Rognosi, dozzinali, magri elefanti

Il diciannovesimo lungometraggio per il cinema di Tim Burton (17esimo in live action se escludiamo le pellicole stop motion La Sposa Cadavere e Frankenweenie) è tutto basato sull’assenza di qualcosa o qualcuno. A livello metaforico e letterale e in chiave sia comica, che romantica, che drammatica. Manca un braccio a Holt Ferrier reduce di guerra ex attrazione equestre che guiderà la ribellione umana a favore della liberazione di Dumbo (lo interpreta Colin Farrell ma noi non possiamo non pensare che fosse un ruolo perfetto per Johnny Depp) e poi scarseggiano cavalli (sono stati venduti), fratelli (il circo si chiama The Medici Brothers ma esiste e vediamo solo il Max Medici di Danny De Vito), madri (sia quella di Dumbo che quella dei piccoli Joe e Milly Farrier), mogli (Holt Ferrier è vedovo), reti di protezione (per una trapezista sono fondamentali) e, infine, pure il protagonista cioè… Dumbo. Quello che non manca è Tim Burton e di questo dobbiamo rallegrarcene perché non lo vedevamo da un bel po’, persosi dentro spettacoli vuoti e sgraziati. Questo suo ultimo film, invece, è bellissimo. Dumbo è uno dei tanti protagonisti del film senza qualcosa ed è molto interessante come nei 112 minuti del racconto non sia particolarmente al centro del fotogramma nonostante sia il classico freak su cui Burton fece già in passato dei film come protagonista assoluto da Edward Mani Di Forbice (1990) a La Sposa Cadavere (2005). Qui no perché è come se il regista esigesse un risveglio emotivo nei personaggi prima di richiederlo al suo pachiderma volante, il quale è molto più sveglio e pimpante di loro. Gli altri sono tutti un po’ spenti, depressi e rassegnati in questa pellicola. Manca ardore e lo sa bene il mellifluo pifferaio magico V. A. Vandevere cui Michael Keaton regala quella sua inconfondibile ferocia di sguardo come se questo impresario di New York sappia molto bene quanto sia stato facile per lui nel tempo mangiarsi in un sol boccone un mondo così inerme e sfiancato dalla Grande Guerra appena conclusasi. Il classico cartoon 1941 della Disney finiva dove inizia il secondo tempo del Dumbo live action del 2019. La cattività remunerativa in chiave materiale e psicologica del freak che però era riuscito a trasformare un difetto in grande effetto speciale, diventa qui una città parco giochi delle meraviglie che sembra però l’effimero Paese dei Balocchi di Pinocchio con in più gabbie ben chiuse, numeri pericolosi senza rete, sfarzo gigantesco che in realtà nasconde la crudeltà di un piccolo uomo ferito dalla vita (V. A. Vandevere) che vuole che tutti, animali ed esseri umani, diventino cattivi e disperati come lui.

Stile

Bianco e nero a colori fu detto ai tempi di Batman – Il Ritorno (1992). Si può estendere questo ossimoro anche ad altri film del regista come Edward Mani Di Forbice o Il Mistero Di Sleepy Hollow (1999).  Ora siamo dentro un cromatismo più malinconico, dove il colore c’è ma è un po’ depresso pure lui. Non esiste un chiaroscuro ma un male oscuro che sembra abbia colpito i raggi del sole. C’è assenza di cose, emozioni e persone ma anche di movimento dentro e fuori il fotogramma. I personaggi spesso parlano senza spostarsi di un millimetro e la camera, dopo il dolce superamento verticale dell’insegna del circo all’inizio del film, spesso si limita a farci vedere il mondo di immobile tristezza che fa da sfondo a questo film con al massimo l’idea di far muovere qualcuno nella cornice dello sfarzo di Dreamland come se fossero marce politiche di finta gioia più che vivaci sarabande circensi.

Piuma

E Dumbo? Cosa fa? Chi è? È un bambino resiliente e resistente, per fortuna per lui. Fatto in una cgi meravigliosa, quando viene incipriato ricorda il Pinguino di Batman – Il Ritorno nei tempi in cui Tim Burton si faceva fortemente influenzare da Il Gabinetto Del Dottor Caligari (1920) e già inseriva il circo tra le sue passioni preferite come quel Fellini evocato alla serata del David di Donatello di quattro giorni fa come regista italiano punto di riferimento insieme a Mario Bava e il presente in sala Dario Argento. Dumbo ha un’aria tutto sommato gioviale e quando con la proboscide aspira la piuma che poi lo fa volare è un pargolo entusiasta che compie le prime planate per quanto è baldanzoso e bambinescamente in preda a un’irresistibile eccitazione figlia del prurito interno al “nasone”. Ma infatti non è lui che deve cambiare di più nel film. Quello che sarà il suo ostacolo è capire come controllare quelle ali a forma di orecchione a sventola anche senza la piuma e il prurito al naso. Ben di più dovranno fare uomini, donne e bambini del racconto. Loro dovranno uscire dalla soporifera malinconia delle loro vite e dalla rassegnata sonnolenza esistenziale del sogno di Dreamland per far sì che il piccolo elefantino possa librarsi in cielo nel suo habitat naturale.
Liberando Dumbo, è proprio il caso di dire, libereranno loro stessi.

Conclusioni

Non abbiamo alcuna idea di come andrà il film al box office. È troppo presto. Le critiche in media fino a questo momento non sono state esaltanti. È l’inizio del percorso Disney dentro un 2019 di remake live action di classici dell’animazione cui seguiranno Aladdin, Il Re Leone e il sequel di Maleficent. Ci auguriamo che ogni creativo coinvolto nei progetti dia un segno distintivo a queste nuove versioni di film diventati nel corso del tempo estremamente popolari nelle originali versioni cartoon.
Tim Burton ci è riuscito pienamente, volando come non volava da anni.