Prequel

Un Sam Raimi pre-Marvel (i tre Spider-Man dal 2002 al 2007) ancora in cerca di una casa in cui vivere, un Liam Neeson pre-Schindler’s List, una Frances McDormand pre-Fargo e un mondo pre-cinecomic. Tutta un’altra realtà rispetto ad oggi. Com’era diversa la nostra e la loro vita ai tempi di Darkman (1990). Arduo da immaginare come sarebbero andate le cose per noi e per loro quando Sam Raimi, Rob Tapert e quei due attori all’epoca molto poco noti iniziarono a costruire la produzione di quella che doveva rappresentare la voglia di fare un cinefumetto da parte dell’enfant prodige dello slapstick splatter autarchico La Casa (1981), già passato per le forche caudine del compromesso produttivo, insieme ai giovanissimi fratelli Coen, ai tempi de I Due Criminali Più Pazzi Del Mondo (1985) poi rientrato in carreggiata grazie agli incassi de La Casa 2 (1987). Mentre Tim Burton è in produzione con il suo ambizioso Batman per la Warner (uscirà in sala esattamente un anno prima rispetto al film di Raimi) basato sui personaggi DC Comics creati da Bob Kane, Raimi e il socio Tapert hanno una loro casa di produzione già da 11 anni (Renaissance Pictures; da suggerimento antico del papà di Sam) e soprattutto una pagina bianca su cui poter scrivere di tutto perché manca la casa editrice dietro e il personaggio da adattare.
E questo può anche essere un bel problema.

L’Eroe Dai Mille Volti

“Chi è Darkman?” sarà la geniale campagna marketing ideata dalla Universal prima dell’uscita in sala del film nell’estate del 1990. Ma questa domanda, inizialmente, genera anche 12 versioni della sceneggiatura scritta nel corso del tempo da ben dieci mani. È un giustiziere mascherato senza superpoteri alla Batman? Uno scienziato pazzo alla Victor Frankenstein? Un freak rancoroso come Erik ne Il Fantasma Dell’Opera di Leroux? Un bipolare buono-cattivo come Dr. Jekyll e Mr. Hyde o Venom? Ha interessi sociali o privati? È misterioso come The Shadow di Gibson? Cavalleresco come The Spirit di Eisner? Cambierà faccia come vezzo trasformista per ingannare i nemici come fanno quelli della MIF in Mission: Impossible o i volti diversi appesi allo stendipanni saranno una necessità perché il viso autentico è repellente? C’è una certa confusione sia all’inizio che, dobbiamo ammetterlo, anche alla fine del processo creativo di Darkman e questo oggi fa ancora più tenerezza perché i nostri eroici Raimi & Tapert si stavano muovendo in un terreno in un certo senso ancora vergine senza le consapevolezze del presente legate alla nostra affezione nei confronti di questi personaggi espandibili e sviluppabili dentro saghe (quando i due, all’epoca, parlano di potenzialità da franchise molti ad Hollywood si fanno una grossa risata). Poi c’è il problema del timoniere. Chi è il regista? Quel genio rivoluzionario acrobatico, folle, economico, censurato NC-17 e così nuovo da essere stordente che ha saputo coniugare 22enne come nessuno prima di lui in Usa comicità slapstick e horror splatter ne La Casa (1981) oppure vuole diventare per forza di cose un cineasta più controllato, in grado di interagire con la Universal come l’altro giovane visionario Burton sta facendo con la Warner, con cui poter far uscire la sera tua figlia, impressionante sì ma non NC-17 bensì a un livello MPAA R e quindi in grado di realizzare un film da 16 milioni di dollari di fine anni ’80 (leggi: un budget molto alto) senza creare il panico assoluto?
Insomma… chi è in quel momento Sam Raimi?

“Io sono tutti gli uomini e nessuno. Sono dappertutto e in nessun luogo. Io… sono… Darkman”

E sei anche un po’ confuso. Ma erano tempi di transizione sia a livello mitopoietico che di industria dell’immaginario che autoriale per Raimi. Gli perdoniamo tutto. Darkman è ancora oggi molto affascinante anche per via delle sue contraddizioni. C’è una certa frenesia da appalti immobiliari truccati per mega progetto urbanistico in stile Robocop (vedi Bad School), cattivissimi bastardi che vivono in cima ai grattacieli servendosi di gangster, ricevimenti eleganti con potenti in doppio petto come in Batman (1989) di Burton da cui si prende moltissimo in chiave exploitation a partire dalla vasca di acido colorata (qui rossa, lì verde) in cui qualcuno cade per essere sfigurato (qui Darkman, lì Joker). Liam Neeson è troppo enfatico con Frances McDormand quando si trova nella parte del melodramma disperato con luce troppo patinata mentre è super coerente ed organico al progetto quando cambia voce (come Tom Hardy in Venom) e registro sotto il repellente makeup di Tony Gardner e Larry Hamlin, rivisitazione più sgradevole e looser del trucco de Il Fantasma Dell’Opera (1925) inventato dalla star Lon Chaney. Darkman è un film generoso per quello che prova a mettere in 96 minuti e non puoi non voler bene a un Raimi che mozza e spezza le dita, fa sciogliere le facce al sole e, allo stesso tempo, gira dei noiosissimi inseguimenti in elicottero per una città non definita sempre ripresa in giornate di luce piattissima. Il capo gangster Robert Durant di Larry Drake, scelto in controtendenza rispetto al suo popolare personaggio della serie tv Avvocati A Los Angeles, non fa mai ma proprio mai né paura né fornisce un antagonista di rilievo al nostro scienziato diventato pazzo Darkman (look: The Shadow + The Spirit + Il Fantasma Dell’Opera + La Mummia) così come è inconsistente il suo boss Louis Strack Jr. di un Colin Friels che ce la mette tutta (ha comunque le battute migliori nel confronto finale citando la sua peculiare infanzia) ma non ha la faccia da teatrale cinecomic perché sembra uscito da una puntata di Magnum P.I. Ci piace moltissimo ancora oggi il makeup prostetico di Darkman, che un tempo si chiamava Peyton Westlake, perché è viscido e sessualmente da voltastomaco in quanto teschio non asciutto. È chiaro che ci vuole una tipa tosta come già è all’epoca la McDormand per appoggiargli la testa sulla spalla mentre è molto meno chiara la motivazione morale che porta il nostro antieroe a ritrarsi in profonda autocritica nel buio. Raimi e i suoi collaboratori sono bravi a farci vedere come Westlake è cambiato fuori per diventare Darkman, anche se si poteva fare di più da un punto di vista neurologico dopo il confusissimo spiegone di un trattamento cui Westlake è stato sottoposto in una scena in cui compaiono due eroi di Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981) ovvero la protagonista Jenny Agutter e il regista John Landis. Per quanto riguarda quello che succede dentro di lui, ovvero il processo di perdita di umanità così ben descritto da Leroux nelle sue pagine de Il Fantasma Dell’Opera, il film lascia ancora oggi molto a desiderare e questo è un errore visto che sarà la motivazione che porterà l’ormai ex Westlake a diventare per sempre Darkman.

Conclusioni

Eccolo il cofondatore della Renaissance Pictures Bruce Campbell in un cammeo finale come nuova faccia momentanea di Darkman. La scelta suona ironica visto che Raimi lo voleva come protagonista dopo gli ottimi risultati da leader ne La Casa ma la Universal preferì il più affermato e meno circense Liam Neeson. Nonostante tutte le imperfezioni, e sicuramente aiutato dal successone di Burton con il suo Batman nell’estate precedente, questo strano quasi supereroe mezzo bendato va bene al botteghino confermando quell’ipotesi di franchise che Tapert e Raimi avevano suggerito nelle fasi di produzione. Usciranno due nuovi Darkman con Arnold Vosloo al posto di Liam Neeson ma anche fumetti, romanzi e un’ipotesi poi abortita di serie tv. Soprattutto Tapert e Raimi riusciranno dopo questo film a consolidarsi dentro il sistema anticipando addirittura Peter Jackson sul terreno del fantasy di produzione neozelandese con le serie Hercules e Xena, entrambe del 1995. Si sentiva che l’enfant prodige de La Casa, all’epoca di Darkman appena 31enne (mai dimenticarlo), stava ancora aspettando la sua più precisa collocazione artistica ed editoriale dentro l’industria dell’immaginario hollywoodiana.
Il progetto definitivo sarebbe arrivato 12 anni dopo con altri cinque film messi nel carniere dopo Darkman, continuando a mischiare i generi come sua abitudine attraverso horror fantasy (L’Armata Delle Tenebre), action western (Pronti A Morire), dramma noir (Soldi Sporchi), sportivo sentimentale (Gioco D’Amore) e supernatural thriller (The Gift).
Con Spider-Man, finalmente, il regista di Darkman avrebbe trovato la sua casa definitiva.

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