Dylan Dog 337: Spazio profondo, la recensione
Spazio Profondo vuole essere il preludio di un rilancio teso a tracciare nuove linee guida, con le quali d'ora in poi non vi sarà più nulla di scontato
Classe 1971, ha iniziato a guardare i fumetti prima di leggerli. Ora è un lettore onnivoro anche se predilige fumetto italiano e manga. Scrive in terza persona non per arroganza ma sembrare serio.
Roberto Recchioni non è mai stato così alla ribalta sul palcoscenico del fumetto italiano quanto in questi ultimi due anni. Un lasso di tempo che ha significato per l'autore romano la responsabilità di tutto il parco testate legate a Dylan Dog e il lancio del progetto più coraggioso mai tentato dalla Sergio Bonelli Editore, Orfani, una collana regolare a colori, giunta, i lettori di BadComics.it lo sanno bene, alle soglie del secondo ciclo. Ora, insieme agli artisti Nicola Mari e Lorenzo De Felici, firma quest'albo che abbandona il tradizionale bianco e nero della serie, per sottolineare ciò che da tempo è stato annunciato con enfasi, quale lo spartiacque, la svolta nella lunga vita editoriale del personaggio: Spazio Profondo.
Come è stato ribadito al B-Day qualche giorno fa, il nuovo corso di Dylan Dog partirà il mese successivo con un numero davvero epocale, il 338, Mai più, ispettore Bloch, dove Paola Barbato e Bruno Brindisi spediranno per sempre in pensione uno dei comprimari più riusciti e amati della serie. Spazio Profondo vuole essere il preludio a questo rilancio, il titolo di rottura con la vecchia continuity e il manifesto del rinnovamento, teso a tracciare nuove linee guida per il lettore, per il quale d'ora in poi non vi sarà più nulla di scontato, nessun punto fermo nell'universo creato ventotto anni fa da Tiziano Sclavi. Raccoglierne l'eredità, “essere capaci di tradire l'origine proprio per esserle fedeli”, ha spiegato Recchioni, sono le leve che hanno mosso questa rivoluzione, nel tentativo di ritrovare lo spirito iniziale proiettato a ribaltare continuamente la prospettiva della vicenda e a spiazzare il lettore.
Come si colloca Spazio Profondo in questa nuova o meglio “vecchia” impostazione? Sorprendente è senza dubbio il genere scelto per il soggetto, quello spaziale, più radicale forse dei suoi stessi Orfani, anche se mediato da una forte componente horror. Oltre al primo Alien di Ridley Scott, ci sono variegati richiami a capolavori come Dune di Frank Herbert o a un videogioco di culto come Halo. La storia di Recchioni emula la circolarità di quelle più autentiche di Sclavi, dove sembra impossibile sfuggire all'incubo che lentamente si appropria della scena e la dimensione angosciante continuamente si interpone tra realtà e sogno. Siamo ancora lontani però, dal coinvolgimento emotivo con cui il creatore di Dylan Dog confondeva e poi rapiva il lettore. Unico e inimitabile è l'estro visionario e irrazionale di Sclavi, mentre la sceneggiatura di Recchioni è quasi impeccabile, geometrica, radicata su schemi solidi ed elementi consueti. Il lavoro di Mari e De Felici è encomiabile e attesta che la Bonelli in Italia è ormai la casa editrice che artisticamente e imprenditorialmente è padrona del colore così come lo è stata da sempre del bianco e nero.