Horror

Non ci interessa più di tanto paragonare The Place alle due stagioni in dieci episodi di The Booth At The End (2010-2012; curiosità: la seconda stagione fu diretta dal figlio del mitico Alan Arkin). Ci interessa invece molto paragonare questo film italiano dal titolo inglese alla media di produzioni nostrane. Non è un dramma. Non è tantomeno una commedia. Che cos’è? Un horror. Se Perfetti Sconosciuti aveva un meccanismo da thriller quasi perfetto, Paolo Genovese e Isabella Aguilar adattando per l’Italia la serie concepita da Christopher Kubasik creano il nostro It soprattutto grazie a una versione italiota del clown PennywiseL’uomo interpretato da Valerio Mastandrea qui al posto dello Xander Berkeley della serie originale. Chi è costui? Anzi meglio… cos’è questa creatura sovrannaturale presso cui sfilano dei corpi dannati dai loro stessi desideri pronti a chiedere a L’uomo di tutto (una bella scopata occasionale, guarigioni mediche, nuove passioni, ricongiungimenti familiari, miglioramenti estetici, ritorno della fede religiosa)?

It

Ha la barba, non dorme, sta sempre seduto su un tavolino non proprio elegante di un bar né bello né brutto. È Roma? Non è particolarmente importante. Dopo pochi minuti non ci pensi più. C’è una bellissima enfatizzazione cinematografica per gli appassionati di scrittura a mano e agende (i feticisti della tradizione amanuense presente sia ne Il Nome Della Rosa di Annaud da Eco che in A Serious Man dei Coen Bros. grazie all’oscuro Mentaculus redatto dal fratello del protagonista… andranno fuori di testa) visto quanto Genovese & Co. diano spazio e luce al quasi librone che L’uomo continuamente consulta, redige e completa scrivendo ovunque e comunque sfruttando gli spazi più angusti di pagine già invase dalla sua elegante grafia. In questo film comunque in italiano e con personaggi italiani non esistono più fonti aggregative tipiche della nostra tradizione. Non esiste la Chiesa (è semplicemente destabilizzante per un italiano che una suora non cerchi di recuperare la propria fede attraverso l’aiuto dei confratelli), la politica (ciò è più spiegabile vista l’ormai cronica sfiducia di noi italiani per partiti e movimenti), la famiglia, un circolo, niente. Il film ci dice che siamo dei dannati danteschi completamente schiavi dei nostri desideri, incapaci di sopportare qualsiasi tipo di problema, tragedia o privazione e pronti ad eseguire le missioni a volte spregevoli che L’uomo ci assegna per poter ottenere ciò che vogliamo. Si tratta di stuprare qualcuno, rapinare, uccidere dei bambini, compiere delle stragi. Quello che terrorizza del film di Genovese è come dopo un’iniziale indignazione rispetto alle missioni assegnate per ciascun desiderio da L’uomo, i dannati questuanti siano poi pronti a mettersi al lavoro rassegnati al fatto di non poter sopravvivere ai loro drammi veri o presunti. Questo fa veramente paura. Genovese ancora una volta scopre il cuore di tenebra di una nazione di isterici, deboli e disperati. L’uomo è un mostro o dà da mangiare ai mostri come dice egli/esso stesso? Da dove viene? A chi riferisce? Da chi ha avuto i superpoteri? È veramente il nostro Pennywise? Qui c’è una bella variazione rispetto all’aggressività di Xander Berkeley: Mastandrea lo fa più passivo, spaventato, a volte addirittura remissivo con i questuanti, quasi sempre schiacciato da un impegno che lui vive come fastidiosa condanna. Confiderà questa sua afflizione a una barista curiosa interpretata da Sabrina Ferilli, la quale lo vede chiacchierare, a volte animatamente, con i questuanti chiedendosi: “Ma questo… chi è?”

Conclusioni

Film bizzarro e coraggioso. Una produzione mainstream che però provoca un’inquietudine strana, quasi sperimentale ed autolesionista per essere il film che segue nella filmografia di Genovese una gemma come Perfetti Sconosciuti non solo Miglior Film ai David di Donatello del 2016 ma soprattutto capace di incassare 20 milioni di euro a un sempre più povero box office italiano. Grande cast (tra i dannati questuanti troviamo Giallini, Silvio Muccino, Marchioni, Puccini, Lazzarini, D’Amico, Borghi e un immenso Rocco Papaleo), messa in scena fluida, attore protagonista magnetico (Mastandrea è veramente super perché sfuggente al nostro giudizio) e un’idea sul nostro paese che fa veramente paura. Si dirà: nulla di cui spaventarsi perché è un film metafisico! Certo. Ma come tutta la tradizione del genere fantastico ammonitore, The Place usa il sovrannaturale per porre dei dubbi maledettamente concreti e, come il precedente Perfetti Sconosciuti, si presenta alla società italiana del presente come un altro film da chiacchiera, anche furiosa, post visione. Genovese l’ha rifatto. Ecco un altro film così incisivo e diabolico da costringere gli italiani ad uscire di casa e andare a sedersi al cinema.

Per vedere un bellissimo horror.