Rampart - la recensione
[San Sebastian Film Festival] Il nuovo film di Oren Moverman scritto con James Ellroy risulta un poliziesco purtroppo dimenticabile...
Oren Moverman è uno di quei cineasti da cui ti aspetti sempre qualcosa di importante. Da regista in relatà ha firmato solo una pellicola, quel Oltre le regole - The Messenger passato quasi nel completo silenzio in Italia, ma capace di arrivare a due candidature agli Oscar (sceneggiatore e attore protagonista), ma da sceneggiatore c’è il suo nome dietro i vari Io non sono qui e Jesus’ Son.
Moverman insomma cerca di giocare sul sicuro: un bel cast (ci sono anche Robin Wright, Sigourney Weaver, Anne Heche e Steve Buscemi), uno straordinario scrittore e sceneggiatore, forse il più grande quando si parla di polizieschi, e lui stesso in cabina di regia, per una seconda prova che dovrebbe dare conferma di quanto fatto vedere due anni fa.
Il risultato purtroppo è abbastanza anonimo. In questa sorta di Cattivo Tenente soft con un protagonista odiabile ma non troppo, non vi è alcun accenno religioso, né un’indagine da finire che davvero tenga alta la suspense. La narrazione procede a strappi immettendo sempre nuova carne sul fuoco per dare un minimo di ritmo, ma senza chiudere alcun cerchio. E va bene che si tratta di un film “character driven”, in cui i minuti di pellicola servono per scavare dentro il personaggio e la storia intorno è più che altro pretestuosa, ma non lo si fa fino in fondo, non c’è empatia, né il non detto (come il background emozionale del protagonista) è immaginabile grazie a particolari dialoghi o scene emblematiche.