Zero (prima stagione): la recensione della serie Netflix

Ormai il genere dei supereroi è talmente radicato nel nostro immaginario che è semplicemente impossibile non raccontare certe storie. Prendiamo Zero ad esempio. Lo spunto ha tanto di Misfits, ma questo non vuole dire nulla. Supereroi da quartiere degradato, figure lontanissime dai personaggi dei fumetti, guardiani per caso con “zero” prospettive. Zero quindi non imita, è semplicemente se stesso come lo era Lo chiamavano Jeeg Robot, nel senso che riduce il canone dei supereroi all’unica lingua che può e deve parlare per poter avere un senso. Questa serie di Netflix ha l’intelligenza di capire questa piccola cosa e, anche se non tutto scorre liscio, alla fine è uno degli originali italiani più interessanti della piattaforma.

Protagonista è Omar (ben interpretato da Giuseppe Dave Seke), che sogna di lasciare il quartiere del Barrio di Milano per potersi trasferire all’estero e diventare un disegnatore di fumetti. Gli piace Anna (Beatrice Grannò), una ragazza dei quartieri alti, e ha un problema: senza volerlo, diventa invisibile. La sua straordinaria capacità, che poco a poco inizierà a controllare anche grazie all’aiuto degli amici, sarà utile nel momento in cui c’è da difendere il quartiere. Una serie di atti di violenza minacciano il quieto vivere del Barrio, e c’è una speculazione edilizia che soffoca qualunque tentativo di costruire qualcosa di positivo tra i suoi abitanti. Omar decide di intervenire.

I paragoni con Misfits comunque iniziano e finiscono una volta esaurito lo spunto ambientale. Sì quartieri senza grandi prospettive, ma lo spirito è del tutto diverso. La serie non gioca sul politicamente scorretto e la provocazione da metagenere dei supereroi (tanto ormai anche quella ha poco da dire). La storia di Omar/Zero inserisce invece da subito una traccia di storia chiara e lineare, e tutto finirà per convergere nella separazione tra il team dei buoni e i cattivi che minacciano il quartiere. La prospettiva si allarga, e Zero diventa una storia che ingloba in sé contraddizioni e scenari di una onnipresente Milano così come Lo chiamavano Jeeg Robot sfruttava Roma.

Perché il territorio è linguaggio, e la serie di Antonio Dikele Distefano – anche autore del romanzo – lo capisce bene. La sfera del sovrannaturale non è calata passivamente su uno scenario, ma ne viene trasformata e interpretata alla luce di quelle esigenze, per veicolare obiettivi diversi. La riduzione a supereroe da quartiere non è nuova (Daredevil, Luke Cage), ma Zero ricorda anche molto Attack the Block. Già qui non abbiamo un’invasione aliena come simbolo di gentrificazione forzata e violenta, è tutto più letterale e si combatte davvero contro quello, ma la storia dimostra di avere un proprio senso e finalità.

E magari il senso del superpotere di Omar tradisce una certa ingenuità di fondo: il rider, nero, proveniente da un quartiere popolare, che nessuno vede e che infatti diventa invisibile. Idem per una voce narrante iniziale inutile. Ma il personaggio acquisirà una sua personalità insieme agli altri comprimari con il passare del tempo. Ci sarà qualche momento di tensione e perfino qualche colpo di scena e svolta apprezzabile (nulla di tutto questo era scontato). La visione delle otto puntate della serie è agile e piacevole. Sul finale la stagione prende una piega particolare e inserisce tanti elementi da sfruttare in futuro. Non sarà facile mantenere questo equilibrio, ma per adesso Zero è una bella sorpresa.

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