Multiverse

Nuovo film Marvel e nuovo personaggio con cui abbiamo a che fare. È una donna ma forse c’è qualcosa di riduttivo in questa espressione. La parola donna? Non troppo. È il termine “una” che ci lascia più perplessi perché la vedremo apparire sotto i nostri occhi nella ventunesima avventura dell’Universo Marvel più come una trinità con qualcosa di peculiare in ogni sua fenomenologia che non come unico personaggio dall’inizio alla fine. Questo perché l’ottima pellicola di Anna Boden e Ryan Fleck (una coppia di cineasti indy provenienti dal realismo) sfrutta anche più di altri film del Marvel Cinematic Universe l’arma del travestimento. Ci saranno cattivi che forse sono buoni, vecchiette che forse bisogna picchiare, intelligenze supreme che invece rappresentavano scelte morali e politiche che più soggettive non sarebbero potute essere, patrie in realtà luoghi di confino per un costante lavaggio del cervello, manipolatori camuffati da mentori e gatti che in realtà non sono… semplici felini. Ma è una creatura cangiante che più di altre ha catturato la nostra attenzione.
Si chiama Vers, Carol Denvers e in ultima veste Captain Marvel.

Vers

È una kree. Si allena sul pianeta Ala con il suo capo Yon-Rogg, il quale la invita a non esagerare mai con il senso dell’umorismo perché è una distrazione, dicendole spesso che lui vuole che lei sia: “La migliore versione di te stessa”. È un’espressione che ha dell’inquietante, se ci pensiamo per più di cinque secondi. Ma Vers non ci fa caso perché è il giusto mix di intraprendenza e disciplina kree, così eccola tutta eccitata precipitare sul pianeta Terra del 1995 schiacciando un cartonato di Arnold Schwarzenegger, ma lasciando intatta Jamie Lee Curtis, a caccia di Skrull, orgogliosa di indossare la divisa Starforce che per un giovane agente S.H.I.E.L.D che di nome fa Nicholas Joseph Fury la fa sembrare una signora vestita come in un videogame (oggi si userebbe la parola cosplayer). Vers è ligia al dovere, convinta di stare dalla parte del bene, tutta contenta di fare rapporto a Yon-Rogg da una cabina del telefono vicino a un Blockbuster. Brie Larson è molto efficace a non nascondere un evidente stato di godimento massimo per un soldato che passa dalla palestra al campo da gioco in quel buffo e tutto sommato affrontabile pianeta Terra che per i Kree si chiama C-53, definito letamaio da una sua collega Starforce. Nella veste di Vers accade qualcosa di magico: l’incontro con un nuovo tipo di uomo. Ha la pelle scura ma a lei non interessa (ci sono anche tra i Kree tipo Korath), è un giovane ex soldato, spia per essere precisi, di una nazione di C-53. Con lui può ridere di gusto e sguazzare nel suo senso dell’umorismo perché non le pone limiti, ha il senso della battuta e lei lo tollera piacevolmente accanto a sé perché è prevedibile (lei si accorge subito quando lui prova a fregarla), la fa ridere e soprattutto non mostra di essere qualcuno o qualcosa che possa impedirle di concludere la missione. Le scene e le interazioni tra Vers e un giovane Nick Fury, voglioso anche lui di trovare un senso preciso in quello strano S.H.I.E.L.D che fino a quel 1995 è ancora un reparto nebuloso e tutto da giustificare, sono la cosa migliore di tutto il film.

Carol Denvers

Nel momento in cui Vers si trasforma in Carol la vediamo subito chiedere discrezione. Emblematico il momento in cui l’uomo simpatico con cui ha potuto ridere, viaggiare e investigare viene invitato senza mezzi termini a lasciare la stanza per permetterle di scambiare due chiacchiere cruciali con l’amica Maria Rambeau. Qui la Larson abbandona il divertimento per portare dentro la recitazione più introspezione. Stanno emergendo prepotentemente dei ricordi e la nuova identità, che forse è poi la prima dal giorno della sua nascita, non si forma combattendo e usando quei cazzottoni esplosivi sempre censurati sul più bello da Yon-Rogg. La coscienza del sé avviene durante un confronto verbale in cui Vers dà finalmente un senso a quelle immagini in cui si vedeva cadere e rialzarsi concludendo che è sempre stata in grado di reagire dopo un fallimento, dai campi del baseball dell’infanzia agli addestramenti durissimi per diventare pilota della maturità (scene riprese da Ufficiale Gentiluomo senza che ci fosse Richard Gere a urlarle: “Vuoi volare sui jet? Allora alzati!”). In quel momento Carol non dice “donna” ma “umana” perché il film non ha alcun interesse a farla vedere interessante in base al suo genere sessuale ma in quanto brillante personalità e/o “spina nel fianco” come le ricorda l’amica che la conobbe come Carol. La Denvers, di cui intuiamo l’amore paterno attraverso flashback in cui lui è una figura centrale e benevola, non è programmaticamente eroina Marvel per via di una discriminazione di genere ma solo ed esclusivamente per delle capacità morali, intellettuali e di reazione alla sconfitta che hanno contraddistinto tutta la sua vita. La donna, più dell’uomo, è “gattara”? Anche da questo punto di vista il film di Boden e Fleck è piuttosto scaltro perché quando si incontra nella storia un bel micio rosso… è Nick Fury che si produce in svariate moine e coccole.
Lei a malapena si accorge della sua presenza. Scelta davvero ironica.

Captain Marvel

Ultima tappa. Quella cosmica. Graficamente sembra simile, sia per il costume che per il fluttuare che per l’alterità rispetto alle precedenti incarnazioni, alla Visione di Paul Bettany nata durante Avengers: Age Of Ultron (2015) e che teneva a specificare subito a Thor & Co. che “lui” non era né figlio di Ultron né lontano parente di J.a.r.v.i.s. L’ex Vers ed ex Carole Denvers diventa fiammeggiante con elmo infuocato dalla cresta appariscente (rendendo la Larson ancora più simile al road runner Beep-Beep dei Looney Tunes che prima di quella trasformazione sovrumana l’attrice ricordava per espressioni furbette del volto), capace di librarsi in cielo e fermare dei missili lanciati da Ronan verso il pianeta C-53 con la sola forza di mani e braccia. Abbiamo pochi minuti per godere appieno di questa ultima forma della nostra protagonista perché il film a quel punto astutamente finisce lasciandoci però con la netta percezione di averla vista cambiare definitivamente, con ponderata scelta di diventare paladina degli indifesi intergalattici con una dote ancora estremamente umana: la riconoscenza.
Nel senso… se Nick Fury mai dovesse chiamare per chiederle aiuto, Captain Marvel risponderà.

Conclusioni

C’è la fantascienza con trucco prostetico esibito e storie di popoli delle stelle che parlano come noi alla Star Trek, poi una action comedy di inseguimenti iperbolici losangelini alla Last Action Hero (1993) ed effetto nostalgia (benvenuti anni ’90: sono solo 13 anni che vediamo e rivediamo gli anni ’80) con bel ricordo di Stan Lee dentro Generazione X (1995) di Kevin Smith, dramma di guerra (prendendo anche da Top Gun nomi e atmosfere) e infine scontro tra cielo e spazio modello saga Avengers cui questo Captain Marvel, come sapete benissimo, si attacca cercando di tirare la volata Oscar a Endgame (o siamo solo noi che percepiamo che Miglior Film sia l’obiettivo di Kevin Feige per il 2020?). Ci sembra sempre di più che il cuore di questa ventunesima avventura del MCU da quel lontano 2008 di Iron Man di Favreau sia la storia d’amicizia e rispetto tra un uomo e tre donne. Lui si chiama Fury (Nicholas Joseph non lo usa nessuno, nemmeno la madre) e ora sappiamo perché ha perso l’occhio sinistro dimostrando un’enorme pazienza da soldato nell’accettarlo senza smadonnare dopo aver probabilmente calcolato il rapporto costi-benefici dell’intervento di un certo flecker nell’intera faccenda.
Le tre donne sono l’intraprendente Vers, l’indomita Carole Denvers e l’imperiosa Captain Marvel.