Charlie Hebdo perde Luz, il suo vignettista di punta
Luz lascia la redazione di Charlie Hebdo: troppo grave il carico sia professionale che psicologico per il vignettista
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.
La notizia è stata ripresa nella giornata di ieri dalla stampa nazionale e internazionale: Renald Luzier, uno dei più importanti e storici vignettisti di Charlie Hebdo, lascerà la rivista. Il trauma degli eventi di gennaio ha trasformato il suo ruolo di autore in una vera e propria ossessione che gli impedisce di riprendere il controllo di se stesso, a quanto ha dichiarato.Luz, questo il nome d'arte dell'artista, è colui che ha realizzato una delle più famose copertine della rivista, quella che celebrava i sopravvissuti all'indomani dell'attentato, ma anche una di quelle incriminate dai fondamentalisti per la presenza di Maometto e quella divenuta simbolo della reazione dei sostenitori della libertà d'espressione, con la scritta "Je Suis Charlie".
Per me è diventato difficile lavorare sull'attualità. Da molto tempo rifletto sulla possibilità di lasciare. Dopo l'attentato abbiamo dovuto ripartire in fretta, fare il numero con la copertina verde. Poi c'è stata la volontà collettiva di accelerare. Anche se io avevo bisogno di tempo, ho seguito per solidarietà, per non lasciare soli gli altri.
Ma a un certo punto il carico è diventato troppo pesante da sopportare. Non siamo in molti disegnatori, mi sono trovato a fare tre copertine ogni quattro. La chiusura di ogni uscita è una tortura, perché gli altri non ci sono più. Passare le notti a invocare i morti, chiedersi cosa avrebbero fatto Charb, Cabu, Tignous è massacrante.
Charlie Hebdo è, oggi come oggi, una delle riviste di satira più lette al mondo. Troverà la forza di risollevarsi non solo dal lutto e dall'attentato, ma anche da queste scosse di assestamento che, inevitabilmente, daranno un nuovo assetto alla testata o la faranno crollare per la sua fragilità?
Fonte: La Stampa