È il mese di dicembre del 2019, secondo il calendario gregoriano.

Del 5780 per il calendario ebraico o del 1441 secondo quello islamico.

A questo mondo tutto è abbastanza relativo.

Ma c’è un elemento che pare costante anche a prescindere dalla maniera con cui decidiamo di indicare il trascorrere dei giorni, dei mesi e degli anni.

La nostalgia.

Quel piacevole e, talvolta, narcotico effetto che si prova nel trascorrere il nostro tempo “con cose” che ci riportano, con la mente, ad anni in cui non avremmo mai neanche immaginato che un giorno saremmo finiti a parlare del paese di provenienza delle nocciole usate dalla Ferrero per produrre la Nutella. O meglio, non avremmo mai neanche immaginato che lo avremmo fatto come corollario di strategie comunicative politiche varie ed eventuali. Negli anni ottanta c’era tutta un’altra verve, tutto era più cazzuto, si viveva di altri blocchi contrapposti, di USA Vs. URSS e facevamo il tifo per Rocky Balboa.

Avete presente no?

“Quando sono venuto qui non sapevo cosa mi aspettava. Ho visto che molta gente mi odiava e io… e io… non sapevo… non sapevo come la dovevo prendere. Poi ho capito che neanche voi mi piacevate, ma durante questo incontro ho visto cambiare le cose: cioè quello che provavate per me e quello che io provavo per voi! Sul ring eravamo in due disposti a ucciderci l’un l’altro, ma penso che è meglio così che milioni di persone! Però quello che sto cercando di dire è che se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! Scusate… io voglio solo dire… una cosa a mio figlio che forse a quest’ora dorme… Buon Natale, figliolo… ti voglio bene!”

 

 

La nostalgia, dicevo.

La nostalgia vende.

Nintendo lo ha capito bene con le sue mini-console, NES e SNES, Sony, come Homer Simpson, “ci ha provato ma non ci è riuscita”, SEGA dopo svariati e fallimentari tonfi dovuti più a distrazione, ha capito di avere un tesoro fra le mani e ci ha finalmente regalato un Mega Drive Mini che si è imposto sul mercato come la miglior proposta in ambito di retroconsole in miniatura. Ve lo abbiamo spiegato nel nostro speciale e lo abbiamo ribadito in quello sui cinque giochi che un nintendaro (nello specifico, io), ha sempre invidiato alla concorrenza.

A pochi giorni dall’esordio nei cinema dell’ultimo capitolo di una saga decisamente vintage nota come Star Wars e a quasi un anno esatto dal debutto su Netflix di Black Mirror: Bandersnatch, l’esperimento interattivo di Charlie Brooker che si è nutrito come un assetato vampiro dell’estetica videoludica di qualche decennio fa, ci ritroviamo qui a collegare ai nostri televisori 4K una perfetta riproduzione in scala 1:1 del Commodore 64 realizzato dalla Retro Games LTD e commercializzato da Koch Media Games Italy.

 

Il Commodore 64 e Black Mirror: Bandersnatch, matrimonio perfetto.

 

Non si tratta della prima volta assoluta per Retro Games LTD. Tempo fa aveva già portato nei negozi una versione mini del C64, fatta proprio per capitalizzare e sfruttare l’onda di popolarità di un mercato inaugurato con l’abituale genialità e scaltrezza di un colosso come Nintendo, capace di vendere lo stesso gioco alla stessa persona almeno 10 volte nell’arco di 30 anni. Non penso di essere l’unico individuo esistente ad avere quasi tutte le incarnazioni di Super Mario Bros. 3 uscite dal 1991 a oggi.

Una proposta, quella del C64 Mini con molti pregi – e qualche difetto di non poco conto – che parzialmente si ripete anche con questo The C64 Maxi, “a grandezza naturale”. Che trova il suo maggior punto di forza proprio nelle sue dimensioni, nella perfetta riproposizione di quei feels che tutti i videogiocatori di una certa età avvertiranno tirando fuori la tastiera dalla confezione, ascoltando l’inconfondibile “tap tap” dei tasti, una musica capace di catapultarci ai giorni d’oro dei Kraftwerk e delle peripezie di Kevin Flynn nel mondo digitale di TRON.

Questa re-release aggiornata ai tempi del classico lanciato sul mercato nel 1982 arriva con tutto il nécessaire per essere impiegato su delle apparecchiature leggermente più sofisticate dei monitor e delle TV di un tempo, quelle scatolette talmente radioattive da essere capaci di lasciare la nostra ombra impressa sulla parete alle nostre spalle.

Nella confezione troviamo infatti un cavo HDMI, un cavo d’alimentazione (ci sono anche dei praticissimi e utili adattatori per i vari formati delle prese elettriche sparse qua e la per i mercati in cui The C64 sarà acquistabile nei prossimi giorni) e un joystick, chiaramente USB. Potete comprarne uno aggiuntivo a parte oppure acquistare un adattatore che, volendo, vi consentirà di impiegare ad esempio i controller originali del Mega Drive mentre, i più “skillati”, possono anche trovare la maniera di ritirare fuori dalla naftalina i joystick dei good old days e usare direttamente quelli.

 

Le care, vecchie radiazioni di quando eravamo piccoli!

 

Come da prassi in questo specifico segmento di mercato, le opzioni a disposizione dell’utente consentono di scegliere fra una modalità di visualizzazione dei titoli presenti più o meno fedele all’età dei medesimi. L’aspetto intrigante di questo The C64 è però quello di poter accedere ai giochi con una pratica modalità carosello, un menù dal quale selezionare il titolo con cui vogliamo cimentarci, o una modalità classica che “resetta” il computer permettendoci di programmarlo tramite la tastiera e di scegliere fra il modello C64 o VIC-20.

La line-up dei 64 titoli presenti è fatta di luci e ombre, come già accaduto con la versione mini (anche perché è sostanzialmente la stessa). Se da una parte è una gioia ritrovare titoli come Attack of the Mutant Camels di Jeff Minter (che, guarda un po’, in Bandersnatch ha avuto anche un cammeo), dall’altra è un peccato dover constatare nuovamente l’assenza, per ovvie questioni di licenza, di titoli Lucasfilm come Maniac Mansion o il leggendario Ghostbusters di David Crane. Va detto che così come il Pinguino di Danny DeVito in Batman – Il Ritorno, armandosi di pazienza e buona volontà, riusciva a recuperare e rimettere insieme i documenti (e cadaveri) scottanti triturati da Max Shreck, anche con questo The C64 è possibile “riempire gli spazi vuoti”. Se capite cosa intendo.

Perché alla fin fine, come per tutte le varie proposte da “effetto nostalgia videoludico” arrivate sul mercato, la scelta di acquisto si riconduce tutta al tipo di approccio che ognuno di noi ha verso il retrogaming. Ci sono i puristi che vogliono rivivere certe avventure con le apparecchiature originali, ci sono quelli per cui è importante avere un’ubertosa collezione a portata di emulatore e quelli che, magari, si pongono in una zona intermedia fra queste due, persone che vogliono un’esperienza che possa avvicinarsi il più possibile a quella degli anni ottanta, con tutte le comodità della modernità e, volendo, le possibilità di bypassare con arguzia le limitazioni del parco titoli pre-installato (o di limitarsi tranquillamente a godersi le 64 maddalene proustiane già presenti).

Per questa categoria specifica di persone, il “tap-tap-tap” della tastiera di The C64, sarà come una meravigliosa sinfonia capace di far viaggiare con la memoria a quegli anni in cui il succo di frutta Billy era la bibita più buona del mondo.