I Am Not Your Negro

Tutto il senso di questo bel film da Oscar in un’ottica di conciliazione razziale tra bianchi e neri è nel rapporto tra il pianista Don “Doc” Shirley e l’autista Tony “Lip” Vallelonga e se Mahershala Ali, maestoso nei panni di Shirley, ha più chance di vittoria della statuetta rispetto a Viggo Mortensen, impegnatosi ad ingrassare una ventina di chili per essere Vallelonga, è perché il suo personaggio funziona meglio all’interno dell’idea del film di miglioramento di entrambi gli eroi del racconto attraverso il superamento delle reciproche diffidenze e differenze dentro la cornice di un road movie nell’America del 1962 con strana coppia protagonista. Il personaggio di Ali è ossessionato dal non risultare un canonico afroamericano con tutti gli stereotipi del caso che possiamo riassumere per lui in: 1) musica vissuta solo attraverso una vibrante per non dire febbrile espressione di sé che al suo Shriley sa tanto di mania tribale cui lui preferisce Offenbach o Chopin (i “nemici” sono re e regine di soul e r&b come Sam Cooke, Aretha Franklin e Little Richard); 2) passione per il pollo fritto (Don non sa proprio come si mangia) ; 3) esibita eterosessualità (c’è un matrimonio che è andato a rotoli nella vita del musicista, forse per via dell’emersione dei suoi reali gusti). Viggo Mortensen dovrebbe essere all’inizio del film razzista ma i realizzatori Farrelly + Hays Currie + Vallelonga (Nick, figlio del vero Tony) hanno il grande problema di avere uno degli attori emananti più bontà e gentilezza in tutto l’immaginario occidentale alle prese con qualcuno (Tony) che dovrebbe disprezzare Shirley a partire dal colore della pelle. Il razzismo di Tony si esaurisce tutto in una scena molto breve in cui lo vediamo all’inizio del film prendere con i polpastrelli delle dita, con fare assai schizzinoso, due bicchieri di vetro usati da idraulici afroamericani e buttarli sdegnato nel cestino della sua cucina. È l’unico momento di sgradevolezza del personaggio (si può notare un certo imbarazzo di Mortensen nel momento in cui butta i bicchieri) rispetto al quale la bianca Miss Daisy di Jessica Tandy nel punto di riferimento di Bruce Beresford del 1989 è più stoica nel suo disappunto per la nuova presenza invadente dello chauffeur black Hoke Colburn di Morgan Freeman. Lei resiste alla gentilezza nei confronti dell’autista nero fino al minuto 40 del film di Beresford (su 100 finali). Mortensen crolla nel suo presunto odio razziale già al minuto 20 (su 130 finali) quando Shirley lo chiama a casa per farsi passare sua moglie (un’invadenza che avrebbe dovuto generare ben altra reazione, in quel momento del film, da parte di quell’uomo che prendeva bicchieri toccati da afroamericani come fossero contagiati dalla lebbra). Il personaggio di Don “Doc” Shirley è ben più interessante, e complesso, di Tony. Ecco perché Ali ha più possibilità di vittoria Oscar rispetto a Mortensen confermate dal recente Screen Actor Guild Award ottenuto come Miglior Attore Non Protagonista. Mentre Tony è solo un po’ troppo ignorante dimostrando però una squisita nonchalance che sa di progressismo dopo che il musicista è stato arrestato per atti osceni in compagnia di un bianco (dunque non è nemmeno omofobo), Don è in piena transizione verso la propria sessualità, una visione della musica meno snob (il concerto scatenato all’Orange Bird) e lo scioglimento del dilemma socio-politico: “Faccio ancora buon viso a cattivo gioco accettando le discriminazioni del Sud o protesto vibratamente ricorrendo anche all’aiuto di Bobby Kennedy senza che mi vergogni di chiamarlo in mia difesa?”.

Viaggi

Entrambi in macchina dunque ma uno già arrivato e l’altro no. A bordo di una Cadillac Sedan turchese (in A Spasso Con Daisy il mezzo su cui Jessica Tandy e Morgan Freeman facevano amicizia era una Hudson Commodore 8) parte senza intoppi il tour di 8 settimane da New York, dove Tony lavora come buttafuori al Copacabana e Don ha casa e ufficio sopra un teatro, verso il Profondo Sud con tappa finale a Birmingham in Alabama dopo l’iniziale rotta ad Ovest passando per Indiana e Iowa prima di gettarsi a Sud-Est verso Kentucky, North Carolina, Georgia e Tennessee. Tony è costante: parla tanto, mangia come uno sfondato (troppo esibita questa nuova dieta da Oscar di Mortensen), accetta subito i suggerimenti di Don per scrivere lettere d’amore alla moglie (interessante come personaggio nella sua passività: praticamente aspetta pazientemente che un uomo migliori il suo uomo), osserva con ammirazione le doti di pianista di Shirley (“Suona come Liberace ma meglio” racconterà alla consorte sempre in forma scritta). Don è in costante cambiamento, miglia dopo miglia, con il momento Oscar di sfogo con Tony dove è sempre il personaggio di Ali ad avere le battute migliori (“Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco… allora dimmi chi diavolo sono io!”) perché drammaticamente in una terra di mezzo tra paternalisti bianchi che l’hanno adottato a Nord e fratelli neri sconosciuti nel gretto Sud. Vallalonga, in fondo, è il viaggiatore più forte, tranquillo e deciso (possiede anche una pistola) e Viggo è ancora Aragorn Grampasso perché di fatto fa da scorta armata a Don Shirley prestando la sua forza e il suo spirito nobile affinché Don concluda la sua missione.

Conclusioni

Sono arrivate ben 5 nomination Oscar dopo i 3 Golden Globe vinti poi seguite dallo Screen Actor Guild Award per Mahershala Ali, viatico a questo punto ormai piuttosto sicuro per il secondo Oscar da Attore Non Protagonista per l’attore lanciato da Moonlight (2016) di Barry Jenkins. Green Book è la storia di un gran bel gioco di squadra. Due attori affidabili (pensate quanto devono essersi mangiati le mani dei veri italoamericani alla De Niro e Pacino per essere stati nel casting dal Mortensen di chiare origini danesi), una bella produzione in costume con major (Dreamworks), la sceneggiatura nobilitata da storia vera e finale ottimista (ce la faranno i più cattivelli Deborah Davis e Tony McNamara a soffiargli l’Oscar per Sceneggiatura Originale con La Favorita?) e, dulcis in fundo, un regista che non ti aspetti il cui penultimo film prima di Green Book era stato il non eccezionale Scemo & + scemo 2 (2014). Proprio come l’eclettico australiano Bruce Beresford era arrivato al dramma edificante A Spasso Con Daisy dopo una lunga carriera iniziata al ritmo indiavolato delle commedie con Barry Humphries travestito da Dama Edna Everage, anche Peter Farrelly arriva a questo buddy movie a 52 anni dopo il famoso sperma di Ben Stiller usato a mo’ di gel da Cameron Diaz nella scena forse più iconica del suo successone, in compagnia del fratello Bobby, Tutti Pazzi Per Mary (1998).
Ma chi conosce e ama il cinema comico dei Fratelli Farrelly sa bene che c’era già tanto cuore nelle loro farse sconce fin dai tempi del primo Scemo & + Scemo (1994).
Si trattava di passare da un furgone Ford travestito da cane a una Cadillac turchese lanciata in direzione Oscar.