Niente. Moon Knight si è concluso in niente dopo avere brillato di una luce fortissima. Era quella della luna che rischiarava la notte ma anche quella di una visione del personaggio innovativa e coraggiosissima che faceva ben sperare.

Poteva essere tutto un sogno. Una proiezione mentale di un uomo in lotta contro i suoi demoni. Poteva essere la storia di origini di un supereroe che, prima di liberarsi dalle proprie catene emotive, doveva fare pace con il proprio passato. Un fragile vaso di ceramica distrutto e ricostruito dagli Dei con un sigillo d’oro. Quelli sì reali. Perché, come Black Panther insegna, nella Marvel c’è un mondo di mezzo, tra la realtà terrena e quella ultraterrena, popolato da creature e coscienze potentissime che non possono interferire nel nostro mondo se non tramite corpi e sembianze tangibili a fare da “avatar”. Sembrava che ci fosse del materiale prezioso a tenere insieme i pezzi di questa storia frammentata come il suo eroe.

Invece Moon Knight con l’ultima puntata quel vaso lo butta a terra, lo frantuma e ne mischia di nuovo i pezzi. Era tutto falso. O forse no? Forse era tutto vero. Il sesto episodio è così: un twist and turn da capogiro, che quando va bene ignora per quasi l’intera durata le conseguenze dell’episodio precedente. Quando va male le annulla. 

Dalle stelle alle… peggiori sequenze di Moon Knight

La battaglia tra kaiju nei celi del Cairo è l’equivalente astrale di quello che, tangibile, accade tra i criminali (la gente può vedere i mostri? Non si capisce). Ci sono più piani che si incontrano, una rissa in cielo e in terra però frettolosa. Succede tutto alla svelta, e mentre accade, si sgretola anche quell’illusione e quell’empatia che era stata creata giusto una puntata prima.

Un atto finale che se fosse stato convenzionale non avrebbe fatto danni. Invece non è poco ispirato come quasi tutti i finali di queste serie. È trascurato, insapore, senza respiro. Esiste perché deve, dato che non si può lasciare le cose in sospeso. Bisogna chiudere in qualche modo. Purtroppo però, dopo avere avuto quella ecografia del cuore di Marc\Steven che è stato l’episodio precedente, a nessuno importa più della linea fantasy. Svogliatissimi, regia, sceneggiatura e attori fanno quel che devono per finire tutto il prima possibile. Riescono a trovare giusto un paio di immagini azzeccate. Il resto è uno stanco trascinarsi di una pessima scrittura. 

Il problema è che Moon Knight ci aveva fatto ben sperare che il suo intreccio fosse tutto sull’illusione e sulla percezione. Stava andando nella direzione di risolversi con la verità, non con le botte e le esplosioni viola. Sarebbe bastato scoprire ancora qualcosa di più: che cosa è reale e cosa è finzione, magari usando come chiave proprio la terza personalità: Jack Lockey.

Sembrava innovazione invece era convenzione

L’ospedale psichiatrico è infatti solo una proiezione del subconscio. La realtà è ben più assurda e improbabile. È fatta di Dei, mostri, uomini che uccidono senza conseguenze e senza che il mondo se ne accorga (e gli altri supereroi?). Normalmente i colpi di scena riportano a una spiegazione plausibile ciò che non ha senso di primo acchito. Moon Knight fa un colpo di scena alla Shutter Island (segue la scia della follia), salvo poi ribaltarlo nuovamente in stile Il sesto senso (cioè con la spiegazione paranormale).

Fosse solo questo il problema! Tutto quello che accade sembra venire da un’altra serie, essere conseguenza di altri fatti che non abbiamo visto. Non si contano le incoerenze tra i personaggi, le scelte assurde (è così facile scappare dall’aldilà?), e la scala dei poteri divini è quanto mai incomprensibile. 

Per una serie che procede come un’indagine, in cui legare molti fili per arrivare alla fine del labirinto, non avere logicità e coerenza dal punto A al punto B è la fine di ogni illusione. Così anche Oscar Isaac sembra fuori parte. I costumi direttamente dalla Distinta Concorrenza trasudano povertà di inventiva. Lo scontro tra Konshu e Ammit potrebbe essere benissimo ricalcato su quello di Kong contro Godzilla. Persino la soddisfazione del villain sconfitto non ci è concessa. Uno stacco di montaggio e tutto è finito.

Si arriva alla scena post credit sfiniti, devastati da quanto tutto ciò che è stato costruito non abbia avuto un seguito. E invece che cercare di chiudere il cerchio si rilancia con un colpo di scena telefonato e ancora da grattacapi. Difficile trovare un senso, una parvenza di plausibilità in quello che accade. 

Diventa così difficilissimo comprendere dove gli autori volevano portare la serie. Non c’è un appiglio, un indizio che dica almeno il verso per cui leggerla. Tutto ritorna così complesso da essere banale. Cos’è il manicomio? Ma non nella storia, nel piano simbolico. Perché l’hanno scritto? Cosa volevano che rappresentasse?

Arrivati a questo punto, non c’è più nemmeno la voglia di chiederselo.

Perché le serie Marvel non riescono a finire bene?

Difficile capire come mai ci sia questo crollo fisiologico sul finale. Mentre al cinema stiamo vivendo la fase 4, in televisione stiamo osservando ancora una fase 1. Quanto è simile ai primi Iron Man, Captain America e Thor. Storie di origini che crescevano fino a un certo punto e poi la parabola si faceva discendente. L’annoso problema del terzo atto nei film Marvel che si pensava di essersi lasciati alle spalle da tempo.

Moon Knight ne soffre particolarmente. E per questo è il punto di partenza ideale per capire questa vulnerabilità del meccanismo generalmente ben oliato. Quello che ci racconta questo episodio è una paura di togliere l’elemento supereroistico. La lunga durata permette una maggiore introspezione. Si costruiscono dei personaggi che seguiamo per ore e che hanno modo di esprimere desideri e ambizioni più sfumate, che si modificano continuamente.

Poi però si prendono paura. Tornano indietro. Come se a chi guarda interessasse solo l’azione spettacolare e lo sfoggio di superpoteri. La resa dei conti. Anche se non è affatto vero!

Anche nel bilanciamento delle informazioni Moon Knight si è trovato scoperto da un lato, e con troppe cose da chiudere dall’altro. Si è giocato tutte le carte più forti troppo presto, e ha lasciato tantissimi conflitti ancora da sviluppare.

Il problema di queste serie Marvel è, stranamente, molto poco Marvel. Se c’è una cosa a cui la casa delle idee ci ha abituati è che è sempre più interessante l’uomo sotto il supereroe. Persino i film più grossi come Avengers: Endgame e Doctor Strange nel multiverso della follia si concentrano nel loro vero finale sui personaggi. Si costringono a trovare il tempo di dare spazio alle emozioni. Creano scene madri non solo di lotta, ma anche di respiro intimo che aiutano a tirare le fila. 

Le serie TV Marvel come Moon Knight ci fanno invece vedere tutto quello che possono fare. E sono effettivamente grandi cose. Si dimenticano però di chiuderle bene. Di iniziare il viaggio, di goderselo, ma di sapere dove andare a parare. 

C’è un’altra ragione per cui le serie Marvel non sembrano chiudersi. Il vero finale di WandaVision è Doctor Strange nel multiverso della follia, Loki (che invero si chiude benissimo) avrà però una seconda stagione. The Falcon and the Winter Soldier, con il suo imbarazzante monologo degli ultimi minuti, continuerà in Captain America 4. L’ultimo episodio di Hawkeye era praticamente un teaser di Echo, e per questo insoddisfacente.

Resta solo Moon Knight. Solo. Perché la seconda stagione è desiderata ma lontana e al momento non si vede all’orizzonte. Non ha una corda di salvataggio in un altro prodotto. Così si è schiantato a terra. Quello che rimane è un coccio rotto. Qualcuno lo riparerà?

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