Intervista a Terry Gilliam, Montone (PG), Italia, Luglio 2006

Dalle tue pellicole sembra trasparire negli ultimi anni un enorme pessimismo nei confronti dell’umanità, sempre più a rischio estinzione e sempre più confusa. Come andrà a finire?
L’umanità non si estinguerà ma subirà un forte ridimensionamento demografico. Accadrà. C’è decisamente troppa gente sul pianeta Terra. Avevo molta fiducia nel virus Ebola ma non ha funzionato. Anche l’Aids mi sembra attualmente in crisi. Ci sarà bisogno di un grande disastro in modo tale da riportare la popolazione umana a livelli demografici accettabili.

Come ne “L’Esercito Delle 12 Scimmie”…
Fu un aspetto del film che sconvolse il pubblico. La Universal aveva qualche problema con l’idea che facessimo morire più di metà del mondo. Io adoravo quell’idea. Assumo semplicemente l’ottica di Gea, come anticamente i Greci chiamavano la Terra. Quando ero piccolo, c’erano un miliardo e mezzo di persone. Quando ero al college quattro miliardi e mezzo. Oggi la popolazione è vicina agli otto miliardi. Gea non può reggere questo numero.

Gruppo scultoreo del Laocoonte (o anche Thanos)

C’è chi prova a sfilargli il guanto dal braccio sinistro, chi si è appollaiato sulla testa per rallentarlo mentalmente e chi zompetta di qua e di là tempestandolo di ragnatele. Un essere gigantesco che si dimena al centro della composizione i cui arti vengono attorcigliati e attratti verso il basso da fruste di fuoco e raggi di pistole elementali stretti sulla sua carne come fossero sinuosi serpenti. È Thanos ma sembra tanto Laocoonte, sacerdote troiano protagonista di un racconto pop con supereroi del passato (Eneide di Virgilio), star di una delle sculture elleniche più famose della Storia collocata temporalmente tra l’ultimo secolo A.C e il primo secolo D.C. Quelli attorno a Thanos-Laocoonte sono Avengers & Co. (Doctor Strange, Iron Man, Mantis, DraxSpider-Man, Star-Lord) ma è impossibile non vederli come i figli del sacerdote che non voleva che quel cavallo di legno entrasse a Troia, un po’ perché sono piccolini rispetto al colosso al centro proprio come nel blocco marmoreo i pargoli di Laocoonte, un po’ perché formano gli angoli in basso del triangolo alla base del disegno, un po’ perché Thanos chiama spesso queste per lui minuscole forme di vita… “Figli miei”. L’unica differenza è che questi “figli” non stanno combattendo con il “padre” ma contro il “padre”. E poi manca anche Mantis appollaiata in testa. È una delle sequenze più belle e plastiche di Avengers: Infinity War in cui ci pare evidente che i registi recuperino in 2D un’opera antica in 3D di altri artisti (si dice fossero tre) fortunatamente conservata ai Musei Vaticani di Roma. C’è tutto: plasticità del fumetto, rapporti di forza (è solo con questa azione combinata di 3 esseri dotati di superpoteri + 2 uomini armati di supergadget + 1 Drax) e tanto tanto dramma (quando il piano di Star-Lord sembra funzionare… è proprio lui a mandare tutto a rotoli reagendo emotivamente).
Con questa citazione, o meglio rielaborazione in chiave cinematografica, del gruppo scultoreo del Laocoonte la Marvel ci permette di ricordare da dove veniamo.
Non contenti… porteranno dentro un cinecomic anche filosofia e cronaca del mondo.

Così Parlò Thanos

Il pensiero e l’azione di Thanos ci sembrano girare attorno al pensiero di Nietzsche e alla sua opera più famosa, del 1883, Così Parlò Zarathustra. Costui, secondo le parole di Gamora, è fissato con l’equilibrio dell’Universo fin da giovane. Per superare i confini morali cui i supereroi Marvel sono ancorati (questa distinzione di “super” tra lui e loro è assai interessante in chiave politica), Thanos ha formato anno dopo anno, e strage dopo strage, una volontà costruttiva nella distruzione che vede vita dove altri vedono solo morte. Ciò comporta sofferenza e dolore (quella che Mantis scorge in lui) ma anche la certezza che lo scopo finale è vitale e foriero di gioia (non per lui che al massimo ha la fantasia del pensionato ma per l’Universo e i suoi abitanti). Attraverso la volontà costruttiva Thanos supera quello che Nietzche definisce nichilismo passivo. Egli ha una visione di cui è tetramente convinto ovvero che la sovrappopolazione porterà sofferenza, diseguaglianza e morte. Sulla Terra alcuni villain pop recenti in Kingsman: Secret Service (2014) e Inferno (2016) la pensavano proprio come lui, probabilmente figli del Dr. Peters di David Morse ne L’Esercito Delle 12 Scimmie (1995) di Terry Gilliam, forse il regista cinematografico precursore di questo tipo di discorso il quale è assai interessato all’argomento (vedi inizio articolo). Alexander Payne fa un discorso anche più duro, complesso e problematico (infatti è stato un flop) con il suo bellissimo Downsizing (2017) ovvero: se anche dovesse trovarsi la soluzione incruenta alla sovrappopolazione (miniaturizzarsi), siamo sicuri che il mondo ne capirebbe la decisiva importanza? Tornando a Thanos… egli sembra aver letto Nietzsche. Ma l’ha capito? Perché ogni volta che qualcuno prova ad applicare quella teoria su scala sociale parte la decodifica, secondo molti filologi nietzschiani, clamorosamente aberrante circa il pensiero del filosofo tedesco perché dalla sfera personale si passa con eccessiva nonchalance a quella politica ovvero esteriormente allargata alla realtà fisica e collettiva che circonda il superuomo e su cui egli vuole agire facendosi portatore di un’ideologia. Secondo Thanos le cose andranno per forza in un modo tale che dovranno essere corrette prima che sia troppo tardi (anzi, per lui è già troppo tardi). Il ragazzone si considera il correttore perfetto. Secondo gli Avengers, in questo d’accordo con un principio illuminista in base al quale potranno esistere alternative nel domani al pensiero apocalittico, l’interventismo thanosiano va impedito in tutti i modi. Ma attenzione: il villain contro la sovrappopolazione è cambiato parecchio dall’inquietante Dr. Peters di Gilliam con sguardo da serial killer psicopatico. Sono diventati dei tycoon popolari presso i nerd come Steve Jobs o James Donovan Halliday, così politicamente corretti da avere conati di vomito davanti alla violenza, indossare le canoniche scarpette da ginnastica e cenare a base di junk food (Valentine di Kingsman: Secret Service). O addirittura si sono trasformati in amanti criminali così sexy e sinceramente passionali tra loro da confondere il Tom Hanks di Inferno, il quale è contro il genocidio ma non riesce a fare l’amore come quei due terroristi. Thanos stesso, strano a digitarsi, è animato da emozioni sincere e addirittura amore (con furiosa sorpresa della povera, sacrificabile, Gamora). Cosa ci vuole dire il cinema anglosassone da esportazione di largo consumo con questa sempre maggiormente sviluppata emotività dello stragista planetario?
Cosa sa che accadrà Hollywood?
Avengers: Infinity War è il film che spinge più avanti di tutti questo discorso cominciato da Gilliam nel 1995.
Non possiamo che registrarlo con sommo interesse.

Conclusioni

Il film dei Russo Bros. è un vero e proprio capolavoro perché, come ricorda bene Andrea Bedeschi, lavora a più livelli sul pubblico e lo fa con una potenza devastante. C’è storia, arte, commedia, amore, guerra, azione, filosofia e un tema centrale che riguarda tutti noi come abitanti di un pianeta sempre più affaticato dalla nostra presenza. Ci saranno alternative alla sovrappopolazione? Ci saranno alternative al finale thanosiano che sta sconvolgendo mezzo mondo?
Lo scopriremo nel futuro.
Perché, violentando l’amato Popper, non possiamo che concludere che la ricerca dell’intrattenimento per questi geniacci della Marvel… non ha fine.