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Nick Cohn contraffece un reportage giornalistico generando per il New York Magazine l’ormai mitica inchiesta Tribal Rites of the New Saturday Night che sarebbe diventata al cinema il soggetto per un certo La Febbre Del Sabato Sera (1977). Jerry Bruckheimer si entusiasmò quando lesse sulla rivista California del 1983 un servizio intitolato Top Guns di Ehud Yonay e immediatamente chiamò il suo socio dell’epoca Don Simpson dicendogli che partendo da quell’articolo sulla vita dei piloti di caccia presso la stazione navale Miramar di San Diego loro due avrebbero potuto realizzare un film di sequenze aeree che sarebbe stato come “Star Wars ma sulla Terra”. Susan Orlean voleva solo scrivere un pezzo per il New Yorker su quel buffo collezionista di orchidee di nome John Laroche finito nei guai con la giustizia perché aveva cercato di rubare un’orchidea estremamente rara dentro una riserva naturale della Florida con l’aiuto di tre indiani Seminole. Il singolo reportage ebbe così tanto successo da spingerla a scrivere ancora e ancora su quel buffo personaggio senza denti arrivando a pubblicare nel 1998 quella raccolta di saggi in un libello che poi sarebbe diventato al cinema il geniale Il Ladro Di Orchidee (2002) di Spike Jonze con adattamento da carta a schermo super sui generis di un all’epoca fiammeggiante Charlie Kaufman. Recentemente Todd Phillips ha prodotto e diretto l’interessante Trafficanti prendendo spunto dalle pagine del mensile Rolling Stone dove The Stoner Arms Dealers: How Two American Kids Became Big-Time Weapons Traders, firmato Guy Lawson, aveva fatto furore. Perché questo elenco di basi non-fiction (tranne il caso di Cohn visto che per stessa ammissione del giornalista inglese venne fuori che quell’inchiesta se l’era quasi completamente inventata) generanti poi pellicole cinematografiche in alcuni casi veri e propri successoni e/o cult movie del loro periodo storico come La Febbre del Sabato Sera (1977) e Top Gun (1986)? Perché l’ultima pellicola di Clint Eastwood fa parte della famiglia. Dopo aver accompagnato la realtà dentro la finzione del cinema attraverso l’uso non comune come star del film degli eroici protagonisti della vera vicenda cui Ore 15:17 – Attacco Al Treno era stato ispirato, Eastwood ha diretto la sua regia numero 37 alla soglia degli 89 anni di età (il prossimo 31 maggio) rifacendosi all’articolo dell’11 giugno 2004 firmato da Sam Dolnick per Il New York Times il cui titolo faceva There’s a True Story Behind ‘The Mule’: The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule.

Da Sharp a Stone

Eastwood ha diretto la sua regia numero 37 alla soglia degli 89 anni di etàLeo Sharp ha “lavorato” per dieci anni come corriere del cartello messicano della droga di Sinaloa. Analizziamo parallelamente il bell’articolo di Dolnick e l’ottimo film di Eastwood tratto dal pezzo giornalistico poi trasformato in sceneggiatura da parte del fidato Nick Shenk di Gran Torino (2008). Nel reportage di Dolnick da ben 33 mila battute emerge la figura sfuggente di un veterano della II Guerra Mondiale sostanzialmente senza famiglia (si accenna a una figlia che vive alle Hawaii dove ora Sharpe è sepolto e dove andava in vacanza con boss del narcotraffico) dai folti basettoni, orticoltore ex star dell’ambiente dei fiori dove si divertiva un mondo a creare Emerocallidi sempre più vivaci, chiamato affettuosamente Tata ovvero Nonno dai criminali per cui trasportava in macchina la cocaina, totalmente amorale e privo di sensi di colpa, vicino ai boss del cartello grazie a un’efficienza indiscutibile tale da permettergli di consegnare col suo furgone Lincoln circa 1000 chilogrammi di cocaina fuori e dentro il suo stato del Michigan nei soli primi cinque mesi del 2010. Nell’articolo di Dolnick, che lamenta l’incapacità di averlo conosciuto meglio una volta arrestato, Leo è sostanzialmente un subdolo pianificatore tendente alla simpatia e al carisma, così paravento da proporre durante il processo di non pagare i 500 mila dollari di multa proponendosi di coltivare per conto dello Stato della a suo dire deliziosa papaya hawaiana. Nella sceneggiatura di Shenk + regia di Eastwood il teatrale Leo Sharp si trasforma in un più contegnoso Earl Stone (traducendo il nome di famiglia: dal termine acuto e tagliente del cognome reale, al termine pietroso e solido della parola scelta per l’identità del personaggio fittizio). Chi è Earl? Un vecchio senza basettoni (ce lo vedete Eastwood? Meglio così), reduce della Guerra in Corea (come il protagonista di Grand Torino, sempre sceneggiato da Schenk), asciutto per non dire arcigno, per niente somigliante a Jimmy Stewart (infatti quando sentiamo quella battuta nel film rimaniamo perplessi perché il vero Sharp gli somigliava mentre il finto Stone manco per niente), con un rapporto molto difficile con ex moglie e figlia, la passione per il ballo e le donne giovani (sempre in coppia), cultore della musica di un tempo (Frank Sinatra & Roger Miller), un passato da Mr. Emerocallide quando la sua serra di Peoria, Illinois, andava alla grande e lui faceva un pochino lo smargiasso (“Ti hanno mai detto che sei uno stronzo?“) offrendo da bere e facendo l’altruista con tutti a patto che non fossero membri della sua famiglia. Schenk/Eastwood inseriscono la storia di Leo Sharp dentro quell’Universo Eastwood non meno strutturato di quello Marvel. Sarà dunque un film sulla redenzione di uno stronzo (com’erano sia Grand Torino che il più bello di tutti ovvero quel Million Dollar Baby che altro non era che una lettera parlante per interposta persona, Morgan Freeman, alla figlia rancorosa del personaggio del vecchio Clint) e sulla immortalità di Eastwood, capace nel film di rimproverare i giovani che guardano troppo il cellulare, non sanno cambiare una ruota di scorta e lavorano per il cartello della droga (qui lui cerca di educare alla gentilezza un giovane messicano laddove in Grand Torino veniva lui cambiato in meglio da un giovane Hmong ) dall’alto della sua attività di spensierato impiegato del crimine. È per questo che l’Academy lo ha voluto “punire” dopo averlo premiato in passato con Gli Spietati (1992) e Million Dollar Baby (2005), entrambi vincitori sia per Miglior Film che Miglior Regia. Evidentemente ha dato fastidio che il consueto personaggio di vecchio conservatore eastwoodiano sia stato inserito in una commedia criminale dove la scanzonata amoralità del personaggio viene presentata senza filtri allo spettatore facendocelo vedere ridere, cantare, ballare e solidarizzare con i trafficanti messicani come se niente fosse con chiusa ambientata in una prigione per niente diversa dalle inquadrature iniziali idilliache del lavoro di Earl nella sua serra dell’Illinois.

Conclusioni

È un gran bel film ma è un Eastwood molto diverso dal solito o meglio più vicino alla sua commedia sui vecchietti back in action che fu Space Cowboys (2000) di ben 19 anni fa. In questo suo ultimo film c’è meno gravitas, meno senso della tragedia (ricordate l’eccezionale atmosfera da incubo presente in Sully?) e più voglia di soluzioni, sorrisi ed essere perdonato senza dover per forza sacrificare la propria vita (Gran Torino) o attraverso il ricordo di un caro amico quando non ci siamo comunque già più (Million Dollar Baby). Qui Eastwood ha voluto lasciare il film con sé stesso vivo, leggero perché finalmente punito dallo Stato dopo fin troppe marachelle (ma attenzione: in questo film Stone finanzia coi soldi del cartello un ritrovo per veterani di guerra in bancarotta mentre nella realtà dei fatti Sharp non fece mai nulla di così civico), felice perché perdonato da moglie e figlia (un po’ troppo scodinzolante il personaggio dell’ex consorte affidato a Dianne Wiest), dignitoso in tribunale nel presentarsi come colpevole (ricordatevi invece il buffo tentativo del vero Sharp di non pagare la multa via coltivazione di papaya), maestoso nella sua ultima apparizione tra piante e fiori. Insomma… Earl per qualcuno dentro l’Academy deve essere sembrato un colpevole un po’ troppo velocemente innocente e un innocente un po’ troppo superficialmente colpevole. Ci può stare questa loro lettura. Come ci può stare l’ottimo successo popolare di pubblico per uno dei suoi ultimi film più accessibili e gioviali. Ma diciamoci la verità fino in fondo: abbiamo mai visto Eastwood così buffonesco nella sua passione senile per le belle fanciulle? Lo abbiamo mai visto così frivolamente dipendente dal ritmo di una polka o di una salsa? È mai stato un suo personaggio così alfiere della danza? Quando mai abbiamo visto questo grande attore/regista legato a grugniti e cipiglio fin dai tempi delle sue maschere attoriali più note come Lo Straniero Senza Nome per Leone e L’Ispettore Callaghan per Siegel & Co… lasciarsi andare a questo cazzeggio?

Ecco contemporaneamente il fascino spensierato e la penalità Oscar del gradevole e accomodante Il Corriere – The Mule. Lo si può amare ed odiare per le stesse ragioni, soprattutto in relazione al gioco sulla sua persona che Eastwood propone al pubblico e che mancava dai tempi di Gran Torino.