Girls: la triste voce della nostra generazione (recensione)
La recensione della seconda parte di stagione dello show di Lena Dunham: tra stasi e mediocrità...
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Eccola "la voce della nostra generazione". Il problema è che, dal punto di vista di Lena Dunham, Hannah Horvath potrebbe effettivamente esserlo, incarnando lo stereotipo, estremizzato ma nemmeno troppo, di un certo modo di porsi molto diffuso. A voler dare una lettura semplicemente superficiale e immediata, Girls è la messa in scena del nulla. La stasi di cui sopra è più del semplice non riuscire a trovare un obiettivo, è qualcosa di più profondo e, a ben pensarci, angosciante. È l'assoluta, almeno fino ad ora, impossibilità di riuscire a migliorarsi, di imparare dai propri errori, è il grande specchio di una generazione che si frantuma. Hannah ne rappresenta il pezzo più grande, ma non è l'unico. Altri frammenti più piccoli, ma molto importanti per ricostruire tutto, sono Marnie, Shoshanna e Jessa.
Marnie è la necessaria controparte di Hannah, ne rappresenta il lato più pacato, meno estremo, più consapevole (arriva ad ammettere di non riuscire a trovare un obiettivo), ma ne condivide intimamente tutti i difetti. Shoshanna è l'unico personaggio della serie al quale si potrebbe seriamente pensare di cominciare a voler bene, con la sua ingenuità che le ha permesso di creare un naturale scudo contro la falsità e con una pacatezza che nasconde una grande forza: lei è l'unica che nel "gioco della vita" potrebbe effettivamente farcela. Jessa continua ad incarnare – e in "It's a shame about Ray" questo viene detto esplicitamente – l'anima hipster della serie. Anche qui comunque c'è il tocco ormai tipico della Dunham, che non si limita mai a lasciare gli spettatori soli insieme ai suoi personaggi: è invece sempre presente, pronta a farci notare come quello a cui stiamo assistendo non è l'elogio di queste figure ma la loro critica. Il matrimonio di Jessa è finito, e non poteva essere altrimenti. Ma poco male, non è importante, nulla lo è, come il libro di Hannah (sarà lei stessa a dirglielo), come le strane relazioni di Marnie, come la falsa confessione di sé in "One Man's Trash" tutto è destinato a finire, a passare senza lasciare traccia nella nostra maturazione, un'altra esperienza da gettare nel mucchio e che non si merita altro che un pianto liberatorio nella vasca da bagno.