Unity vol. 1: Uccidere un re, la recensione
Unity vol. 1: Uccidere un re insieme a X-O Manowar vol. 5 e Harbinger vol. 4, rappresenta il ritorno in grande stile sui nostri scaffali del Valiant Universe
Classe 1971, ha iniziato a guardare i fumetti prima di leggerli. Ora è un lettore onnivoro anche se predilige fumetto italiano e manga. Scrive in terza persona non per arroganza ma sembrare serio.
Unity vol. 1: Uccidere un re, albo che abbiamo avuto la possibilità di recensire in anteprima per voi, raccoglie i primi quattro numeri della serie originale edita negli States da Valiant Comics e, insieme a X-O Manowar vol. 5: In Guerra con Unity e Harbinger vol. 4: Perfect Day, rappresenta il ritorno in grande stile sui nostri scaffali dell'Universo Valiant.
La nuova scommessa nata a Bosco di Perugia, va salutata con un plauso, perché offre al nostro pubblico la possibilità di leggere storie di qualità sopra la media del filone mainstream, sia per testi che disegni. Lo dimostrano i nomi degli autori coinvolti. Per la squadra speciale creata da Toyo Harada, che possiamo ammirare in Uccidere un re, la sceneggiatura è affidata a Matt Kindt e i disegni a Doug Braithwaite.
Unity (ispirato al crossover della precedente incarnazione del Valiant Universe, quello degli anni '90) deve fermare Aric, il più valoroso dei Visigoti e futuro loro sovrano, divenuto il possente X-O Manowar. Indossa infatti l’invincibile armatura di Shanhara, di cui è venuto in possesso dopo aver liberato il proprio popolo dalla razza extraterrestre della Vigna. Ritornato sul nostro pianeta e scoprendolo avanti nel tempo sedici secoli rispetto a quando vi fu rapito dagli alieni insieme alla sua gente, decide di riappropriarsi delle sue terre. Occupa quindi la Romania, vale a dire la Dacia del V secolo dopo Cristo, innescando la reazione dei russi, pronti a rispondere con armi nucleari.
Peculiare è la sua bravura nel delineare in poche tavole già in modo inconfondibile gli attori in scena. Su di essi emergono Aric e Gilad, che vengono efficacemente caratterizzati come guerrieri, nel senso epico del termine, con un irrinunciabile codice morale e diventano eroi solo applicandolo, come moderni cavalieri medioevali. Le loro radici così profonde nel passato della nostra Storia, nelle fortune e nelle sventure della nostra specie, trasmettono un’attrazione tutta propria che li colloca in una dimensione ben distinta dai supereroi Marvel e DC. Rispetto a questi ultimi sono soggetti più complessi da rendere fruibili, non solo perché meno noti ma anche meno riconducibili a un simbolo, a un costume. La loro forza è più letteraria che estetica ma ha bisogno di entrambi gli elementi per produrre qualcosa di credibile, che funzioni. Così entrano in gioco il tratto di Braithwaite e i colori di Brian Reber, che ne realizzano un design accattivante, che rispecchia la forte personalità voluta dal collega scrittore e che si fa esuberante in Amanda. Esemplare poi, la facilità con cui l'artista britannico si trova a proprio agio nelle scene di lotta e combattimento.