La Universal ha scelto il Telluride Film Festival per la première mondiale di Steve Jobs, il biopic sul co-fondatore della Apple con Michael Fassbender, Seth Rogen, Kate Winslet, Jeff Daniels e Michael Stuhlbarg diretto da Danny Boyle e scritto da Aaron Sorkin.

Nel weekend sono uscite le prime recensioni, e sembra che l’attesa pellicola sia davvero piaciuta alla stampa. Vi traduciamo alcuni passaggi delle principali:

Justin Chang – Variety:

Le virtù, come i vizi, dello stile della scrittura di Sorkin sono ben evidenti, il suo lavoro qui è da un lato ferocemente inventivo e dall’altro insopportabilmente preciso – un lavoro di equilibrismo che è difficile non ammirare anche quando è quasi impossibile da apprezzare.

Qualcosa di simile potrebbe essere detto anche di Steve Jobs stesso, il cui profondo disinteresse nell’ottenere affetto da chiunque è ciò che alla fine definisce l’integrità sottocutanea del film di Boyle e Sorkin, nonostante le oltraggiose libertà fattuali, drammaturgiche ed estetiche che i due si sono presi rispetto al materiale originale. In questa versione sfacciatamente romanzata, Fassbender riesce a superare l’ovvio problema del casting (non sembra per niente Jobs, alle cui origini arabo-americane si accenna solo brevemente) e riesce a fornire una interpretazione ammaliante e solida come le altre presenti nel suo incredibile curriculum. In ogni istante che rimane sullo schermo è impossibile togliergli gli occhi o le orecchie di dosso: questo è un attore che sa perfettamente come declamare i dialoghi di Sorkin, enfatizzando ritmo e inflessione rispetto al volume, incarnando la fiducia in sè e l’autorevolezza. È una interpretazione che imposta un tono seguito anche dagli altri attori: Rogen è un adorabile Wozniak, Stuhlbarg è un saggio Hertzfeld, e nei panni del braccio destro di Jobs la Winslet riesce a dominare un accento polacco diventando per il pubblico un’ancora di salvezza verso la ragione e il buonsenso.

Todd McCarthy – The Hollywood Reporter:

Il film è allo stesso tempo agile, veloce e qualcosa di meno vistoso di altri lavori più famosi e di successo di Boyle, inclusi The Millionaire, 127 ore e Trainspotting. A causa della sua impostazione da “dietro le quinte” e della narrazione quasi in tempo reale, Steve Jobs non può non ricordare il recente Birdman, che seguiva l’azione continua con fluidità senza precedenti. L’approccio visivo sofisticato ma pragmatico di Boyle, volto a evocare un vortice frenetico di attività, si posiziona da qualche parte tra questo e un cinema veritè più convenzionale, forse più consono al periodo in cui è ambientato il film.

Difficilmente tutto ciò avrebbe importanza senza un attore dinamico al centro di tutto che azzecchi la parte di Jobs, e mentre Fassbender non assomiglia all’uomo, riesce a trasmettere l’essenza di ciò che siamo arrivati a percepire dell’uomo: assieme alla forza della sua personalità e all’intelletto brillante, l’attore riesce anche a incarnare il potere di ispirare, la fede nei propri istinti, l’attenzione al più piccolo dettaglio, il suo essere quasi irraggiungibile, la totale mancanza di sentimentalismo e la sicurezza in sè che proviene dall’occupare un posto altrove, più in alto rispetto a tutti gli altri. Soprattutto, Fassbender riesce a trasmettere l’idea di una mente che è sempre molti passi più avanti rispetto a tutti gli altri.

Sasha Stone – The Wrap

Fassbender riesce a snocciolare i dialoghi di Sorkin come una macchina del ghiaccio — incollando ogni feroce insulto addosso a chi era indirizzato. A Jobs non piacevano gli sciocchi. E questa non è una storia che addolcisce il suo passato. È, sotto molti punti di vista, un mostro che si nutre del proprio ego e che costruisce macchine che non cooperano con altre macchine ma che sono sistemi chiusi su se stessi. “Steve Jobs” ha l’aspetto e la sostanza di un dramma teatrale in tre atti con un palco, un dietro le quinte, un pubblico adorante e molto, moltissimo dialogo. Sorkin e Boyle hanno trovato un modo per raccontare questa storia nota a tutti come se fosse un’opera in prosa. Dialoghi drammatici e monologhi prendono così tanto spazio da non lasciarne per nient’altro.

Gregory Ellwood – HitFix:

Tentativi di trucco e parrucco a parte, Fassbender non somiglia nè suona come Jobs, ma considerato che chiaramente interpreta una versione immaginaria del fondatore della Apple, è tutto OK. Ciò in cui l’attore 38enne eccelle è semmai cercare di rendere simpatico un evidente egomaniaco. Il Jobs del 1998 non sarà stato precisamente così, ma Fassbender ha trovato un modo per renderlo credibile.

Oltre all’incredibile interpretazione di Fassbender, il film è assistito da un cast di supporto universalmente brillante. Quella della Winslet è una delle migliori interpretazioni della sua carriera, la sua Hoffman ha una solennità che non sempre arriva dallo script. Rogen, con la sua interpretazione, fa più per la memoria di Wozniak in questo film di quanto abbia fatto lo stesso pioniere dei computer nelle interviste più recenti. Daniels ti convince a tenere per Sculley anche se probabilmente fu colpa sua il fallimentare Apple Netwon (nel film si parla della presidenza di Sculley come un completo disastro, ma non fu proprio così). Stuhlbarg è assolutamente fantastico nei panni dell’impiegato che Jobs trattava peggio ma che cercava in continuazione.

Rodrigo Perez – The Playlist:

Studio del personaggio a passo rapido e dal tono orchestrale, “Steve Jobs” è un ritratto ambizioso e profondamente affascinante del prezzo altissimo dell’essere un genio. Il film diretto da Danny Boyle mette in mostra la scrittura su più livelli di Aaron Sorkin. E pur rappresentando tutte le dimensioni di un rivoluzionario digitale, iconoclasta e pionieristico pensatore, Steve Jobs è anche un film sulla paternità, sui padri assenti, sui figli reietti (Jobs è stato adottato) e il prezzo che si paga per pensare in maniera visionaria.

Brian Formo – Collider:

Steve Jobs è una locomotiva. Il biopic di Danny Boyle è diretto con sicurezza, interpretato splendidamente e montato magnificamente. Lo script di Aaron Sorkin è mozzafiato, acuto, urbano ma anche estenuante e dolorosamente circolare. Copre 15 anni, e il lancio di tre prodotti di Jobs. Sembra che questo treno copra una distanza lunghissima, ma guardando fuori dai finestrini vediamo che ha girato in cerchio, fermandosi nello stesso punto dal quale era partito: il conducente chiederà di scendere come se il posto fosse inedito. Sfortunatamente è questo che non rende il film grandioso ma semplicemente buono.

David Ehrlich – Time Out New York:

Il film è come la persona: incredibilmente brillante, quando non ti spezza il cuore. Aaron Sorkin, che ha scritto dei grandi Uomini Americani Imperfetti con un fuoco e un pathos che potrebbero renderlo potenzialmente uno di loro, supera il suo stesso lavoro in The Social Network con uno script ancora più affilato e selvaggio dedicato a un visionario della tecnologia il cui genio minaccia di corrompere la sua etica. Nel frattempo, Danny Boyle – a tratti una scelta turbolenta e disastrosamente letterale per un film come questo – fa del suo meglio per rimanere fuori dal campo visivo: quando mostra la sua mano, vorresti toglierla.

Scritto da Aaron Sorkin, il film è ambientato “dietro le quinte dei lanci di tre importanti prodotti, fino ad arrivare al 1998, con la presentazione dell’iMac, e racconta i retroscena della rivoluzione digitale dipingendo un intimo ritratto del brillante Steve Jobs”.

Nel cast anche Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Katherine Waterston e Michael Stuhlbarg.

L’uscita di Steve Jobs è prevista per il 9 ottobre negli USA.