Sorvegliante

O anche Ballerino o Fantasma. Lo abbiamo visto prima di molti altri, già nel lontano 2000, entrare cautamente in azione con la lentezza dell’uomo qualunque, con un lavoro qualunque, un matrimonio qualunque (che stava andando a rotoli), un figlio qualunque e un nome qualunque con però la doppia iniziale identica come si confà a una possibile star dei fumetti: David Dunn. Sopravviveva a un incidente ferroviario e si ritrovava sovrumano suo malgrado, inadeguato alla potenza perché pure di mezza età e quindi particolarmente restio intellettualmente e rallentato ideologicamente dal vestire i panni del supereroe. Era il protagonista di Unbreakable, firmato dal regista sulla cresta dell’onda Manoj Nelliyattu Shyamalan in arte M. Night Shyamalan, all’epoca un appena 30enne capace di portare nelle sale americane quella prima revisione del cinecomic prima della visione, da parte nostra, di mille cinecomic. Non era un filone industriale ancora solidificatosi con universi editoriali sempre più compatti come sarebbe accaduto dal 2008 in poi grazie ad Iron Man in casa Marvel. Unbreakable uscì in sala in Usa il 22 novembre 2000 a poco più di un anno da quel 6 agosto 1999 in cui la sua terza regia, il thriller paranormale Il Sesto Senso, aveva entusiasmato e sorpreso il mondo con uno dei colpi di scena più memorabili del ‘900 ottenendo l’ok come capolavoro nazionalpopolare anche da un certo Jean-Luc Godard. A soli 15 mesi dalla distribuzione di prima visione de Il Sesto Senso, questo giovane regista cantore di una Philadelphia più gotica rispetto a quella working class di Rocky riusciva a portare sul grande schermo una quarta regia che già rifletteva a modo suo circa un possibile cinecomic al di fuori delle mitologie Marvel e DC con due star di Hollywood diligentemente al servizio della sua stralunata ma originalissima poetica.
L’unbreakable David Dunn, nel 2000, era un dimesso e convincente Bruce Willis.

La Bestia

È solo una delle 24 personalità di Kevin Wendell Crumb o meglio bisognerebbe definirla una mostruosità visto che quando questo timido signore abusato da mamma in età prepuberale assume l’identità de La Bestia non cresce in altezza ma diventa fortissimo e con le vene del collo di fuori come Hulk, riesce a gattonare aderente alle pareti come Spider-Man, neutralizza l’effetto dei proiettili e parla con la voce baritonale di un cantante lirico. La Bestia è il protagonista, insieme ad altre personalità come il piccolo Hedwig, la compassata Patricia e l’ossessivo-compulsivo Dennis, dell’horror Split (2016), dodicesima regia del 46enne Shyamalan che nel 2016 torna grazie al film a uno spettacolare successo internazionale dopo quasi dieci anni di fallimenti o risultati solo appena sufficienti con pellicole come Lady In The Water (2006), E Venne Il Giorno (2008), L’Ultimo Dominatore Dell’Aria (2010) e After Earth (2013). Alla fine di Split, quando La Bestia & Co. riescono a fuggire dallo zoo nascondendosi nella folla di Philadelphia, vediamo un invecchiato David Dunn osservare il notiziario alla televisione di un diner. Grande prova attoriale di James McAvoy che surclassa il padre degli schizofrenici cinematografici Anthony Perkins (due personalità in Psyco di Hitchcock), John Lithgow (cinque in Doppia Personalità di De Palma) e Pruitt Taylor Vince (dieci in Identità di Mangold). Non li fa proprio tutti e 24 (23 + La Bestia) ma lo scozzese avrebbe meritato una nomination Oscar.

La Mente Suprema

Si chiama Elijah Price, patito di fumetti, affetto da osteogenesis imperfecta (traduzione: le sue ossa sono fragilissime), ossessionato dal dimostrare, soprattutto a mamma, di non essere un freak della natura bensì un predestinato alla decodifica della realtà ovvero leggere i fumetti per quello che realmente sono: testi sulla reale fenomenologia di creature dotate di poteri superiori alla media delle persone. Lui li cerca in lungo e in largo ma soprattutto a Philadelphia (per Shyamalan tutto il mondo è racchiuso in quella città e questo suo isolamento è così forzatamente esibito da risultare adorabile dal punto di vista narratologico). Lo incontrammo per la prima volta nella sua ricerca stragista in Unbreakable, in cui effettivamente trovava conferma alle sue tesi attraverso l’esistenza di David Dunn e poi rieccolo qui in Glass, un film il cui titolo è dedicato a lui in quanto Mister Glass è il suo epiteto. Lo ha sempre interpretato Samuel L. Jackson, a partire dal primo capitolo di questa buffa trilogia formatasi nel tempo e dentro la filmografia di Shyamalan a partire da quel lontano 2000. Tutti scritti e diretti da lui e solo lui. Unbreakable + Split + Glass.
I colori dominanti delle tre avventure? Blue (Unbreakable), giallo (Split) e…

Uno Studio In Rosa

Non il rosso che avrebbe completato una trilogia a colori primari ma un rosa risultato dell’unione del rosso con il bianco. Shyamalan crede molto nei colori e quindi occhio alla sequenza di Glass in cui vediamo per la prima volta contemporaneamente David Dunn, Kevin Wendell Crumb ed Elijah Price tutti in uno stesso stanzone rosa dell’ospedale psichiatrico che li ospita e in cui è ambientato gran parte dell’ultimo, e purtroppo più brutto, film della trilogia. In una pellicola in cui i dialoghi vengono salmodiati come se lo spettatore fosse un decerebrato incapace di comprendere senza essere imboccato, nel 2018, le metafore e le maschere narrative dietro e dentro il cinecomic. Dopo il revisionismo di Unbreakable? Dopo Super di Gunn? Dopo Chronicle di Trank? Dopo l’Universo Marvel? Dopo quasi 50 cinecomic in 18 anni dal 2000? Shyamalan incomprensibilmente regredisce come regista rifiutando sia l’idea del controcanto ritmico di Unbreakable (fare Superman come se fosse stato diretto da Ingmar Bergman) sia il rilancio del popcorn horror Split (che era Shyamalan che ingentiliva De Palma che si era divertito a insozzare Hitchcock). Essendo un autore consolidatosi nel tempo e realizzando Glass in un momento di pieno controllo… tutto ciò che accade in questo snervante racconto per immagini è tutta responsabilità del cineasta 48enne. Lo sappiamo che, come sosteneva il suo ammiratore della prima ora Jean-Luc Godard, la libertà può giocare brutti scherzi a un artista. Qui Shyamalan, dopo un inizio promettente in cui filma da dio il disgustoso movimento in città di due giovani balordi che filmano le loro vigliacche aggressioni lanciando inquietanti gridolini, chiude David, Kevin ed Elijah dentro quell’ospedale con la strana stanza rosa. Perché recitano tutti in modo così scolastico e infantile (di solito è solo il cammeo di Shyamalan, nei film di Shyamalan, a essere recitato male)? Perché questa ridicola insistenza assolutoria circa le gesta di TUTTI i personaggi? Perché McAvoy sembra l’unico convinto di non trovarsi in una parodia? La psichiatra mesciata Ellie Staple (Sarah Paulson) sembra sempre una maestrina delle elementari sia quando prova a convincere, nello studio in rosa, i tre che in realtà non sono dei supereroi (mettendone in crisi, al volo, almeno due) sia quando, colpita da un ingiustificato senso di colpa, ci tiene a ribadire strisciando per terra (che brutto momento) a un David Dunn ormai annegante in una pozzanghera che nonostante l’organizzazione segreta per cui lei lavora sia impegnata da anni a individuare e cancellare i supereroi… a lei un po’ dispiace per tutto quello che sta accadendo. E cosa sta accadendo? Uno degli showdown (ovviamente parola usata da Shyamalan per spiegarci già prima quello che avremmo visto dopo) più brutti e ridicoli della Storia del Cinema in cui la gente, sovrumana e non, corre male, si picchia male e sembra sempre partecipare a un musical in cui il regista ha imposto a tutti gli attori di andare costantemente fuori tempo. Shyamalan, infine, commette un grave errore matematico. È come se non si ricordasse che più sei solenne e pomposo nel tono dentro un cinecomic più rischi di stimolare lo spettatore, almeno quello più libero e meno suggestionabile, a mettere in discussione, o quantomeno pensare in chiave seria, a ciò che gli viene mostrato e detto. Perché, se Elijah Price è finito dopo Unbreakable nelle mani della società segreta anti-supereroi per cui lavora la Staple, non è stato eliminato? Meglio avere una mente suprema viva ossessionata dall’idea di mostrare al mondo quelle creature eccezionali che tu non vuoi assolutamente che vengano alla luce… o meglio che quel signore muoia misteriosamente di infarto dopo la cattura? Tanto basta abbracciarlo con partecipazione per ucciderlo. La società segreta, che usa uomini della Swat nel goffissimo showdown finale nel cortile dell’ospedale, pare chiaramente lavorare con beneplacito di polizia, Fbi, Cia e Casa Bianca. Non avrebbero avuto alcun problema ad eliminare Elijah, così come Kevin e David, piuttosto che rischiare il peggio e spendere soldi su soldi per convincere i tre attraverso due o tre discorsetti di circostanza. Perché assumere dei perfetti idioti come Pierce e Daryl nel ruolo di infermieri per lavorare in una struttura, come dire, così strategica? Come è possibile che dopo l’operazione al cervello di Elijah Price… nessuno controlli gli esiti diagnostici di quell’intervento e continui a farsi fregare dal lobotomizzato immaginario? Tanti film bellissimi possono avere dei buchi di sceneggiatura e rimanere fantastici. Questo no. Perché si prende così sul serio ed è così boriosamente zeppo di spieghe e spiegoni da caricare a molla chiunque possa essere fortemente irritato da questo atteggiamento cinematografico che vuole decantarci le qualità dell’acqua calda (i cinecomic) dopo che ci facciamo bagni bollenti da circa 18 anni. Chiudiamo su una scena finale prologo a possibili film dell’Universo Glass (anche questo, ovviamente, ci viene detto scandendo bene le parole qualora non dovessimo arrivarci da soli) nonostante la morte dei tre protagonisti della trilogia. Vediamo l’emozione, la solidarietà e il prendersi per mano tra il figlio di un brava persona appena morta (che, tra parentesi, la società segreta avrebbe potuto tranquillamente arruolare come “supereroe interno”; pensate che David si sarebbe opposto?) e la madre fiera fino all’ultimo di uno spregevole stragista i cui piani sia in passato che nel presente hanno causato svariate morti di innocenti e, nello specifico, anche il decesso del papà di quel figlio.
Questo perdonismo non è rivoluzionario ma solo così stupido, sguaiato e volgare da essere imperdonabile.

Conclusioni

C’è molta curiosità attorno al futuro di quello che si annuncia come Universo Glass. Nonostante il film sia quello che sia, è costato comunque pochissimo e si vede. Se gli incassi mondiali, sfruttando l’attesa dopo l’ottimo Split e la raffinata campagna promozionale (molto più bella della pellicola), dovessero creare una forte plusvalenza rispetto ai soli 20 milioni di budget iniziali… perché fermarsi? E perché pensare che in futuro non si possa tornare a vedere un bel film magari firmato dallo stesso Shyamalan o da un giovane cineasta introdotto nell’Universo da Shyamalan + il proficuo collaboratore del presente Jason Blum? Lo scopriremo solo vivendo e osservando la prestazione di Glass al box office. Con il cinema parcellizzato e scomponibile nella sua serialità di oggi, non è da escludere che tra due anni si possa vedere un entusiasmante film dell’Universo Glass grazie alla visione del filmato messo online da Elijah da parte di una persona con qualcosa in più che fino a quel momento aveva pensato di non essere affatto un supereroe. Potrebbe essere cinese, australiano, europeo, addirittura italiano. Ci si potrà sbizzarrire in chiave artistico-produttiva.
Oppure anche lui, o lei, sarà ancora di Philadelphia.
Magari vivono e operano tutti là i supereroi di questo universo.
Chi lo sa?