Ieri

Non era affatto male come idea tornare a Sherwood (anche se si è scoperto che dovevano stare più dalle parti dello Yorkshire), quella foresta, le frecce scoccate, “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, uomini in calzamaglia, sceriffi antagonisti, sovrani spregevoli, Crociate come nuove odissee e castelli medievali di un verace XIII secolo nel momento in cui erano passati 8 anni dal noiosissimo Robin Hood di Ridley Scott (storicizzazione del mito, Robin come leader politico capace di bloccare l’invasione francese della Gran Bretagna nei primi anni del 1200) e ben 17 dal maggior momento di Hoodmania nella Storia del Cinema quando, tra il 1991 e il 1993, uscirono su grande schermo il Robin Hood del divismo scanzonato politicamente corretto di Kevin Costner (successone di pubblico) + quello minore con Patrick Bergin e Uma Thurman-Lady Marian + la parodia di Mel Brooks sottotitolata Un Uomo In Calzamaglia con il soave Cary Elwes. Ora, dunque, era il momento giusto per una nuova declinazione del ladro più amato di sempre per cui l’idea di Leonardo DiCaprio in chiave produttiva non era campata in aria soprattutto perché l’ultimo kolossal aveva la nomea di quel faticoso e molto poco ricordato film di Scott da 200 milioni di dollari di budget che Cate Blanchett-Lady Marian sintetizzò così: “Sembra di stare al Grande Fratello. Non sai mai dove stanno le 9-10 camere di Ridley che ti riprendono”.

Oggi

Costner aveva 36 anni quando uscì in sala il film per la regia di Kevin Reynolds ed era reduce dal trionfo dell’esordio alla regia Balla Coi Lupi (Miglior Film e Regia agli Oscar del 1991). Crowe ne aveva 46 durante l’uscita del film di Scott anche se ne dimostrava molto di più. Taron Egerton, il gradevole coatto poi spia elegante di Kingsman: Secret Service, arriva al suo Robin di Loxley a 28 anni ma sembra per tutto il film più piccolo che giovane, più ragazzino che ribelle, più prossimo alla precoce stempiatura che non all’inaspettata leadership. Il modello del film? Romeo + Juliet di Baz Luhrmann (dove splendette da attore il produttore DiCaprio) in cui il classico diventa futurista grazie al disorientamento e al revisionismo in chiave scenografica e di costumi. Lì c’era Shakespeare a Città del Messico e in camicia hawaiana. Qui c’è l’idea di un’Inghilterra assolata in Croazia (si capisce benissimo che siamo in ex Jugoslavia) con armature di soldati semplici simili alle Stormtrooper di Star Wars, soprabiti fighetti, pourpoint che diventano giacchette di pelle da motociclisti e tuniche che si trasformano in audaci vestiti da sera. Julian Day è forse del cast tecnico colui che ha inciso maggiormente con i suoi simpatici anacronismi nel guardaroba come ai tempi delle giarrettiere e lingerie stile Victoria’s Secret dentro il divertente PPZ: Pride and Prejudice and Zombies (2016). Ma per farci godere appieno i risultati di un reparto è anche necessario che il regista non salti di qua e di là montando le sue scene come se avesse fretta di non farci vedere niente, frullando a velocità insensata tutto ciò che di buono una produzione da 100 milioni di dollari gli ha messo a disposizione. Ma al di là della regia frenetico-anonima del buon Otto Bathurst (anche a lui dobbiamo la belle atmosfere della serie tv Peaky Blinders nonché l’ormai leggendario primo Black Mirror intitolato National Anthem) il problema principale è nel cast. Di Taron Egerton abbiamo già detto.

Gli altri

  • Jamie Foxx: ispirato ad Azeem il Maomettano interpretato da Morgan Freeman nel film con Costner…  qui è il moro che segue Robin dal Medio Oriente. Intellettuale, stratega, monco di una mano ma sembra sempre di no, mentore intelligentissimo (pure troppo), sempre con sorriso feroce stampato in volto, inesorabile per tutto il film. Attraversa l’avventura come se fosse una formalità da risolvere nel modo più veloce e sardonico possibile. La sua onnipotenza è altamente irritante.
  • Lady Marian: ha sempre intuito che dietro quel ridicolo bavaglio c’era il suo amato Robin di Loxley ma quando lo confessa a lui più che ridere sentiamo ancora di più il dislivello micidiale di una relazione sentimentale tra una donna matura e un bambino sempre prevedibile nelle sue azioni. Eve Hewson la fa un po’ troppo navigata.
  • Sceriffo di Nottingham: era uno sfigato qualsiasi in quello di Scott, l’immenso Alan Rickman in quello di Reynolds e nessuno-ma-proprio-nessuno in quello minore con Patrick Bergin e Uma Thurman perché si era optato per altri cattivoni. Mel Brooks? Roger Rees. Qui si chiede a Ben Mendelsohn, ormai il cattivo più moscio del 2018 dopo anche Ready Player One, di alternare bei momenti di quasi sofisticata pacatezza (lo Sceriffo racconta a Robin gli abusi subiti da piccolo; la scena più bella del film) a rantoli di rabbia in cui contemporaneamente sputa, ha la zeppola e balbetta. Sembra un misto tra il Ponzio Pilato di Michael Palin e il Marco Pisellonio di Graham Chapman in Brian Di Nazareth (1979) dei Monty Python.
  • Frate Tuck: Tim Minchin lo interpreta come uno stand up comedian che possiamo andare a vedere stasera in un localino di Londra.
  • Will Scarlet: Jamie Dornan, bravo e bello in A Private War accanto a Rosamund Pike come fotoreporter, viene mortificato da 116 minuti che prima lo vedono essere un amante cornuto, poi un politico locale umiliato, dopo un alleato dell’eroe particolarmente sfortunato e infine un cattivone dei prossimi episodi inquadrato di spalle.
    È forse il personaggio più distrutto dalla frivola frenesia alla base della pellicola di Bathurst.

Conclusioni

L’idea di saga è la cosa che si capisce meglio nel convulso finale in cui tutto questo nuovo Robin Hood non riesce a farci per un attimo dimenticare di aver avuto la certezza di aver visto un film strettissimo, ambientato in quattro camere, tre strade, due piazze e una chiesa.
Riusciranno nell’intento di proseguire magari migliorando la qualità del film? Speriamo di sì.
In fondo ci piacerebbe capire come potrebbe crescere questo piccolissimo Robin Hood.

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