13 e  ¼

È il numero che può venire fuori se consideriamo Monty Python And The Holy Grail (1975) una sua opera intera e non un mero 50% di proprietà registica visto che divise lo scranno di director con l’amato/odiato Terry Jones. Se il secondo film dei Monty Python vale dunque 1 e non ½ ecco dunque che L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte risulta essere la 13esima regia e ¼ del regista visionario per eccellenza Terry Gilliam laddove ¼ sta per quel formidabile corto (The Crimsom Permanent Assurance) in apertura de Il Senso Della Vita (1983) che fece rimanere a bocca aperta la giuria del Festival di Cannes nel maggio ’83 dove l’ultimo lungometraggio dei Monty Python portò a casa -cosa più unica che rara per una commedia nel Festival all’epoca più importante del mondo- l’ambito Gran Premio della Giuria. “Lo vincemmo grazie al mio corto iniziale” ha sempre sostenuto Gilliam: “E non certo per il film diretto da Terry Jones che veniva dopo!”. Uscendo dall’eterna rivalità Gilliam/Jones all’interno di un sestetto già storicamente litigioso e iper dialettico, torniamo ad affrontare a viso aperto L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte. Che film è?
È più il suo Amarcord (1973) o il suo  (1963)?

Fellini

Il grande regista di Rimini è più che mai vivo in questo momento. Alfonso Cuarón ha diretto il suo Amarcord con il fresco vincitore della Mostra Del Cinema di Venezia 2018 ROMA, al cui interno sono riconoscibili anche La Strada (1954) e Le Notti Di Cabiria (1957). Gilliam lo ha sempre visto come un suo maestro e padre artistico. Il film in gestazione per 29 anni diventato ora L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte comincia come  e finisce come Amarcord. Comincia con il delirio egocentrico di un regista in esaurimento nervoso e totale blocco creativo con attorno adulatori e leccaculo (“Lui è un genio! Un visionario” esattamente come diciamo da sempre di Gilliam stesso) che non vuole completare l’orribile pubblicità che sta girando tra i mulini de La Mancha perché, inconsciamente, ora lo ripugna quell’idea iniziale da lui avuta di riadattare al medium dei “consigli per gli acquisti” una sua vecchia opera di pura e ingenua innocenza cinematografica. Finisce come Armarcord nel senso di pianura brulla dentro cui si allontanano all’orizzonte dei personaggi con la ritmica cadenza della malinconia. Quel regista, di nome Toby, prima di quella chiusa assai enigmatica avrà vissuto una serie di avventure sporadiche una volta rientrato in contatto con gli abitanti di quel paesino spagnolo di Los Suenos (traduzione: i sogni) a due passi dal suo gigantesco set dove 10 anni prima aveva realizzato quel suo primo film in bianco e nero misteriosamente ricomparsogli tra le mani sotto forma di un dvd pirata. Toby improvvisamente ricorda e ricordando è convinto di poter ritrovare quella speranza che lo animava da giovane proprio come fece Fellini con quel suo ultimo grande successo commerciale del 1973. Peccato che cercando la sua giovinezza si imbatterà nei mostri partoriti dal suo meschino idealismo privato.

Cervantes

Il film di Gilliam diventa bellissimo soprattutto quando il regista americano attua una delle sue consuete distruzioni del sogno infantile del protagonista. Stavolta le mani che riportano letteralmente a terra il volo superomistico del Sam Lowry di Brazil (1985) sono rappresentate da tutte le aberrazioni nate da quello che Toby pensava fosse una delle poche cose di cui essere fiero nella sua vita: quel film girato dieci anni prima a Los Suenos intitolato El Hombre Que Mató A Don Quijote di Tobias Grummett (c’è un noto fumettista che si chiama così). Il calzolaio che scelse per interpretare Don Chisciotte optando per un attore non professionista (Fellini era stato svezzato così dal suo mentore Roberto Rossellini) è diventato un matto prigioniero di un freak show. La ragazza che rappresentava il sogno romantico, e che lui aveva illuso con tutte le più squallide moine tipiche dei registi per incantare il candido attraverso il fascino del cinema, si è trasformata in una puttana dal cuore non d’oro. Il padre di lei se ne va in giro in armatura sembrando il cavaliere nero di Monty Python And The Holy Grail per delle rivisitazioni medievali che sanno di morte e pulsioni omicide. Cosa può salvare Toby da tutto ciò? Ma la follia del sacro pazzo ovviamente, tema caro a Gilliam fin dai tempi de Le Avventure Del Barone Di Munchausen (1988) e La Leggenda Del Re Pescatore (1991) anche se in questo caso il matto -quel calzolaio rincoglionitisi al punto da essere convinto di essere Don Chisciotte- sarà fastidiosamente aggressivo, petulante (lo scambia per Sancho Panza) e severo (“Sei così infantile, così egoista!”) lungo tutto il corso delle folli avventure che vivranno insieme durante la fuga di Toby dal suo set ricchissimo modello Marcello Mastroianni in Otto e ½. Attenzione: il lavoro fatto da Gilliam sul capolavoro di Cervantes datato 1605-1615 è estremamente fedele alla pagina letteraria concentrata nel recupero snervante del codice cavalleresco da parte di un protagonista che il lettore deve contemporaneamente amare e detestare. Questo Don Chisciotte di un magistrale Jonathan Pryce con nasone finto con gobba degno del John Neville de Le Avventure Del Barone Di Munchausen è dannatamente simile a quel cavaliere cervantesiano dalla triste figura “per il quale sono espressamente riservati i pericoli” ovvero benedizione di dedizione romantica ma anche maledizione in fatto di presunzione, puerile titanismo e sgradevole esibizionismo. Gilliam chiude con un interessante approdo nella patologia mentale di una coppia votata a una sorta di perversione pseudo-coniugale dove i ruoli si sono invertiti e la donna non è più da salvare ma più nelle vesti di una moglie-infermiera-scudiero che in tempi di #Me Too è una vera e propria provocazione beffarda stile Monty Python. Ma non dimentichiamoci di Fellini e del fortissimo autobiografismo dentro questa 13esima regia e un ¼. Gilliam è sposato da 45 anni con la truccatrice e costumista Maggie Weston, la quale lo ha accudito, aspettato (crescendo i figli spesso in totale solitudine) e supportato durante una carriera fatta di rocambolesche avventure e folli battaglie contro i mulini a vento. C’è bisogno di aggiungere altro?

Conclusioni

Forse sì. Ci ha molto colpito nel film il personaggio del deus gitano ex machina interpretato con carisma pazzesco dal catalano Óscar Jaenada, assai simile in più di un’inquadratura all’indimenticabile Tomas Milian. Questo zingaro imprendibile, proteiforme che contamina tutto il film aiutando e non Toby & Co. ci sembra la più bella rappresentazione della poetica gilliamesca più legata ai clandestini del mondo che non vogliamo mai nei nostri salotti ma che si infileranno sempre in qualche modo negli anfratti delle nostre società portando caos ma anche divertimento, rivoluzione e solidarietà tra perdenti sociali.
Anche questi spiriti erranti, come Don Chisciotte, vivranno per sempre.
Almeno nel mondo e nel cinema di Terry Gilliam.

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