Shameless (sesta stagione): la recensione
Sesta stagione di Shameless: i Gallagher affrontano, come famiglia e come individui, nuove sfide con loro stessi e con l'ambiente che li circonda
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Ci sono due forze ricorrenti e contrastanti che si sviluppano lungo il corso delle dodici puntate andate in onda. Da un lato, la voglia di emancipazione da parte dei vari Gallagher, che un po' per sfortuna, ma soprattutto per colpe loro, non si realizza mai pienamente e li respinge con ondate furiose sulla riva dalla quale erano partiti. Dall'altro, i mutamenti intorno a loro, che si traducono in più di un riferimento velato alla gentrificazione e al tempo stesso mettono in crisi le certezze (anche quelle negative!) che quella stessa riva offriva un tempo. Quest'ultimo in particolare è un tema che tornerà tanto nella surreale storyline delle due lesbiche appena trasferitesi nel quartiere che si scontrano con un greco rumoroso e incivile, ma anche in quella degli hipster che frequentano con assiduità il bar di Kev, per non parlare della possibilità di perdere la casa in favore di una classica famiglia borghese.
Ne è emblematico il percorso di Lip. Che rimane il più intelligente e dotato della famiglia e che proprio per questo fa rabbia nel momento in cui decide stupidamente di gettare tutto all'aria. Anche nel suo caso il gene Frank, o meglio il gene Gallagher, avrà la meglio e un futuro positivo diventa un binario morto: il suo è un po' un Will Hunting che segue il percorso opposto. I Gallagher non sono tutti uguali ai nostri occhi. Personaggi come Fiona, Lip, Ian sono più protagonisti – forse perché più veri – rispetto ai vari Frank, Deb, Carl. Quando qualcosa accade a questi ultimi, è difficile vederlo come un qualcosa che ha valore di per sé, piuttosto che come qualcosa che analizziamo in rapporto all'intera famiglia. La vicenda di Carl è divertente e perfettamente in linea con serie e personaggio, ma è anche troppo assurda per coinvolgerci davvero nel momento in cui arrivano i risvolti tragici.
La gravidanza di Deb poteva essere un'idea interessante per sviluppare il personaggio, ma è un po' difficile farlo se si prendono decisioni come quella di far girare la ragazza in metro con un sacco di farina. Non si può fare una colpa alla serie se decide di raccontare un personaggio immaturo e antipatico, ma al tempo stesso la voglia costante di urlarle addosso non aiuta l'empatia. Quella stessa empatia che sarebbe tanto semplice provare per Ian, personaggio che, dopo un breve ma dovuto incontro con Mickey, gira un po' a vuoto (ma anche questa è una fase che sta attraversando) fino a trovare qualcosa: un legame? Uno scopo? Difficile a dirsi, ma, considerando lo stato di abbandono e incertezza in cui versano tutti i protagonisti alla fine della stagione, è già qualcosa.