The Night Cut

Quanto avremmo voluto vedere questo editing del Predator di Shane Black definito dal nostro amatissimo sceneggiatore e regista The Night Cut per capire meglio quanto poter difendere l’inventore del franchise Arma Letale in un ipotetico scontro cinefilo riguardo il suo quarto ultimo film. Eh già perché se è vero che quella versione montata da Black era così dark da costringere la Fox a costringerlo a rigirare completamente quell’orribile terzo atto definitivo in cui tutti urlano e non si capisce più niente di niente… beh allora poteva trattarsi veramente di un capolavoro. Perché quello che non si sopporta proprio di questo sesto Predator Movie, se consideriamo anche i due Alien vs. Predator che Black esclude dalla timeline del franchise ricollegandosi solo a Predator, Predator 2 e Predators, è un tono garrulo completamente fuori posto e sbagliato. Ma ci rimane un dubbio: e se lo sceneggiatore regista avesse poi deciso di punire quelle battutine scritte insieme al sodale Fred Dekker proprio grazie a quel terzo atto super dark che si sarebbe rivelato fatale per chi aveva preso in giro fino a quel momento la creatura con le treccine from outer space? Forse allora il film avrebbe acquistato un senso preciso (prima si deride, poi si muore) e non staremmo qui a criticare Black. Quel senso e quella identità cinematografica che, ora come ora, il film proprio non ha. Esattamente come è difficile ravvisare un nesso tra il deciso casting di Benicio Del Toro come leader della pellicola (che porta il tutto verso un gusto maturo e tenebroso alla Sicario e/o Soldado) per poi sostituirlo con l’inconsistente Boyd Holbrook (che porta il film verso quella strafottenza giovanile totalmente alternativa al Del Toro Touch).
Ma come si può pensare di passare con nonchalance da un attore così peculiare ed esperto ad un altro diametralmente opposto? Qualcuno in questa produzione doveva essere molto, molto confuso.

Shane on Predator

E quel ragazzaccio che prendeva a mazzate un extraterrestre non proprio bonaccione come Alien? Viene mortificato per tutta la pellicola. C’è chi lo chiama “Whoopi Goldberg ma come alieno” e c’è chi, noiosamente, continua a contestargli l’epiteto The Predator perché biologicamente scorretto in relazione alle sue abitudini rispetto, ad esempio, a un più calzante The Hunter. In mezzo a tutti questi frizzi & lazzi che ci distraggono troppo dai razzi di quelle astronavi che portano il mostro della galassia nera dalle nostre parti, Black fa un madornale errore di approccio. Si autoconvince che la sua satira, per non dire sarcasmo, debba essere anche per forza la nostra. E perché mai, scusa? Questo non è un franchise autoparodico. Mai stato. C’è differenza tra il popcorn movie e il demenziale. Ridevamo che The Predator avesse la stessa risata di Vincent Price in un horror da Poe diretto da Roger Corman ma non deridevamo mai quella fiera creatura venuta dallo spazio molto forte, incredibilmente atletica e dai magnifici gadget bellici. Black invece è come se fosse diventato drammaticamente stufo di tutto ciò. Sbagliato. Perché? Hai il suo nome nel titolo (anche se magari avresti preferito The Hunter), hai il suo corpo nei manifesti e hai tutta la sua coolness ancora ben impressa sia nella testa dei vecchi quarantenni che c’erano ai tempi della sala e del vhs consumato del capolavoro di John McTiernan sia di quei ragazzini che, nella piena 80mania che stiamo vivendo oggi, hanno recuperato quel mostrone non trovandolo né ridicolo né risibile ma ancora oggi tremendamente fico e cinematograficamente esaltante. E tu che fai? Praticamente lo escludi dalla pellicola concentrandoti su un gruppo di mercenari composto da tutte copie di quell’Hawkins interpretato da Shane Black nell’originale di McTiernan. Tutti battutari, tutti fastidiosamente scherzosi e tutti da uccidere al più presto possibile (come infatti accadeva nel meraviglioso originale). E invece no. Staranno lì ad ammorbarci fino alla fine di una pellicola estenuante, confusissima e con un terzo atto semplicemente incomprensibile. Il Predator? Quando si risveglia incavolato da un laboratorio in cui l’avevano legato al letto Black inquadra Olivia Munn che si spoglia (senza che si veda niente ovviamente; siamo nel 2018) e quando scappa da una base militare il regista è molto più concentrato su un furgone in cui il mercenario protagonista già amante delle battutine stupide ha incontrato altri mercenari altrettanto clowneschi.
E poi c’è una spedizione postale che non perdoneremo mai al nostro Shane.

You’ve got mail

Vuoi mandare il casco del Predator atterrato nella giungla dove stavi facendo il cecchino a tuo figlio che vive in una casetta della suburbia dentro uno scatolone di cartone? Sei folle ma ti amo se 1) mi riprendi tutta la scena dell’incartamento con lo scotch e/o nastro adesivo con ricerca dello scatolone della dimensione giusta e poi 2) mi filmi il mercenario che entra nell’ufficio postale appropinquandosi allo sportello e poi stacchi su una signora che si lamenta in fila con l’impiegato per poi svelare il nostro cecchino che si era messo diligentemente in coda dietro di lei. A quel punto magari cado dalla poltrona per le risate, accetto il tuo gioco e “compro” la tua versione The Predator come se l’avesse diretto Blake Edwards (si parlava con Black nella videointervista per l’ottimo The Nice Guys di quanto avessero giocato apertamente lui e Gosling con lo stile comico del Peter Sellers diretto da Edwards). E invece Shane che fa? Filma per qualche secondo Holbrook in prossimità di uno con la faccia da biscazziere senza che nessun prop (leggi: scatolone con il casco del Predator) arricchisca l’inquadratura. Fine.
È in quel momento che l’autore di questo articolo ha pensato al peggio.

Conclusioni

Poi arrivano dei mercenari comici che non fanno ridere mai in originale chiamati “Loonies” con ennesimo tristissimo ammiccamento alla commedia citando i “Looney Tunes” (sono Trevante Rhodes, l’ex sodale di Jordan Peele Keegan Michael Key, Thomas Jane, Alfie Allen e Augusto Aguilera), un bambino con la sindrome di Asperger (Jacob Trembley senza un briciolo di grinta rispetto al passato), una biologa più cazzuta dei mercenari (Olivia Munn) e un cattivone governativo di colore che si diverte a dire “negro” convinto così di scandalizzare tutti (Sterling K. Brown). E il Predator? Ah già… c’è anche lui. Beh… continuerà ad essere ogni tanto inquadrato nella sua totale inefficacia fino a che non scopriremo che ce ne è un altro simile a lui ma più grosso che lo prenderà a mazzate davanti a tutti. Il taglio di Edward J. Olmos dal final cut rende ancora più incomprensibile la gag sterilmente cinefila dell’origami a forma di unicorno (da Blade Runner) e l’azione non è mai e poi mai divertente o anche semplicemente appariscente (88 milioni di budget che non si vedono mai).
Adoriamo e continueremo ad adorare Shane Black ma questo suo The Predator è molto brutto.
Chissà The Night Cut invece…

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