Da poco più di un mese è stata resa disponibile su Prime Video la serie animata Hazbin Hotel. Rivolto ad un pubblico adulto, lo show prodotto e ideato da Vivienne Medrano ha ottenuto fin da subito un riscontro positivo tanto dalla critica (79% di consenso su Rotten Tomatoes, sulla base di 28 recensioni), quanto, soprattutto, dal pubblico. D’altro canto, buona parte degli spettatori avevano avuto modo di avvicinarsi al progetto già prima della sua uscita, quando era ancora uno dei tanti episodi pilota che sono stati proposti su youtube nell’ipotetica speranza di poter diventare qualcosa di più in futuro. Con il caricamento in streaming delle successive 8 puntate dedicate a Charlie Stella del Mattino e alla sua missione di redenzione delle anime dell’Inferno, quella che era solo una nicchia (seppur molto attiva) è passata ad essere un’audience ben più ampia, tale da permettere allo show di diventare la serie animata più seguita su Prime Video.

Abbiamo già approfondito la genesi singolare che ha portato alla realizzazione della serie da parte della A24 e all’acquisizione di Amazon. Un percorso oltremodo unico che ha permesso a un prodotto audiovisivo nato dal web di lasciare i confini amatoriali della rete per abbracciare quelli professionali della serialità animata mainstream.

Quanto avvenuto con Hazbin Hotel è indicativo dei profondi cambiamenti che hanno interessato i processi produttivi dei cartoon televisivi. Negli ultimi quindici anni, infatti, le numerose serie che hanno riempito i palinsesti delle reti tradizionali, così come i cataloghi delle piattaforme, si caratterizzano per una proposta di contenuti e un apparato produttivo che si distinguono rispetto a quelli che hanno costituito l’impianto industriale precedente. Prendendo l’opera di Vivienne Medrano come caso esemplificativo, vediamo quali sono stati questi principali mutamenti.

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Non solo per bambini

La produzione di serie animate per adulti non è certo distintiva degli ultimi anni. Già a partire dagli anni Novanta, in seguito alla svolta che la creazione de I Simpson segnò per la l’animazione televisiva (e non solo), ci si rese contro di quanto il medium potesse accendere l’interesse di un pubblico dalle età anagrafiche differenti, non solo bambini. Tuttavia, pur con questa consapevolezza, il vecchio modello televisivo non poteva permettere la messa in onda di buona parte di queste serie in fasce orarie protette. Molte di esse andarono incontro a proteste da parte di associazioni e comitati genitori, venendo ricollocate nel palinsesto se non addirittura cancellate. Venivano così confinate in spazi appositamente pensati per loro, periferici rispetto agli altri. Da qui la fondazione di programmi contenitori specifici come Liquid Television su Mtv o Adult Swim, l’etichetta per adulti di Cartoon Network. Per quanto questa soluzione permettesse a una certa produzione animata di esistere e di essere proposta, dall’altra parte limitava il numero di telespettatori, finendo per rimanere a consumo solo di un gruppo ristretto e circoscritto. Tale situazione è rimasta in larga parte invariata fino a quando l’avvento dello streaming non ha liberato dai vincoli imposti dal broadcasting, dando all’utente il potere di scegliere cosa vedere e quando vederlo. Con i margini maggiori lasciati dalle piattaforme, si assiste alla realizzazione di un numero enorme di nuove serie indirizzate a target differenti, segnando quella che può essere definita la seconda grande onda della serialità animata per adulti, con show cult come BoJack Horseman o Arcane. Non è casuale che proprio questa nuova e massiccia produzione abbia incoraggiato ViziePop ad avviare il progetto Hazbin Hotel, conscia di quanto essa non si rivolga più solo a una nicchia ma a un numero ben più ampio di spettatori, avendo, a tutti gli effetti, un pubblico.

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Questione di rappresentanza

«Perché nessuno pensa ai bambini!?» direbbe la moglie del Reverendo Lovejoy. Infatti, se c’è una produzione per cui si è sempre stati molto cauti (se non addirittura timorosi) nella rappresentazione di taluni argomenti, quella è proprio l’arte animata. L’assuefazione all’idea stereotipica che vede il medium rivolto solo a una ristretta fetta di pubblico, nello specifico quello giovane, l’ha sempre posto davanti a un rigido regime di controllo, soggetto a pesanti limitazioni. È così che la presenza di certe immagini e di certe tematiche viste come controverse venivano del tutto escluse. Tra queste è compresa qualsiasi menzione, anche solo accennata, a ogni forma di orientamento sentimentale/sessuale all’infuori da quello tradizionale tra maschio e femmina. Tale realtà è rimasta nel complesso immutata fino a quando una maggiore sensibilità in termini di apertura alle minoranze, iniziata negli anni Dieci del 2000, non ha portato a una più diffusa rappresentanza anche nelle produzioni audiovisive mainstream, inclusa quella animata.

La prima serie a segnare in tal senso una svolta, settando un approccio nuovo alla produzione seriale animata, è senza dubbio Adventure Time. Quanto realizzato nello show creato da Pendleton Ward, infatti, ha piantato i semi per un modo di porsi nei confronti del racconto animato, costruito non solo sul graduale ampliamento della propria mitologia e sull’esplorazione del world building, ma anche sul  confronto con aspetti che fino a quel momento non avevano trovato spazio. Tale è stata l’aria innovatrice introdotta dalla serie da diventare convenzione per molti show successivi, da Steven Universe a Kipo e l’era delle creature straordinarie, fino ad arrivare al caso recente di Hazbin Hotel.

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Riorganizzazioni produttive

È indubbio che sia avvenuto un significativo cambiamento nelle dinamiche produttive dei cartoon seriali. I processi che hanno portato a un ammodernamento nell’impostazione con la quale vengono realizzate nuove serie è sotto l’occhio di tutti. L’idea stessa di attingere da un episodio pilota realizzato con mezzi indipendenti (per poi essere caricato su youtube), prendendolo come base per la realizzazione di un intero show, come avvenuto con Hazbin Hotel, sarebbe stata impensabile anche solo poco prima.

Non dimentichiamo quanto per molto tempo l’animazione in televisione sia stata subordinata a strategie commerciali e di marketing. La realizzazione di diverse serie non aveva altro scopo se non quello di traino per la successiva vendita di articoli correlati, in particolar modo linee di giocattoli.

Vassalli di questa filiera industriale, non era raro che certi show venissero prematuramente cancellati in seguito non all’eventuale mancanza di ascolti, bensì a un calo nelle vendite dei prodotti ad essi associati, venendo meno la loro funzione primaria.

Per quanto tale correlazione esista ancora adesso, essa non costituisce più un fattore preponderante nel momento in cui viene messa in cantiere la realizzazione di una serie. Inoltre, un altro fattore indicativo delle svolte avvenute all’interno delle pratiche produttive dell’animazione seriale lo si può individuare nel numero di episodi che comunemente compongono oggi le stagioni degli show. Infatti, se fino al primo decennio degli anni 2000 di norma queste includevano indicativamente tra 13 e 22 episodi (a seconda della rete dove le serie andavano in onda), adesso si è orientati verso una maggiore concentrazione, virando spesso verso gli 8/10 episodi per stagione o addirittura la realizzazione di miniserie. Sul modello di Netflix, tale impostazione non solo rende più agevole per lo spettatore la visione in binge watching, ma, allo stesso tempo, consente agli autori una scrittura fondata prevalentemente sul racconto orizzontale.

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