The Little Drummer Girl non contiene alcuna riflessione postmoderna sul genere dello spy-thriller d’epoca a cui appartiene. Ne è un’emanazione diretta, senza filtri temporali o accorgimenti contemporanei. Anzi, si appoggia al linguaggio del genere in ogni paranoica zoomata, nelle caratterizzazioni in sottrazione, in un flusso di eventi contorto. Risultato è una miniserie secca, asciutta, classica nell’impostazione. La regia di Park Chan-wook incontra il soggetto di John le Carré, e i sei episodi frutto di una collaborazione tra BBC e AMC scivolano via con facilità nonostante una gravità di fondo, talvolta impenetrabili, ma sempre affascinanti.

Alla fine degli anni ’70, i servizi segreti israeliani mettono in piedi una complessa operazione di spionaggio per eliminare una cellula terroristica palestinese e il suo leader. A questo scopo, la spia Martin Kurtz (Michael Shannon) ingaggia un’attrice estranea all’ambiente, di nome Charlie (Florence Pugh). La donna, affascinata soprattutto dall’agente dell’intelligence israeliana Gadi (Alexander Skarsgard), accetta di partecipare ad una micidiale missione sotto copertura. Deve fingersi la fidanzata di un terrorista palestinese catturato, e infiltrarsi nei ranghi della cellula per scoprirne il prossimo obiettivo.

Chiunque abbia familiarità con il cinema di Park Chan-wook si sarebbe potuto aspettare un’impronta più marcata da parte dell’autore coreano (Old Boy, Mr. Vendetta). D’altra parte, pur nel corteggiare il tema della “vendetta”, in quanto catena di rappresaglie senza fine tra due gruppi, il regista qui si è posto con discrezione nei confronti del materiale. La regia è elegante, paranoica, fatta di implacabili zoomate. Mancano la carnalità, il sangue, l’erotismo e la passione di cui la storia sarebbe pure impregnata. I personaggi allora sembrano tutti partecipare ad un gioco della seduzione intellettuale, e traducono in gesti e richieste anche molto pesanti tutto il fascino che emanano.

Qui in particolare c’è un triangolo di personaggi che dominano l’uno sull’altro. Nemmeno per un attimo ci illudiamo che Kurtz, Charlie e Gadi siano tutti sullo stesso piano. Ognuno di essi è chiamato, in funzione del proprio ruolo nell’operazione, ad esercitare un certo fascino nei confronti del proprio sottoposto. Kurtz è il superiore distaccato, fraterno in certi momenti, implacabile in altri, ma il suo è sempre un ruolo recitato per la causa. Gadi ci viene presentato allo stesso modo, un attore chiamato a recitare una parte per affascinare Charlie. E Charlie da parte sua è un’attrice che viene ingaggiata per interpretare un ruolo, più letterale di così non si potrebbe. Non è la paura, non è il comando che conta, ma una pericolosa e strisciante persuasione: nessuno di essi è libero, perché in guerra nessuno lo è.

La loro storia si svolge in un’Europa che ha un sapore antico, soffocato da tonalità olivastre appena sporcate da improvvisi colori saturi (gli abiti monocromatici della protagonista). Ma tutto viene ricondotto ad una mappa quasi fluida nella sua mancanza di riferimenti, in cui i confini – come in un classico film di spionaggio – si sovrappongono, dalla Germania, all’Austria, alla Jugoslavia, alla Grecia. Ed è forte l’illusione di un mondo oltre la cortina che può essere percorso agilmente in auto, proprio perché su tutto cade la medesima cappa di indecisione e ogni luogo e personaggio viene risucchiato dal gioco delle parti.

Il cast lavora in sottrazione, ma è un lavoro encomiabile. L’implacabilità del personaggio di Michael Shannon (già quest’anno bravissimo in Waco) filtra appena attraverso un look quasi bonario e un’aria affidabile. Il Gadi di Alexander Skarsgard scalpita attraverso una corazza gelida e frustrata. Ma qui il maggiore peso cade sull’inglese Florence Pugh, volto meno appariscente delle sue controparti maschili, ma intensa in ogni istante. L’intreccio è contorto (come i classici del genere, o nel recente La talpa di Alfredson), almeno nei primi due episodi, ma recupera una certa linearità andando avanti. Dopo The Night Manager di due anni fa, un nuovo adattamento da John le Carré, molto soddisfacente e sofisticato.