Si conobbero al Liceo Scientifico Primo Levi di San Donato Milanese. Un musicista e due registi. Andrea Bonini, Fabio Guaglione (classe 1981) e Fabio Resinaro (classe 1980). Poi ci fu un momento epifanico spesso presente nelle mitologiche storie di formazione artistica dei creativi ovvero la visione al cinema di Matrix (1999) degli all’epoca Larry e Andy Wachowski diventati ora Lana e Lilly. Tutto cambiò anche nella vita dei giovani Guaglione e Resinaro i quali, all’epoca rispettivamente diciottenne e diciannovenne, decisero usciti dalla sala che avrebbero fatto cinema insieme come i Wachowski e in un certo senso dentro il genere più amato dai Wachowski ovvero la fantascienza. Arrivarono così i corti assai elaborati e ambiziosi E:D:E:N (2004), The Silver Rope (2006) e Afterville (2008), recepito così bene al prestigioso Festival di Sitges da aprire al duo che si firma Fabio&Fabio le porte degli Stati Uniti d’America, luogo vagheggiato e desiderato da tanti cineasti della loro generazione (e assai seguito e amato dai lettori di BadTaste.it) per niente facile da esplorare, decodificare e conquistare da parte di cineasti stranieri come sappiamo bene attraverso le montagne russe emotivo-artistiche che hanno accompagnato, ad esempio, l’avventura americana del nostro Gabriele Muccino.

Ma chi sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro? Come sono arrivati dalla sci-fi dei primi lavori a questo interessante e misterioso esordio registico nel lungometraggio con un film di guerra che forse non lo è intitolato Mine, già piccolo grande successo commerciale nel risicato mercato italiano pronto a fare il salto worldwide grazie a produzione, décor e casting internazionale (Armie Hammer è il protagonista)? Abbiamo cercato di spremere Fabio & Fabio per capire e per capirli, chiacchierando, domandando ed esplorando il loro mondo saltando dal pubblico al privato e dall’analisi filmologica all’aneddotica più pura. Si consiglia la lettura della lunghissima intervista sul modello di quelle che facemmo a Gabriele Mainetti (Lo Chiamavano Jeeg Robot), Paolo Genovese (Perfetti Sconosciuti) e Matteo Rovere (Veloce Come Il Vento) a chi ha già visto Mine, ricordando che il film riceverà un’ulteriore distribuzione in tanti cinema a prezzo scontato dalla sera dell’8 Novembre. Le coppie di registi non di sangue (leggi: parenti) sono sempre state un’anomalia nella Storia Del Cinema. Recentemente in Italia abbiamo avuto Paolo Genovese e Luca Miniero, ex surrealisti da tre lunghi in coppia ora potenti registi in solitaria di blockbuster commerciali, e Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, autori dell’apprezzato Salvo (2013).
Ma ora è il momento di Fabio & Fabio ovvero Guaglione & Resinaro. Buona lettura!

 

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È stata dura “stare insieme” tutti questi anni per una coppia di cineasti non di sangue come voi?
Guaglione: Diciamo che ci sono stati degli alti e bassi, come in tutte le coppie.

Fabio (Guaglione. N.d.R.) tu mi sembri il più nevrotico mentre tu Fabio (Resinaro, N.d.R.) mi sembri il più imperturbabile? È così?
Guaglione: È vero. Lui è il samurai della coppia.
Resinaro: A me non smuove quasi niente.

Parlare delle due edizioni ci può aiutare a cominciare a parlare delle due anime di Mine. Che cosa è secondo voi la versione originale dove Armie Hammer parla la sua lingua madre rispetto a quella italiana dove è doppiato da Gianfranco Miranda?
Resinaro: Nella prima parte ci siamo rifatti di più a un cinema di genere. Il film in fin dei conti è una specie di trappola. All’inizio ti sembra un war movie quasi classico. Ecco… in quel caso è come se la versione italiana aumentasse la forte caratterizzazione da film di genere fatta anche da cliché cinematografici……

Sono d’accordo ma insisto chiedendovi: “Che cos’è allora Mine in versione originale?”
Guaglione: È più tridimensionale. Lo stesso Armie Hammer più va avanti il film, più mette nella sua voce mille sfumature che non si colgono nella versione italiana. In italiano anche solo frasi come: “Ti ridurrò a un colabrodo” rendono tutto leggermente più, come dire, veicolabile. In originale tutto è più sfumato e leggermente più autentico.

In originale qual è l’estrazione sociale dei personaggi?
Guaglione: I nostri produttori americani erano più che altro ossessionati dal creare nel parlato un english standard. A parte Armie il cast era tutto inglese. Mentre noi avevamo a che fare con il caos delle riprese, i nostri produttori erano concentrati sulle più piccole inflessioni di accento degli attori per fare in modo che risultassero americani. A volte ci hanno chiesto di prendere un certo tipo di attore anche solo ed esclusivamente per l’accento. Sul set a un certo punto arrivò un’assistente di Peter Safran (produttore del film, N.d.R.) con dei memo per noi. La maggior parte dei memo erano su come parlavano gli attori. “Questo non suona troppo americano” ci dicevano. Era un bel problema.
Resinaro: Quella è una dimensione su cui noi non abbiamo assolutamente controllo.
Guaglione: Si sente, ad esempio, che Geoff Bell è inglese (nel film interpreta il padre di Mike-Armie, N.d.R.).

Mi dite come è possibile che due amanti della sci-fi sinceri come voi, colpiti da questa visione comune al cinema di Matrix nel 1999, siano arrivati a fare questo finto war movie che forse è più un dramma psicologico?
Resinaro: Ci piacciono le storie che parlano dell’uomo e di cosa definisce un individuo. Noi intendiamo la narrazione cinematografica come strumento di conoscenza. Per noi anche Mine è un film di fantascienza.
Guaglione: Nel terzo atto uno ci può vedere parecchie cose in più rispetto a un semplice war movie.

Mi ha colpito molto, soprattutto dopo la visione de Il Diritto di Uccidere (2015) di Gavin Hood, il fatto che il soldato Mike interpretato da Armie Hammer si rifiuti di procurare danni collaterali e quindi mandi a monte la missione perché non vuole uccidere degli innocenti quando ha davanti al mirino il bersaglio terrorista che insegue da mesi. Ne Il Diritto Di Uccidere c’era questo tema di fondo molto interessante sulla dialettica: 1) agli Stati Uniti non interessa affatto struggersi sui danni collaterali da tenere in conto in una guerra non lineare come questa al terrorismo; 2) all’Inghilterra interessano molto di più i danni collaterali perché l’opinione pubblica può crocifiggere un governo in relazione ad essi. C’era da parte vostra un’opinione in merito in relazione alla scelta inusuale per un marine americano come Mike di rifiutare lo sparo per via dei danni collaterali?
Guaglione: No.

Avevate bisogno di un problema fortissimo per il protagonista che mettesse in moto il racconto?
Resinaro: Sì, decisamente. Non ci siamo mai posti questi problemi legati a un senso più letterale del war movie che giustamente deve tenere in conto fattori politici. Perché alla fine il nostro non è un war movie.
Guaglione: Possiamo anche essere autocritici da questo punto di vista perché l’inizio è forse la parte più “cheap” di tutto il film dove si sente di più un lato un po’ b-movie.

Io lo trovo un film anche politico perché ridimensiona molto l’idea dell’andare in guerra per servire il proprio paese non mettendo mai Mike in relazione con le strategie geopolitiche degli Stati Uniti d’America. Ecco perché mi incuriosiva quella sua scelta iniziale decisamente suicida e antiamericana quando rifiuta un ordine e soprattutto è così scemo da creare quei due riflessi che palesano ai nemici a fondovalle la sua presenza…
Guaglione: Fa sempre tutto parte di una parte iniziale caratterizzata da qualche forzatura per arrivare alla situazione che ci serviva con Mike con il piede sulla mina. Lo puoi leggere come film pacifista perché Mike deve fare pace con sé stesso ed il suo passato per risolversi ed evolversi. L’enfasi posta sulla scelta esistenziale di Mike, e meno manifestamente politica, circa il suo andare in guerra non ci ha alienato affatto il pubblico che ama i war movie perché molti soldati vanno in guerra per via di ragioni interiori e traumi personali che pesso non c’entrano poi molto con la geopolitica. Molti soldati ci hanno scritto riguardo l’accuratezza del lavoro psicologico fatto sul personaggio di Mike. Quindi, in fondo, potrebbe essere comunque anche un war movie. Un war movie… a suo modo.
Resinaro: È Pinocchio di Collodi.

Cioè?
Resinaro: Collodi era un massone fissato con l’alchimia. Pinocchio è una fiaba alchemica che tratta della trasformazione della coscienza.
Guaglione: Il suo naso lungo è il fucile da cecchino…
Resinaro: Tommy (Tom Cullen, commilitone di Mike, N.d.R.) è il Grillo Parlante, il berbero (Clint Dyer, N.d.R.) e la figlia sono il Gatto e la Volpe, Jenny (Annabelle Wallis, N.d.R.) è la Fata Turchina, il deserto diventa il ventre della balena quando Mike ritrova suo padre (Geoff Bell) nel momento in cui le pareti di casa escono fuori dalla sabbia.

Interessante. Il deserto non è Afghanistan come qualcuno ha scritto?
Guaglione: Non è Afghanistan. Per noi è Africa del Nord ricostruita cinematograficamente in Spagna.

È dunque come se il war movie fosse tutto interiorizzato dentro il protagonista?
Guaglione: Sì. Da questo punto di vista abbiamo seminato di qua e di là teorie di collasso di realtà o collasso della funzione d’onda. Si mischiano tutti i livelli. Abbiamo anche seminato delle altre cose “bastarde” lungo il film.

Cioè?
Guaglione: Tutte le volte nel film in cui Mike si guarda la mano, ci troviamo di fronte a tre momenti simbolici. La terza volta… abbiamo voluto far percepire allo spettatore che quel momento potesse racchiudere in sé anche i due precedenti. Più va avanti il film e più sembra che lui sia cosciente di tutti quei momenti precedenti: 1) quando ha le allucinazioni 2) quando è a casa con lei 3) quando gli sparano e lui rivede tutta la sua vita. Se tu non leggi in questo modo quel montaggio… allora non capisci perché lui in casa mentre dipinge le pareti si guarda all’improvviso la mano. È un déjà vu del futuro, in un certo senso. Alla fine… c’è la sci-fi anche dentro Mine, anche se è più nascosta.

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Un film che inganna ma con grande gentilezza e sensibilità…
Guaglione: Quando lui alla fine in mezzo a tutti i ricordi negativi riesce a tenere presente anche degli stralci di positività, c’è qualcuno che ci ha detto: “Lui sta chiaramente cambiando il suo passato”.

Anche. Mi piacciono i registi che mettono in discussione l’oggettività del film spingendo sulla soggettività del loro protagonista. Quindi tutto ciò che vediamo potrebbe anche essere Mike che si mette a posto la sua vita?
Guaglione: Se tu cambi il ricordo di una cosa non potrai mai sapere se lo stai cambiando tu o se te lo stai ricordando meglio.

Una delle cose che mi è piaciuta di più: il magistrale modo di coordinare l’arrivo del padre da lui. Tutte le smorfie del papà sono volute? Tutta quell’ambiguità nel tempo della camminata è voluta?
Resinaro: Sì. Volevamo che ci si chiedesse: sarà arrivato lì e lo vorrà vedere per ucciderlo o per perdonarlo?
Guaglione: C’era già tutto nella sceneggiatura e anche nello storyboard. Per noi era il duello finale e doveva sembrare fino all’ultimo che Mike dovesse e volesse uccidere il padre.
Resinaro: C’era anche una battuta emblematica nel secondo dialogo con il berbero che poteva far pensare a qualcosa legato al padre.
Guaglione: Questa frase è stata tagliata. Mentre nella versione estesa che ci sarà nel blu-ray il dialogo va avanti e il berbero farà un accenno preciso al padre. Ci siamo resi conto che svelava troppo il film. C’era una visione in cui Mike riviveva il matrimonio dei barberi all’inizio…
Resinaro: Anche questa scena l’abbiamo girata…
Guaglione: E dalla macchina usciva il terrorista e il terrorista era suo padre e Mike vedeva se stesso sul picco che sparava a suo padre.
Resinaro: Ci siamo resi conto che era sbagliato perché era già il finale.
Guaglione: Alla fine Mike si beccava il colpo di se stesso e noi dovevamo non capire se era stato colpito nel sogno o nella realtà.

Però!
Guaglione: Ma così era un film di due ore e mezzo e non ci sembrava il caso.
Resinaro: E poi erano cose proprio sbagliate…
Guaglione: Sì perché era tutto risolto troppo presto, in questo modo. Nel duello finale c’era da tenere la tensione che inframmezzata con dei flashback porterà Mike a capire che la madre è morta ma più lui le è stato vicino… più ha capito. Tu sei violento come tuo padre però il fatto di aver pestato i tipi nel bar ti ha permesso di conoscere la donna che amerai. Quindi il senso di quella camminata del padre inframmezzata dai flashback fa capire a Mike che mentre il padre si avvicina, il figlio sta velocemente rivalutando il suo ruolo nella vita.

Mi sembra il cuore del film. Accettare.
Resinaro: Diventare finalmente se stessi.

Ma quando Geoff Bell si avvicina e c’è tutta questa dinamica esteriore nella sua recitazione… lo dirigevate a distanza?
Guaglione: Noi non parliamo mai durante i take. Diamo tutte le indicazioni possibili, poi facciamo fare, poi stoppiamo, poi parliamo. Non ci piace parlare durante.
Resinaro: Per lui era più facile la tentazione di abbracciarlo perché lui la viveva a livello molto personale.
Guaglione: Senza scendere troppo nei dettagli… anche Geoff Bell deve aver visto qualcosa della sua vita e del suo rapporto con il figlio in quel momento. Si vedeva che voleva piangere e abbracciare Mike. Noi però siamo stati precisi nel dirgli che doveva sembrare duro e minaccioso durante l’avvicinamento. Poi gli abbiamo detto che nel mezzo della camminata doveva far sembrare che si volesse far sparare dal figlio. In originale si sente di più la sofferenza del padre. In versione italiana Bell risulta quasi più beffardo.

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Quello che mi piace molto di Mine è che io non potrò mai uscire dal film convinto di aver visto la verità. Perché stiamo nella testa di Mike e chissà cosa è vero e cosa no…
Resinaro: A ben pensarci i nostri non sono flashback. Non c’è la narrazione che si sposta. Tu vedi quello che sta accadendo nella testa del protagonista. È qualcosa di diverso.
Guaglione: Questo è stato uno dei punti più difficili da difendere con i produttori.
Resinaro: Per loro quelli sono ancora dei flashback.
Guaglione: Loro volevano sparpagliare i flashback lungo tutto il film, dall’inizio. Noi ci siamo opposti strenuamente. La struttura del film rispecchia l’arco del personaggio. Lui è uno che continua a fare resistenza.
Resinaro: Tu pensa a quanto si sarebbe persa la tensione del momento se avessimo sparpagliato quei flashback.
Guaglione: Ho letto un’intervista di Cuarón in cui lui raccontava di come i produttori volessero che lui mettesse i flashback in Gravity (2013). Lui si impuntò e li minacciò di andare da un altro produttore. Tu pensa a Gravity pieno zeppo di flashback. Che film sarebbe diventato? Ci piacerebbe molto poter raccontare a tutti i cineasti italiani che vogliono intraprendere questo percorso con gli Stati Uniti quanto devono essere bravi a tenere testa ai produttori Usa senza cadere nell’errore di pensare che hanno sempre ragione loro. È bello arrivare a lavorare lì ma è necessario arrivarci preparati e pronti alle mille trappole che si possono trovare.

In Gravity il personaggio di Sandra Bullock deve tornare con i piedi sul Pianeta Terra dopo la morte della figlia…
Guaglione: Gravity è sempre stato un nostro grande punto di riferimento. Metafora: sembra una cosa e invece ne stai guardando un’altra. E poi è un film esperienziale. Facendo Mine ci siamo molto occupati di far sentire il film allo spettatore e di caricare il senso dell’esperienza il più possibile.

Gli effetti sonori di Mine sono gustosi ed è vero che è un film mascherato da altro film. Raccontatemi, a proposito di esperienza, del vostro passaggio da un certo tipo di produzione per i vostri corti alla dimensione di Mine…
Guaglione: Ci piacciono le belle storie. Se ci viene una storia bellissima per un horror, facciamo un horror. Non siamo così legati alla fantascienza.

Tutto questo si è messo in moto dopo la buona accoglienza a Sitges di Afterville?
Guaglione: Dopo Afterville (2008) siamo stati chiamati dall’America e sono cominciati questi lunghi tre anni di incontri in cui abbiamo stretto degli accordi su dei progetti. Dovevamo occuparci di un live action di un cartone giapponese che poi non si fece e di un lungometraggio ispirato ad Afterville che abbiamo sviluppato per ben tre anni.

E poi Villeneuve vi ha fregati con Arrival…
Resinaro: Possiamo forse dire che… a Villeneuve è piaciuto Afterville.

Gli è piaciuto?
Resinaro: Non lo so, dai. Era una battuta. Immagino di sì. Ci sono delle immagini…
Guaglione: Tipo l’ufo che sta in verticale…
Resinaro: La cosa molto nuova di Afterville era che metteva la sci-fi sul background per concentrarsi sulle storie personali di alcuni singoli individui una volta che l’arrivo degli alieni era stato ormai metabolizzato.

Una fantascienza sul background e molto adulta tre anni prima, anche, di Black Mirror (2011)…
Resinaro: Esattamente. Non ce la vogliamo tirare assolutamente ma fino ad Afterville non è che ci fossero poi moltissimi esperimenti di questo tipo. Evidentemente era una cosa nell’aria.
Guaglione: Poi è morta anche la possibilità di fare Afterville e abbiamo pensato che avessimo bisogno di un film non da 30 milioni di dollari di budget. Abbiamo pitchato a Peter Safran la storia del militare sulla mina e questa idea gli è piaciuta al punto da volerla sviluppare. Safran è specializzato d’altronde: l’uomo nella bara (Buried), nel bancomat (ATM – Trappola mortale) e nella macchina (Vehicle 19). Li ha prodotti tutti lui.
Resinaro: Io voglio fare un film su una coppia intrappolata in un bungee jumping
Guaglione: Tipo Open Water?
Resinaro: Sì però appesi…
Guaglione: E cosa succede? Qual è il pericolo? Arrivano i pipistrelli? Ma dai… comunque tornando al resoconto di come siamo arrivati al film… abbiamo cominciato a svilupparlo ma da Sitges con Afterville all’inizio di Mine… sono passati ben 4 anni.

Bella storia…
Guaglione: Abbiamo sviluppato tanti film che poi sono “morti”.

È una vita difficile. È una vita di pause. Questo film, il suo soggetto, è anche figlio della frustrazione psicologica e del blocco in cui vi trovavate lavorando per gli americani?
Guaglione: Sì. Ci sentivamo maledettamente bloccati e probabilmente l’idea ci è venuta perché volevamo fare il passo anche noi.

Avete vissuto in America?
Resinaro: Vissuto… mai.
Guaglione: Stavamo lì una media di due settimane, ogni volta che andavamo. Dal 2008 saremo andati lì 6-7 volte. Non tantissime. Abbiamo deciso volutamente di non vivere lì.

Perché?
Guaglione: Perché altrimenti può risultare tutto molto dispersivo. Fai tanti incontri, sembra sempre che li hai convinti, poi te ne vai e nessuno più risponde alle tue mail. Però quando sei lì… c’è un’energia magica e pensi sempre che il film si faccia.

Qual è il progetto più interessante che vi è morto tra le mani?
Guaglione: Il remake di Flash Gordon (1980). Avevamo fatto un pitch per il remake di Flash Gordon che era una bomba. Dov’è il remake di Flash Gordon? Tu l’hai visto?

No…
Guaglione: Sono tutti produttori ma poi ti rendi conto che sono pochi quelli che producono i film davvero.

Forse abbiamo questo mito degli americani perché siamo una generazione di provinciali…
Guaglione: Noi due non più, proprio in base a queste esperienze. L’America è buona per tante cose ma per come siamo fatti noi… è un posto dove tenere solo un piede invece che tutti e due.
Resinaro: Per gli americani la questione formale è sempre molto importante.
Guaglione: Poi per carità… l’industria è talmente grande che se fai 1000 riunioni, 10 sono realmente utili.

E in Italia Fabio & Fabio chi erano durante questo limbo post Afterville e prima di Mine? Degli alieni? Degli isolati?
Guaglione: Assolutamente sconosciuti tranne qualche addetto ai lavori. Facevamo videoclip, pubblicità, lavoravamo alla sceneggiatura di True Love (2012).
Resinaro: Non siamo mai stati fermi, insomma.

E con produzioni italiane?
Guaglione: Luigi De Laurentiis è sempre stato un interlocutore che parlava la nostra stessa lingua. Ci piacerebbe molto lavorare con lui in prima persona un giorno. Abbiamo sviluppato delle cose tv con Cattleya che poi non sono andate. True Love l’abbiamo fatto con Wildside.

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Torniamo al film. Mi ripeti Fabio (Guaglione, N.d.R.) la mail che mandasti a Peter Safran una volta che si ventilò l’ipotesi di Armie Hammer come protagonista?
Guaglione: Certo. Gli scrissi: “Se prendiamo Armie Hammer come protagonista… il film è morto!”. Ho imparato che con gli americani non devi mai usare un linguaggio così diretto. Loro anche se vogliono ucciderti… te lo dicono con diplomazia. Io invece scrissi proprio: “Se lo prendiamo il film è morto!”. Avranno pensato che quei due di Milano erano pazzi.
Resinaro: I soliti registi europei problematici.
Guaglione: Safran mi mise apposto dicendo: “Sai Fabio, se persone David Fincher, Clint Eastwood e Guy Ritchie lo hanno assunto… qualcosa di buono Armie ce l’avrà”. Poi giustamente ci disse che lo dovevamo solo incontrare e capire se ci poteva piacere. Aveva ragione lui.
Resinaro: Il nostro poteva essere un dubbio legittimo anche perché lui era sempre stato molto carismatico nei film precedenti mentre noi avremmo dovuto renderlo più antipatico, tenebroso e introverso agli occhi dello spettatore.
Guaglione: Eppure dopo l’incontro… ci rendemmo conto che Peter Safran ci aveva visto giusto. Armie aveva capito il progetto e sembrava apprezzarlo molto. Ci è sembrato un uomo tranquillo ed entusiasta. Ci è piaciuto molto.

Quello che mi sembra organico e bello legato ad Hammer dentro Mine è che lui per me è un attore in un certo senso anacronistico. Sembra non appartenere a questo presente storico e visto che enfatizzate molto una postura da cavaliere medievale… forse Armie ce lo potremmo aspettare attorno alla Tavola rotonda di Re Artù o sbaglio?
Resinaro: È vero.
Guaglione: Al montaggio mi sono reso conto di quanto è potente il suo sguardo.

E poi l’altezza…
Guaglione: Il fatto che sia un gigante mi piace molto nei momenti con la bambina. C’è una scena tagliata in cui lui fa l’inventario delle cose che gi sono rimaste in cui improvvisa un gesto con un pacchetto di gomme da masticare… stupendo. Non stava facendo niente ma eravamo tutti con la faccia incollata sul monitor. Questo è un attore veramente magnetico. Masticare la gomma in quel modo non solo era bello da vedere ma si associava a un suo precendente rifiuto di quella stessa gomma visto che gliel’aveva offerta il personaggio di Tom Cullen.

Avete reso Armie Hammer più virile…
Resinaro: L’abbiamo portato a comprimersi. La voce, anche in originale, è più spezzata in gola ed è meno altisonante del solito.

Anche Cullen è incredibile. C’era l’idea di cambiarlo fisicamente rispetto al gay barbuto di Weekend (2011) o al Lord Gillingham di Downton Abbey?
Guaglione: L’accento texano l’ha voluto fare lui per via del cappello da cowboy. Lui non amava il cappello e ogni volta che poteva se lo toglieva.

Il suo personaggio mi piace di più quando “resuscita”. Vogliamo parlare di questa fantomatica manovra Schuman per sopravvivere allo scoppio di una mina qualora ci si metta un piede sopra?
Resinaro: Non esiste.
Guaglione: A me sembra ancora oggi una stronzata incredibile.

E invece sbagli perché funziona benissimo e la battuta che riguarda gli arti non principali…
Guaglione: Quella ti frega… è vero.

Ti frega perché è credibile. Siete stati bravi in sceneggiatura…
Guaglione: Ti devo allora raccontare una storia. Andiamo dal consulente militare americano cercando di capire da lui se questa trovata inventata della manovra Schuman poteva essere credibile o no.

E cosa è successo?
Guaglione: Non ci ha nemmeno fatto finire la domanda che ci fa: “Ma certo, la manovra Schuman!”

Non ci posso credere. Faceva finta di conoscerla per non sembrare impreparato?
Resinaro: Ha bluffato alla grande.
Guaglione: È un aneddoto… che ti dice tanto sugli americani.

Ti dice forse tutto degli americani…
Guaglione: Fabio mi fa: “Speriamo di non avere sulla coscienza qualche soldato americano che dopo aver visto il film… è convinto che la manovra Schuman esista veramente”.
Resinaro: Secondo me è il nome che vi frega…

Il nome è ottimo. Ma è anche plausibile la dinamica che brevemente viene spiegata a spizzichi e bocconi…
Guaglione: Lui si deve bloccare lo stivale sulla sabbia… e già questo non ha molto senso.

Avete ricevuto proteste di militari riguardo l’inventata manovra Schuman?
Guaglione: No. Abbiamo ricevuto lettere di protesta da militari italiani per l’equipaggiamento non corretto. Però ci hanno anche scritto dei militari commossi dal film.
Resinaro: I commenti più belli riguardavano il fatto che secondo loro parlava in modo specifico più della psiche di un soldato Mine rispetto ad altri war movie apparentemente più convenzionali e precisi.

E questo nonostante enfatizziate un gesto militare che non esiste nella realtà…
Guaglione: Guarda che se ci pensi bene, il film è totalmente improbabile. Quello che abbiamo provato a fare è di non far percepire nulla di tutto ciò allo spettatore. È il gioco di prestigio.

A proposito di maghi… questo musicista prodigioso di nome Andrea Bonini, dove l’avete incontrato?
Guaglione: Al liceo! Eravamo tutti nella stessa classe.
Resinaro: Noi al liceo avevamo una band musicale.
Guaglione: E lui cantava…
Resinaro: E io cantavo, ebbene sì.

Mine Armie Hammer

Nome della band?
Resinaro: Jack In The Box. Lui ha sempre musicato i nostri cortometraggi. Io ho grossi dubbi su di noi… ma non su di lui. Andrea è un genio puro.
Guaglione: Conoscendoci tanto e parlando da anni di tutto con Andrea… lui sa veramente capire in due secondi cosa io e Fabio vogliamo da un commento musicale.
Resinaro: È quello che ci sconvolge. La sua velocità.
Guaglione: Per noi la musica è molto importante. Ci lavoriamo tantissimo. Andrea è veloce, prolifico ed eclettico. Se abbiamo bisogno di una sinfonia ce la dà. Se abbiamo bisogno di un pezzo pop… ce lo dà. Il suo unico limite è che è timido.
Resinaro: Sembra timido. In realtà è completamente pazzo.
Guaglione: Io spero che dopo questo film lo chiamino perché tutti si entusiasmano per le sue musiche ma poi alla fine… lavora solo con noi.

Il suo pianoforte in Silver Rope era molto, molto bello…
Guaglione: Quel corto potrebbe diventare una buona serie tv. Tra True Detective e Blade Runner.

Terminiamo con il futuro. Mine possiamo dire che è già un piccolo, grande progetto perché ha recuperato il suo budget iniziale con il solo, minuscolo, mercato italiano. Quindi da adesso in poi sarà tutta plusvalenza. Che cosa combineranno questi Fabio & Fabio più forti e solidi dopo il successo del loro primo lungometraggio nell’immediato futuro?
Guaglione: Abbiamo un progetto folle in mente che ovviamente ci stanno dicendo tutti di non fare.
Resinaro: Ma noi siamo in realtà molto tentati di farlo.

Dite a BadTaste.it qualcosa di più avanti!
Guaglione: Non possiamo. Al massimo possiamo confessare che riguarda un genere cinematografico oggi molto in voga…

Supereroi! Anche voi dopo Gabriele Mainetti!
Guaglione e Resinaro: (ridono entrambi sotto i baffi che non hanno, N.d.R.) Noi non ti abbiamo detto niente.
Chi lo sa?