In Non è un paese per vecchi c’è una scena che, in una produzione normale, sarebbe probabilmente tagliata dal cut finale. Un momento di pausa dalla trama che non aggiunge nulla nella caratterizzazione dei personaggi (tutto ciò che esprime viene detto in altre scene). Ma questo momento è così magistrale, teso e complesso da essere diventato il cuore dell’intero film. Si tratta della scena del lancio della monetina nel negozio del distributore di benzina.

Raccomandiamo la visione dell’analisi della scena, in cima all’articolo, prima della lettura.

Non è un paese per vecchi

Primo atto

La prima inquadratura è un semplice master. Un’indicazione di luogo e di spazio in cui sta per svolgersi l’azione. Basta l’insegna della Texaco per comprendere la ragione della sosta. L’intera sequenza, come tipico dei Coen, sarà così semplice, essenziale, secca (ma mai scarna). La scelta di questa inquadratura grammaticalmente incornicia una parentesi in Non è un paese per vecchi.

Entriamo nel negozio insieme ad Anton Chigurh (Javier Bardem). Un uomo sta finendo alcuni conti, si accorge della presenza dell’uomo in nero, che ora è entrato nell’inquadratura. Segue un dialogo formale sul prezzo della merce. Parole con un significato, ma senza un vero e proprio messaggio. Eppure visivamente i Coen parlano anche in questo momento. Riempiono di indizi la composizione dell’immagine, e danno adito, a un occhio attento, di capire cosa sta per accadere entro pochi minuti.

Il venditore è inquadrato al centro della scena, circondato dalla sua “roba”. Il colore della sua camicia lo mimetizza con il resto del deserto che si vede dalla finestra. Capiamo a prima vista che è un uomo di frontiera. L’equivalente narrativo di un barista dei western che accoglie lo sceriffo o il malvivente nella sua casa. Sulla sua testa dell’uomo sono appesi dei cavi la cui forma ricorda il segno macabro di un pericolo imminente. Tanti piccoli cappi, che pendono sopra il negoziante.

Non è un paese per vecchi

Pochi secondi e il discorso tra i due prende una piega sbagliata. Una domanda di troppo del venditore e la risposta drastica di Chigurh. Inizia qui il meccanismo di costruzione della tensione della regia. A questo punto del film, chi guarda conosce già bene la terribile crudeltà di Chigurh. Sa che la vita viene da lui tolta in silenzio, con chirurgica precisione, senza un apparente motivo, e senza rimorso. Ed è in questa consapevolezza che la regia si libera da ogni freno e crea un meccanismo impeccabile di suspense.

Un duello inconsapevole

Non ci sono armi in scena, non è uno stallo. Eppure sembra inevitabile l’avvicinamento a un vicolo cieco nella discussione tra i due.

I Coen lavorano sull’intero piano del dialogo, scavando a fondo nella semplicità del campo e contro campo. È incredibile come, grazie alla bravura degli attori, il gioco dialettico quasi infantile dell’assassino (che ripete le parole del negoziante a specchio) diventi una palpabile minaccia. Sono le piccole variazioni del volto su un’espressione neutra a risuonare come un urlo nel silenzio.

L’impresa dei registi in questo caso non è tanto fare percepire allo spettatore il senso di morte, quanto costruirlo sul volto del malcapitato. La bravura di Gene Jones (il caratterista che interpreta il proprietario della stazione di benzina) sta proprio nel mostrare il lento avvicinamento di un’ombra scura. La progressiva realizzazione di un incontro con la morte stessa, con una forza umana, ma al contempo inconoscibile e incomprensibile.

“Non sai di cosa stai parlando, vero?” dice il cliente al negoziante. “Non sai cosa sta per accadere, vero?” intende lo spettatore, ormai arrivato al centro della scena. 

Il personaggio di Jones ha innescato il dialogo con una semplice deduzione sulla provenienza di Chigurh “ho visto che viene da Dallas”. Un’informazione personale. Un dato che aiuta a definire l’identità di un personaggio che, invece, è inconoscibile. Come il male stesso Chigurh è indefinibile, sospeso nel tempo e nello spazio.

Quello che segue è una raffica di contro domande personali. Il negoziante è nudo, preso nella sua intimità (a che ora vai a letto?), e il suo ruolo è ora completamente ribaltato. Inerme e confuso risponde alle domande come in un teatro dell’assurdo. Le parole perdono di significato e, proprio nel momento di oscillazione tra la vita e la morte, subentra il distacco ironico e grottesco tipico dei Coen. 

Man mano che il dialogo prosegue il campo e contro campo si stringe. Non vediamo più i prodotti esposti, vediamo solo i personaggi in primo piano, incrociamo i loro occhi. Si crea un’atmosfera di sospensione, avvicinando i due grazie all’ effetto ottico.

A questo punto, l’incontro con la morte di bergmaniana memoria, si apre al ricordo. Una vita raccontata in pochi secondi. È un momento totalmente in linea con la filosofia del racconto di McCarthy. Un tempo sta cambiando, i vecchi valori, le tradizioni (la casa ereditata) sono un ricordo del passato. È una scena di straordinaria solitudine; due uomini soli in mezzo al deserto, circondati da sabbia e lamiere. Ma è anche una solitudine esistenziale, un lasciarsi vivere senza scopo. Un morire senza ragione. Il che ci porta a…

La moneta al centro di Non è un paese per vecchi

Il lancio della moneta, con tutto il significato simbolico che si porta dietro lungo il film, è mostrato come una ritualità.
Poco prima del lancio Chigurh rompe l’incedere del dialogo accartocciando la carta della caramella. È questo un altro suggerimento (non simbolico, ma proprio estetico) della minaccia. Un primo piano sonoro sullo scricchiolare della cartina che lo fa assomigliare a un lamento.

Non è un paese per vecchi

Non so cosa c’è in ballo” “Sì che lo sai, te lo stai giocando da quando sei nato solo che non lo sapevi”.

Chigurh racconta la storia della moneta. In quel momento riceviamo la data precisa in cui è ambientato il racconto: 1980. Una moneta datata 1958 che ha viaggiato 22 anni per arrivare lì. È la filosofia del piccolo oggetto, un’azione insignificante, che può avere drastiche conseguenze.

Il simbolo della moneta è portatore di un senso di vuoto dell’esistenza in Non è un paese per vecchi.

Prendere una decisione, se scommettere sul lato o sul verso dell’oggetto, è un atto insensato. Nessuno conosce la conseguenza di un lancio. Nessuno sa cosa succederà il secondo successivo. Scommettere sulle azioni della vita è quindi, nell’equilibrio della storia, una partita con la morte. 

Ecco la quadra della scena. Il destino di una persona nelle mani della sorte, nelle mani di un incontro casuale in un luogo e in un tempo preciso. L’oggetto diventa l’atto, come una pistola diventa l’uomo che preme il grilletto, e come l’accumularsi delle scelte diventa una conseguenza.

Un oggetto che è poco più della somma dei suoi materiali, diventa giudice e sentenza. “Non metterlo in tasca, si confonderebbe con le altre“. È il valore simbolico che noi diamo alle cose che ne cambia l’essenza e lo scopo.

E così anche la scena stessa è come il lancio della moneta. Può avere un significato preciso nell’equilibrio della “vita” nella trama. Può non averlo, ed essere un momento come tutti gli altri. È il valore che gli attribuisce chi guarda a definirne la portata filosofica.
Il resto del film, e delle azioni di Chigurh, verranno inevitabilmente letto sulla base di questo momento, e della lettura che ne facciamo noi spettatori. Sia che abbiamo scelto testa, sia che abbiamo scelto croce.

L’ultima inquadratura riprende l’uomo circondato dai suoi oggetti. I cappi pendono sulla testa. Il suo vestito torna a confondersi con il deserto. È ancora vivo, ha fatto la scelta giusta. Per oggi.

Cosa ne pensate di Non è un paese per vecchi, ora disponibile su Netflix? fatecelo sapere nei commenti.