L’ego 1

Quello di un bambino (Finn) contro quello di un bambinone (suo padre). Il primo pensa, giustamente, che quell’Universo Lego sia il suo terreno da gioco perfetto. Il secondo ritiene che quel modellino gigantesco di città sia, erroneamente, ancora il suo ed ecco allora che lo scontro tra figlio e padre, e tra i loro avatar Lego Emmet e Lord Business, sarà il cuore di tutto quel capolavoro di film che fu il primo Lego Movie di Phil Lord e Christopher Miller. Il fuori campo che improvvisamente diventava campo sostituendosi al cinema d’animazione al computer finto passo uno (la stop motion era creata digitalmente) per portarci dentro un live-action volutamente senza profondità di campo per trasformare la metafora in semplicissima realtà ovvero che dietro la cinefila e tremendamente ammiccante avventura con Gandalf, Superman e Wonder Woman si celava una famiglia qualsiasi, in una cantina qualsiasi. Più prossima al dramma che non al sorriso.

L’ego 2

La sala hobby dove risiede l’Universo Lego è sempre separata dal resto della magione borghese da una porta simile a quella che navigava nello spazio di Ai Confini Della Realtà di Rod Serling. Se ci pensiamo i Lego Movie hanno sempre avuto in comune con la serie tv fantastica di Serling il classico colpo di scena finale che dà un nuovo significato a ciò che abbiamo visto. Quali ego si scontrano dentro e fuori Lego Movie 2? Il principale è sempre quello di un bambino (Finn) questa volta diventato più grande (ci sarà un’ellissi di 5 anni) e bizzarramente sempre più simile a quel padre infantile del primo film visto che stavolta è Finn a non volere che la sorellina più piccola contamini con i mattoncini Duplo, più semplici e quindi legati alla prima infanzia, il suo Universo Lego perfettamente coerente. E invece la sorellina è ingombrante, vuole poter inserire un proprio segno e personalità tanto che prima che il racconto principale di Lego Movie 2 inizi abbiamo già visto che Bricksburg si è trasformata in Apocalypseburg perché la ragazzina ha già costretto Finn a cancellare la sua idea di consequenzialità architettonica ed urbanistica generando uno mondo di deserti e macerie frutto della fusione conflittuale degli spazi ideologi di Finn con quelli della sorella Bianca.

Psyco

Ci siamo mai interrogati circa il fatto che Lego Movie oltre ad essere una commedia e un’animazione al computer simil-stop motion citazionista di molteplici testi della cultura pop (specie i cinecomic)… sia anche un lucidissimo trattato di psicologia infantile applicata all’esperienza ludica? Finn, come tutti noi quando giocavano con artefatti e totem da animare attraverso frammenti della nostra nascente personalità, ha sempre scomposto sé stesso in tutti i pupazzetti cui dava vita a partire dai protagonisti Emmet (il fin troppo ottimista), Lucy (la donna tosta) e Batman (l’eroe misantropo) fino ad arrivare ai più secondari (sì… c’è profonda ironia nei confronti del superlooser di cinecomic Lanterna Verde anche in questo caso). Stavolta il gioco è ancora più sottile. Finn, forzatamente invitato dagli emissari Duplo della sorella a un matrimonio che sancisca un’unione tra quello spaventoso mondo alieno (di cui lui capisce pochissimo a partire dal linguaggio; sembra Arrival) e il suo massimo rappresentate del machismo eroico della tradizione bricksburghiana (Batman), dovrà spostarsi dalla sua comfort zone per spingersi altrove. Durante il cammino verso l’ignoto (un viaggio tra le stelle proprio come 2001: Odissea Nello Spazio) la paura tornerà a fare la differenza grazie alla diffidenza nei confronti della personalità ancora sconosciuta della sorella. Insomma… nell’Universo di Finn una Regina non si trasformerebbe mai in un cavallo! Ecco vari paletti autoimposti frutto dell’attività onirica (Emmet sogna una vera e propria Apocalisse) + l’incontro con quella parte di lui (Rex) che non vuole fidarsi e trasforma ogni evento in trauma per cui colpevolizzare qualcuno. Ma c’è qualcos’altro su cui riflettere. Avete mai pensato circa il fatto che nei Lego Movie Finn abbia eletto Batman come rappresentante della sua parte eroica ma sempre Emmet come leader e protagonista delle sue avventure? Cosa ci dice tutto ciò? Che anche quando è solo con sé stesso e pure quando si autocritica (tema fisso: Lucy potrebbe stancarsi di quel pupazzetto sempre così allegro e sorridente), Finn riconosca e dia più luce (per citare un termine psicanalitico molto usato in Split e Glass) alla parte di sé più sorridente, non conflittuale e positiva. Ovvero Emmet Brickowski che diventa Mattonowski per l’edizione italiana. Ma se anche la parte più in luce (Emmet) non dovesse farcela? Dopo aver combattuto contro sé stesso, Emmet, inteso come Finn, forse riuscirà a cavarsela anche questa volta anche se non avrebbe mai potuto farcela senza Emmet… come Emmet.

Toy Story

Ebbene sì, The Lego Movie 2 prevede una grande rivoluzione rispetto al primo Lego Movie. I pupazzetti possono avere una loro vita autonoma rispetto a chi infonde vita, e frammenti di propria personalità, in essi. Da questo punto di vista Lord e Miller in sceneggiatura non hanno remore di rifarsi platealmente al film che ha cambiato la storia recente dell’animazione anglosassone e non solo: Toy Story (1995). Nel momento in cui il gioco non è solo una sublime metafora psicologica, il pupazzetto dopo numerosi sforzi muove i suoi primi passi in piena libertà. E questo cosa ci dice? Che è lo stesso mondo dei giocattoli, assolvendo una funzione di dialogo e collegamento tra gli uni e gli altri, a volere che Finn e Bianca trovino finalmente un’intesa che risolva gli equivoci bellici del conflitto. Non è un’idea che sa essere contemporaneamente aziendalista (Lego non vuole che si litighi) e poetica (quegli oggetti sono umani come Toy Story insegna)?

Conclusioni

Il film affidato all’eclettico Mike Mitchell (anche tanta live-action nella sua carriera principalmente cartoon) poteva scadere nel pretestuoso e/o presuntuoso e invece riesce a essere, se non bellissimo come il primo, parimenti intelligente, complesso e soprattutto a più livelli di lettura. Puoi ridere come un pazzo vedendo i Lego Movie oppure, se ci pensi più in profondità, ritenerli una formidabile porta sospesa in cielo capace di farci tornare a riflettere sul perché giocavamo. E soprattutto con chi lo facevamo.
Oltre noi stessi.