Wonder Woman

Gli uomini di cinema in Libano la rispettano e non vivono con fastidio il suo enorme successo” diceva nel 2011 il marito compositore musicale Khaled Mouzanar. Di chi parlava? Ma di sua moglie Nadine Labaki, ovviamente, all’epoca sulla cresta dell’onda dopo il successo mondiale, via Premio del Pubblico al Festival di Toronto, del suo secondo film da regista E ora dove andiamo? Era tutto iniziato quattro anni prima con Caramel (2007), quando un gruppo di shampiste alle prese con amorazzi e problematiche sociali in quel di Beirut aveva imposto questa giovane cineasta a livello internazionale grazie al Festival di Cannes in cui sfiorò, ma non vinse, la Caméra d’Or per il Miglior Esordio sulla Croisette (si aggiudicarono il premio Shira Geffen e Etgar Keret per Meduse). Labaki era in quel film contemporaneamente sceneggiatrice, attrice protagonista e regista. Fu una novità perché si poteva fare cinema mediorientale politico, soprattutto sposando l’ottica di giovani libanesi disinibite, senza perdere la voglia di scherzare e con un senso del ritmo che Labaki non si vergognò di confessare provenisse da Hollywood o, peggio ancora per gli snob, dalle sitcom americane che vedeva ragazzina a Beirut per distrarsi quando aveva 8 anni all’inizio della Guerra del Libano scoppiata nel 1982 che vedeva la sua città militarizzata nonché luogo di scontri e attentati.

Dalle donne al bambino

Il potere distraente e per certi versi lenitivo della televisione traspare anche nell’ultimo film della Labaki, attualmente nelle nostre sale, intitolato Cafarnao allorquando vediamo il bimbo protagonista passare delle ore davanti a un piccolo schermo. Ma torniamo indietro nel tempo. Dopo Caramel arrivò il più metaforico E Ora Dove Andiamo? (2011) in cui Labaki ambientò in un paesino non identificato di un non specifico Medio Oriente un’altra storia di gruppo di donne coalizzate contro la violenza. Esasperate da una faida perenne tra cristiani e musulmani, le giovani e meno giovani della comunità cercavano di reagire con saggezza, ironia e tolleranza. Chi era al centro della squadra nel ruolo del fuoriclasse? Nadine Labaki. “Ho voluto rendere omaggio a donne libanesi stanche di essere in lutto per la morte dei loro figli” spiegava la cineasta all’epoca 37enne: “Mi chiedo come le donne della mia terra riescano a sopportare questa situazione così dolorosa. Ecco perché ho voluto dedicare il film alle nostre madri: creature dalle facce splendide, vestite di nero ma ancora in grado di ridere“. Fu un successone all’interno del circuito del cinema arthouse. In Libano fece più di 2 milioni di dollari di incasso mentre in Francia poco meno del botteghino transalpino. A fine 2011 era addirittura dato tra i favoriti alla corsa Oscar anche se alla fine non entrò nemmeno nella cinquina che fu vinta da Una Separazione di Asghar Farhadi. Il titolo del film divenne un’espressione di moda utilizzata per strada e nei talk show per descrivere i desideri di una giovane generazione di libanesi che volevano voltare pagina e sognare una società multireligiosa che potesse convivere in pace e serenità. “Con questa pellicola parlo della mia responsabilità come essere umano, come donna e come madre” spiegava nel 2011 la regista: “Le guerre non sono solo colpa degli uomini“. È ovvio, per chiunque abbia studiato le carriere di registi, che una volta partita la locomotiva è difficile fermarla soprattutto quando arrivano etichette e marchi editoriali più o meno autoimposti. Era la regista delle donne libanesi, poi mediorientali in generali, belle, spiritose e aggressive.

Con Cafarnao cambia tutto e i lunghi anni di gestazione (ben 8 anni dal secondo al terzo film) ci raccontano di una cineasta che torna a Cannes ma per la prima volta in Concorso, senza essere protagonista del film e passando come punto di vista da quello femminile a quello di un bambino di 12 anni. Lei, la grande star libanese e personaggio pubblico anche per via della sua relazione con il musicista Khaled Mouzanar, fa un passo indietro nel cast artistico ricoprendo il ruolo di un avvocato con a malapena una sola battuta nel film. Vince il Premio Della Giuria, poi arrivano nomination a Miglior Film Straniero ai Golden Globe, Bafta, César e, dopo la cocente delusione di E Ora Dove Andiamo?, anche l’agognata cinquina Oscar dove perde con onore dalla macchina schiacciasassi Roma di Alfonso Cuarón. È arrivato anche l’endorsment pubblico di Oprah Winfrey. L’America è probabile sia già pronta ad accoglierla. Ma sarà facile per lei lasciare una terra che ha raccontato così bene? Il futuro è tutto da scrivere, sperando che non passino ancora così tanti anni prima del suo quarto film da regista.