Death Note, la recensione del film
Abbiamo recensito in anteprima per voi Death Note, film live action di Adam Wingard targato Netflix
Carlo Alberto Montori nasce a Bologna all'età di 0 anni. Da allora si nutre di storie: lettore, spettatore, ascoltatore, attore, regista, scrittore.
È di qualche giorno fa la notizia che Netflix produrrà un nutrito numero di anime (tra i quali spiccano i remake di Saint Seiya e Devilman); la piattaforma ha già un catalogo con diversi titoli di animazione giapponese e sembra essere sempre più interessata al panorama nipponico. Lo dimostra anche questo Death Note, film live action ispirato a uno dei manga di maggior successo degli ultimi vent'anni che in patria ha generato una serie animata, tre lungometraggi cinematografici, un serial TV, due romanzi e tre videogiochi.Fin dall'annuncio del cast e dalla diffusione delle prime immagini, il progetto ha fatto parecchio discutere tra gli appassionati; non si tratta infatti di una fedele trasposizione del fumetto di Tsugumi Oba e Takeshi Obata, bensì un adattamento ambientato a Seattle con protagonisti americani, che dunque accantona le origini nipponiche per tentare di accattivarsi un pubblico occidentale.
Se il manga è un thriller psicologico a tratti verboso, la versione hollywoodiana è più un horror, genere ben noto dal regista Adam Wingard (You're Next, Blair Witch); l'elemento investigativo è infatti ridotto all'osso e ci si sofferma con piacere sulla rappresentazione splatter della morte di ogni vittima.
Il risultato appare comunque godibile a chi non conosce l'opera originale grazie a un incipit accattivante e alla proposizione di alcuni dei passaggi più ispirati del fumetto. Il film si perde però nel terzo atto, dove, tra inseguimenti e svolte narrative non del tutto chiare (alcuni sottintesi sono però comprensibili a chi ha letto il manga), si arriva a un climax da B-movie caratterizzato da una slow-motion esagerata, una discutibile scelta di accompagnamento musicale, una recitazione non all'altezza e un eccesso scenografico. Quella che nelle intenzioni doveva essere la sequenza più emozionante di Death Note, risulta quindi involontariamente comica.
All'interno del cast spicca il nome di Willem Dafoe, chiamato a interpretare Ryuk, il Dio della Morte che spiega a Light come funziona il Death Note. In realtà, per quanto suggestiva, la sua presenza appare quasi superflua in termini narrativi non influendo minimamente sul protagonista o sul corso degli eventi, nonostante alcune frasi sibilline lascino intendere che ci sarebbe qualcosa in più da approfondire. Quella di Ryuk è l'unica figura rimasta invariata rispetto al manga, ma per lo spettatore può risultare frustrante il modo in cui viene costantemente nascosta nell'ombra, stratagemma che vuole coprire i limiti degli effetti speciali; Dafoe è inoltre una scelta di casting perfetta, ma purtroppo la somiglianza fisica non viene sfruttata a dovere, mentre nel doppiaggio l'attore americano si diverte nel prestare la sua voce a un demone, ma senza cercare sfumature che vadano oltre l'interpretazione più immediata.
Viene da chiedersi per quale motivo gli sceneggiatori non abbiano deciso di raccontare una storia originale dopo aver deciso di ambientare il film negli Stati Uniti: il manga racconta infatti che esistono più Death Note nel mondo e che alla morte di ogni proprietario il quaderno passa a un'altra persona. C'era dunque la possibilità di ideare una trama - idealmente ambientata nello stesso universo narrativo di quella originale - coerente con la mitologia creata dagli autori del manga, evitando così una rivisitazione occidentale dei protagonisti.
Quella che invece troviamo nell'adattamento filmico di Netflix è purtroppo una via di mezzo in cui vediamo un Light che Light non è, e dove ritroviamo eventi simili a quelli narrati nel manga ma senza alcuna valorizzazione.
