Qualche giorno fa abbiamo avuto il privilegio di intervistare il regista Luca Guadagnino nella sua casa a Crema, in occasione dell’uscita di Suspiria, al cinema dal 1 gennaio.

Nella lunga conversazione con Francesco Alò, che pubblicheremo integralmente lunedì mattina sul nostro canale YouTube, abbiamo parlato del suo prossimo film ma anche di Chiamami col tuo Nome. Sin da quando il film vincitore di un Oscar è uscito nelle sale si è parlato di un possibile sequel: nel corso dei mesi Guadagnino ha confermato di voleri continuare la storia di Elio e Oliver, coinvolgendo nuovamente il cast (e immaginando Dakota Johnson come possibile interprete della moglie di Oliver), mentre poche settimane fa Andre Aciman ha confermato di essere al lavoro su un secondo libro.

Nella nostra chiaccherata, il regista ha confermato l’intenzione di lasciare Crema e ha svelato come pensa che inizierà il film:

Mi sto facendo la domanda se nel nuovo capitolo della vita di Elio, di Oliver e dei Perlman dovremmo farli passare da Crema o meno, ma non credo. Diamo una piccola anticipazione: il sequel, che però non è la parola giusta, il nuovo episodio delle cronache di Elio e di Oliver si svolgerà in buona parte a Parigi. E comincia con Elio che piange. Con questa luce che gli brilla negli occhi… e ci chiediamo: siamo ancora là dove lo avevamo lasciato [davanti al camino]. E invece lui sta piangendo perché sta vedendo il finale di uno dei più bei film degli anni ottanta, il capolavoro di Paul Vecchiali “Ancora”, Once More. Assolutamene coerente con il personaggio che Elio ami il cinema di Paul Vecchiali… che sia malinconico.

Guadagnino ha spiegato perché non si vuole fermare e vuole continuare a raccontare la storia di Elio e Oliver:

Questa è una cosa che mi ha un po’ addolorato leggere alle volte… e infatti ho smesso di leggere! C’è chi dice che questo desiderio di continuare sia una sorta di “ansia della ripetizione del successo”. La verità è che quando abbiamo finito di fare il film e lo abbiamo consegnato al mondo, letteralmente quando è andato al Sundance, nel 2017… Io ho rivisto il film. Ogni volta che presento un film per la prima volta lo rivedo. A Venezia ho rivisto Suspiria. È anche l’ultima volta che vedo un mio film. Vedendo Chiamami col tuo Nome, provavo uno struggente senso di malinconia perché sentivo che non volevo lasciare i personaggi di questo film e le persone con cui lo avevo fatto, sia davanti che dietro la macchina da presa.

Girare Call me by your Name è stato un piccolo paradiso, una piccola forma di benessere, cosa rara per me perché odio girare i miei film… e quindi mi sono detto: sarebbe riduttivo per il film pensare che queste persone della fantasia di Aciman e di tutti noi che abbiamo dato loro vita avessero da dire semplicemente ciò che hanno detto in quel momento della loro vita. A me piacciono queste persone, a me interessa Elio Perlman, mi interessa come persona, vorrei capire cosa gli succede. E allo stesso tempo mi interessa Mafalda… o Marzia, Oliver, i Perlman stessi… È come quando tu conosci una persona, poi quella persona la saluti, magari è una persona che viene dall’estero e non la rivedi per tanto tempo… e ti chiedi cosa le è successo, ti rimane un senso di malinconia perché vorresti condividere qualcosa degli altri episodi della loro vita. E quindi secondo me loro sono dei personaggi particolarmente eccezionali nella loro normalità rispetto a ciò che abbiamo vissuto di loro in questo breve momento della loro vita. Sono convinto che abbiano molte più cose da vivere e da condividere. Non è una questione di sequel… è una questione di malinconia. Mi piace l’idea, e avendo il potere di farlo… è bello vedere anche come invecchiano nei corpi di questi attori. In questo senso è un film un po’ come quelli che hanno fatto Truffault, Michael Apted… che recentemente ha fatto un nuovo capitolo.

[…] Ma sai che bello vedere cosa succede a Timothée Chalamet, riportare il suo vissuto nel vissuto di Elio tra cinque, tre, venti anni… è una cosa che solo il cinema ti permette di fare, quindi è un principio puramente cinematografico che non ha niente a che vedere con “l’ansia di”. Per questo sequel è una parola brutta, perché non è tanto il concetto di sequel che mi interessa quanto gli episodi [della loro vita]. È un ciclo.

Cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti!

 

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