puntate a disposizione sbarrano la strada ad un’esecuzione di ampio respiro, ma il fascino di questo spaccato sull’universo criminale britannico rimane intatto e forte. Una messa in scena stupenda, un cast grandioso, una regia sorprendente: Peaky Blinders è una di quelle piccole serie che rende grande la televisione.

Ed è ancora una volta lo sguardo di ghiaccio di Cillian Murphy, che rientra con grande umanità nei panni del criminale Thomas Shelby, qui impegnato nel tentativo di espandere gli affari del proprio gruppo anche nella trafficata e pericolosa capitale, cercando al tempo stesso di convertirsi ad attività più legali. Alleanze, scontri, tradimenti con la gang italiana del feroce Darby Sabini (Noah Taylor) e quella ebrea dell’inquietante Alfie Solomons (Tom Hardy) ne scandiranno la fulminea ascesa e caduta. E in tutto questo la faida personale fra Tommy e l’ispettore capo Chester Campbell (Sam Neill), provato nel fisico claudicante e nello spirito da ciò che è accaduto due anni prima, e deciso ad ottenere una vendetta privata che ha solo la maschera della giustizia.

Non è la storia che Peaky Blinders racconta a sorprendere in sé. In fondo si tratta dell’ennesima variazione sugli stilemi del genere gangster riproposti più e più volte: il criminale più umano di chi dovrebbe incarnare la giustizia, che sfugge ai fantasmi del passato per aspirare alla grandezza più che alla ricchezza e che si scontra con un muro di illusioni e poteri più grandi di lui. Dall’altra parte poliziotti corrotti, donne forti, il fascino del male esercitato su chi invece potrebbe e dovrebbe intraprendere una strada più corretta e normale e che invece sceglie, a suo rischio, di non rimanere sullo sfondo della storia (in questo caso si tratta di Michael Gray, figlio ritrovato di Polly).

Ciò che invece Stephen Knight, qui con la regia di Colm McCarthy, ci consegna è un affresco storico di vibrante bellezza. È la “Red Right Hand” di Nick Cave che anacronisticamente fa da sottofondo all’apertura di ogni episodio, è la panoramica sui fumosi bassifondi della città, è il drastico spezzarsi di un pianosequenza più rassicurante in un’esplosione di violenza. È il valore nella costruzione di un’immagine che piega un intreccio necessariamente scarno alle sue esigenze, tirando fuori il meglio e anche di più da ogni interprete in scena. Emblematico Tom Hardy che qui torna a collaborare con Knight dopo lo splendido e particolare Locke costruendo un personaggio dalle poche, ma indimenticabili apparizioni in scena. Fotografia, regia, messa in scena: non c’è pace per lo sguardo, impegnato a cogliere in ogni momento la bellezza di questo Boardwalk Empire britannico.

C’è un contesto storico ben preciso, sfiorato e in realtà mai veramente approfondito, ma che lascia intravedere la padronanza sull’argomento. Una seconda lettura, in prospettiva dopo il finale di stagione, ci mostra una visione d’insieme in cui i protagonisti – così forti nelle loro convinzioni – sono le pedine di un gioco più grande, in cui anche Winston Churcill avrà una sua parte. Un gioco in cui non c’è salvezza, in cui ognuno tende a considerarsi un passo avanti rispetto al nemico, solo per scoprire che qualcuno trama nell’ombra. Questo è ciò che si può intravedere, mentre ciò che è nitido è il conflitto che pervade ognuna delle figure in scena. Thomas Shelby, uno su tutti, è un grande protagonista: sofferenza, testardaggine, ambizione nascoste sotto una maschera di freddezza e distacco che ancora dopo due stagioni non è caduta del tutto. Da non dimenticare Polly (Helen McCrory), Arthur Shelby (Paul Anderson) e la new entry May Carleton (Charlotte Riley) per la quale potremmo finire per fare il tifo contro Grace (Annabelle Wallis).

La serie della BBC, già confermata per la terza stagione, è una delle piccole perle della serialità da riscoprire.