Tiger King: la recensione

Tiger King ha conquistato l’attenzione degli utenti di Netflix diventando uno dei titoli più discussi sui social (anche da celebrities come Jared Leto) ed è molto facile capirne il motivo: i sette episodi propongono una storia talmente incredibile e folle che diventa impossibile non volerne conoscere l’epilogo o commentare. Il susseguirsi degli eventi (e non appena si pensa di aver raggiunto l’apice delle possibili stranezze bisogna immediatamente ricredersi) rende il progetto perfetto per il binge watching e non c’è quindi da stupirsi che la piattaforma di streaming abbia già annunciato l’imminente arrivo di altri contenuti legati alla storia di Joe Exotic.
Per evitare di rovinare la visione a chi non si è ancora lasciato trascinare nel surreale mondo di Tiger King in questa prima parte non troverete spoiler, in modo da permettere a chi vuole saperne di più sulla serie del momento di godersi la visione senza anticipazioni.

Il regista Eric Goode, nome molto conosciuto per i suoi progetti a favore della salvaguardia di animali in via di estinzione e naturalistici, si è imbattuto nella storia di Joe Exotic e della sua rivalità con Carole Baskin quasi per caso, come viene spiegato nella prima puntata, e la docu-serie segue proprio il suo percorso alla scoperta del mondo di chi “colleziona” animali selvatici come le tigri e chi sostiene invece di volerle liberare dalla cattività, portando alla luce crimini e presunti tali, addestratori, imprenditori, proprietari di zoo, attivisti e persino killer su commissione.
Il team che ha realizzato Tiger King si è rivelato particolarmente abile nel trovare una struttura a livello narrativo in grado di introdurre progressivamente tutte le persone coinvolte ricostruendo il percorso che ha portato alla condanna, aggiungendo uno dopo l’altro i tasselli di questo intricato puzzle con intelligenza. Goode, affiancato alla regia da Rebecca Chaiklin, compie un ottimo lavoro nel gestire figure che possiedono delle caratteristiche tali da renderle potenziale materiale per spinoff e nel mantenersi il più possibile obiettivo nel seguire le testimonianze, spesso compiute in modo quasi riluttante e mantenendo la propria facciata con cui hanno costruito la propria popolarità e un business redditizio, e le ricostruzioni di quanto accaduto che, nonostante il periodo di tempo piuttosto dilatato al centro delle puntate, scivola via rapidamente. La serie, a differenza di altri progetti di genere, non propone indagini personali affidandosi alla voce di chi ha avuto un ruolo nelle attività quotidiane delle strutture, nella creazione di trasmissioni televisive e in addirittura campagne elettorali. Tiger King, tramite le testimonianze, non propone nessuna figura eroica, ma presenze tragicomiche le cui azioni hanno avuto delle conseguenze su individui dal passato difficile, elemento che li ha resi vulnerabili e influenzabili, e sugli animali che sono, senza troppi dubbi, le uniche vittime totalmente innocenti di questa rete di progetti e inganni per ottenere profitto e una fama effimera. Le puntate non approfondiscono forse in modo adeguato gli aspetti economici e dell’entrata in scena di presunti investitori e alcune delle sottotrame rimangono lasciate in sospeso, pur cercando di addentrarsi nei meccanismi psicologici alle base di scelte e azioni. La docu-serie è però costruita talmente bene che in più momenti sembra di trovarsi di fronte a un racconto ideato da sceneggiatori di Hollywood, mentre il montaggio è attento a rendere ognuna delle sette puntate rilevante e coinvolgente. Per quanto riguarda la parentesi totalmente dedicata a Carole Baskin i registi sono persino riusciti nel quasi impossibile compito di lasciare agli spettatori il compito di farsi un’idea su quanto realmente accaduto, pur enfatizzando tutte le contraddizioni e la fondatezza delle accuse.
Il finale appare forse un po’ affrettato, ma le curiosità degli spettatori sarà soddisfatta con una puntata aggiuntiva in arrivo a breve su Netflix.
Tiger King ha sicuramente potuto contare sull’obbligo di rimanere a casa che ha aumentato le visioni nella prima settimana di presenza nel catalogo e un efficace passaparola, ma non si può negare la qualità del lavoro compiuto nella produzione.

Attenzione, ora iniziano i commenti contenenti spoiler!


Dopo un primo episodio introduttivo, Tiger King inizia a mostrare tutte le sue potenzialità dal secondo episodio in cui si affronta l’affascinante tematica del culto della personalità svelando alcuni segreti della vita dei dipendenti di Joe, ma non solo visto che il settore sembra essere all’insegna di ambienti quasi in stile setta e con legami con il narcotraffico, e si conclude con la rivelazione destinata a cambiare definitivamente le carte in tavola: più di una persona è convinta che Carole Baskin abbia ucciso il precedente marito e abbia dato in pasto alle tigri il suo cadavere. La terza puntata non poteva quindi che essere totalmente dedicata alla questione, cercando di ricostruire le tappe che hanno portato alla scomparsa di Don Lewis, un miliardario apparentemente pronto a lasciare la donna, attraverso le dichiarazioni della famiglia dell’uomo, di alcuni poliziotti (anche loro piuttosto eccentrici) che hanno indagato sul caso e, ovviamente l’accusata e Joe, assolutamente convinto della sua colpevolezza e pronto ad attaccarla costantemente. Se il mondo di Joe Exotic poteva apparire strano già dalle prime battute, tra giovani “convertiti” all’omosessualità e dipendenti che preferiscono farsi amputare un braccio piuttosto che causare problemi sul posto di lavoro, nel quarto si assiste alla brusca interruzione del tentativo di diventare una star della tv dopo un incendio il cui colpevole potrebbe essere una persona molto vicina alla produzione del suo show, mentre la situazione economica di Joe inizia a diventare sempre più difficile e ha delle ripercussioni sulla sua anziana madre (elemento che viene purtroppo poco approfondito e non seguito con troppa cura nell’evolversi della storia). Le idee del proprietario del Greater Wynnewood Exotic Animal Park diventano ancora più “originali” nel momento in cui sceglie di intraprendere una carriera politica (e non si può dimenticare che è persino un “cantante” con all’attivo numerosi album realizzati sfruttando la voce di Danny Clinton e video musicali anche in questo caso folli) che fa scivolare la sua struttura sempre di più verso il baratro, mentre un incidente mortale sconvolgente (e il video della telecamera di sicurezza amplifica il senso di stupore) lascia il segno. Le ultime due puntate, con il coinvolgimento dell’FBI, l’arrivo di nuovi protagonisti dalle caratteristiche sempre più surreali e un epilogo un po’ frettoloso, conducono gli spettatori in situazioni quasi da spy story con informatori e persone che sembrano fare il doppio gioco, ma soprattutto immortalano la fine di un “sogno” folle che deve fare i conti con la realtà e con la consapevolezza del dolore arrecato agli animali.
Tiger King verrà forse ricordato esclusivamente per le situazioni e le persone incredibili mostrate nel progetto prodotto per Netflix (qui potete vedere un esilarante video con i momenti più assurdi, alcuni ovviamente costruiti a tavolino dai registi come la sequenza sulla moto ad acqua), tuttavia alla base della narrazione, ovviamente da non perdere, c’è un ritratto tagliente di una parte della società americana che insegue sogni di gloria effimeri, cerca seconde possibilità aggrappandosi a opportunità di ogni tipo senza valutare i potenziali rischi e va alla ricerca di considerazione e amore, spesso non rendendosi conto delle conseguenze delle proprie azioni.

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