Hells Bells

Che potesse essere un Hellboy sadomaso più maso che sado ce ne siamo accorti nei primi 20 minuti quando dice: “Mi dispiace” a un vampiro schifoso che ha provato più volte ad ucciderlo (il rammarico è dovuto al fatto che il mostro fosse un tempo il suo collega Esteban Ruiz) senza che Hellboy opponesse più di tanto resistenza. Poco dopo questa introduzione del personaggio ispirata all’albo Dark Horse Hellboy in Mexico, vedremo il cambion creato da Mike Mignola nei primi anni ’90 addirittura farsi pungere da uno scorpione, provare un pizzico di dolore ma poi far andare via il perfido aracnide senza schiacciarlo. Le battute non sono un granché (“Non l’ha ucciso il lavoro… io”) e arrivano leggermente in ritardo come se gli attori non avessero un grande piacere a pronunciarle (The Wrap – come riportato da noi – ha pubblicato un pezzo il 10 aprile che cita fonti anonime su una produzione a dir poco turbolenta). Il makeup è bellissimo perché Hellboy è bruttissimo o meglio sembra un incrocio tra Richard Kiel quando faceva squalo nei 007 garruli di Roger Moore ed Eduardo Noriega quando faceva l’ex playboy diventato bestia in Apri Gli Occhi (1997) di Amenábar. C’è grande malessere e forse una plastica facciale venuta male in questo reboot dagli effetti speciali ributtanti (non in senso tecnico) diretto da Neil Marshall senza freni inibitori in chiave horror e neo-splatter (tantissimo sangue in cgi). Nei due di Del Toro (2004 e 2008) l’Hellboy di Ron Perlman era sexy e dalle corna ben arrotate. Si era scelta quella linea precisa di romantic-monster-adventure fedele alla poetica deltoriana (l’unione di outcast sociali fa la forza + il mostro lo fa meglio) smorzando gli angoli del fumetto di Mignola a favore di qualcosa più per famiglie. Sembrava che Tim Burton si fosse sposato con il ferino ma accattivante protagonista de La Bella e la Bestia (1991) della Disney. Qui è l’opposto. Hellboy ha una faccia che non pensiamo possa stimolare sessualmente Selma Blair, qualora la incontrasse anche in questo film come nei due di Del Toro. Sia perché somiglia a Richard Kiel sia perché pare esserne profondamente consapevole. Quindi si odia come quando eravamo adolescenti brufolosi e puzzolenti, vuole che gli scorpioni lo pungano per sentire quel fastidio corporeo, si scusa con un vampiro schifoso che voleva morderlo e brancola per i corridoi del Dipartimento per la Ricerca e Difesa del Paranormale (BRPD) con l’autostima pari zero. Non ha il briciolo di una fidanzata e in più il padre adottivo lo manda senza grande passione a caccia di creature nocive senza quasi degnarlo di uno sguardo. Il nostro mezzo demone si ricorda benissimo… che a dieci anni lo mandò in un bosco a cacciare troll.

The Hellboy Horror Picture Show

Dopo aver decodificato, anche con un certo piacere, la bruttezza e malumore di un Hellboy che sarebbe stato un abitante perfetto di Midian, la città dei freak antipatici in Cabal (1990) di Clive Barker, eccoci dentro un’avventura caotica in giro per il mondo in cui il figlioccio adottato e allevato dal Professor Bruttenholm deve capire come contrastare una strega fatta a pezzi da Artù & Merlino nel V Secolo (non eccezionale il prologo in bianco e nero) con l’aiuto di un nippo-americano che si trasforma in giaguaro armato di un proiettile speciale sempre pronto e dedicato al cambion, senza mai puntare alla testa perché: “Il cervello di Hellboy è troppo piccolo”. Li affiancherà anche una sensitiva di origini irlandesi rapita bimba dalle fate interpretata da un’attrice con papà afroamericano e mamma maori. Difficile ricordarci qualcosa di Sasha Lane (sensitiva) e Daniel Dae Kim (uomo-giaguaro) ai titoli di coda. A malapena li abbiamo intravisti tra combattimenti e sbudellamenti vari. La stessa cosa vale per Milla Jovovich (strega), Ian McShane (Prof Bruttenholm) e Alistair Petrie (massone infido dai ridicoli copricapi). E non esultiamo di gioia nemmeno per un copione non proprio indimenticabile di Andrew Cosby (“È il mio uber?” quando Hellboy fa lo spiritoso su un mezzo di trasporto; “È più grande del cartoon” quando Hellboy continua a fare lo spiritoso circa le dimensioni di Excalibur; “Mi date una mentina?” sempre Hellboy dopo un incontro ravvicinato del terzo tipo con l’alito della bavosa Baba Yaga). Quello che ci piace assai nel film è l’esibito cattivo gusto, un certo rigore filologico fantasy (la sequenza dello scontro con tre giganti è stupenda e corretta nel delirio cgi circa la potenza marziale unita a lentezza di movimento e cervello di quei ragazzoni) + il disegno repellente di Baba Yaga nonché la sua casetta che cammina su due zampe pelose in grado di ricordare il Terry Gilliam de I Banditi Del Tempo (1981). I personaggi che ne escono fuori meglio sono quelli più costruiti e truccati ovvero il bruttissimo-bellissimo Hellboy (David Harbour scompare dentro il trucco), l’aiutante suino con accento cockney della strega Gruagach (Stephen Graham deve essersi divertito molto a smadonnare in continuazione) e Thomas Haden Church in una straniante versione Tommy-Lee-Kick-Ass-Jones come Lobster Johnson.

Conclusioni

Dimenticate struggenti viaggi dell’eroe (Hellboy pensa per un attimo di allearsi con la strega ma solo per pochi secondi), battute divertenti (funziona solo quella sui giganti), romanticismo tra la bella & la bestia o particolare gioco di squadra (si stanno tutti sulle palle nel film senza che il finale ci convinca del contrario). Questa è una pura festa sguaiata fantasy horror più metallara che meta alla Deadpool, scatenata e coatta al punto giusto in chiave old school anni ’80. Se tutta la travagliata produzione fosse costata realmente “solo” 50 milioni di dollari (sempre da quell’articolo The Wrap) extra marketing… beh allora Neil Marshall, di cui non dimenticheremo mai il magnifico The Descent (2005; lo girò così hard perché gli avevano dato fastidio le accuse di essere stato troppo ironico in Dog Soldiers) + l’episodio Blackwater nella seconda stagione di Trono di Spade, ha fatto un lavoro di tutto rispetto.